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Recensione Libri: La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo, Audrey Niffenegger

Mi dispiace deludervi, ma non parleremo della fantastica River Song.

La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo” è il romanzo d’esordio della brillante Audrey Niffenegger, scrittrice statunitense.
Ecco, scusatemi un attimo, fermiamoci un istante ad analizzare questo fatto: è il suo romanzo d’esordio. Consiglio a tutti i recensori italiani che sono particolarmente indulgenti con certe boiate della nostra moderna editoria, dicendo “Sì, ma dai, è solo il suo primo romanzo, non c’è bisogno di devastarlo”, di leggersi questo romanzo. Ecco come dovrebbe essere un romanzo d’esordio: già completo. Per carità, lo stile dell’autore può cambiare, ma dev’essere un vero romanzo, deve possedere competenze linguistiche, grammaticali e narrative.
Ok, torniamo all’argomento principale.
Devo essere sincera: nel recensire questo libro sarò ben poco oggettiva e molto emotiva. Sarà che sono a metà del ciclo, che ci volete fare. La verità è che l’ho finito questa notte dopo ore di trepidante lettura, che l’ho amato fin dalle prime pagine, e ho sbattuto più volte gli occhi per evitare che una disgraziata lacrimuccia facesse capolino dai miei occhi traditori nelle ultime pagine. Se me lo chiedete, insisterò fino alla morte che erano le due di notte, c’era poca luce e mi bruciavano tremendamente gli occhi.
Il semplice concetto che sto cercando di elaborare è che questo libro è sublime. E’ un piccolo capolavoro, una lunga poesia d’amore e d’avvenutra che è riuscita a fare breccia persino nel mio cuore inacidito e anti-romantico.
Ma partiamo dall’inizio.

Clare ha sei anni quando trova Henry, nudo e trentaseienne, nel giardino di casa dove solitamente va a rifugiarsi per stare in tranquillità, lontana dalla caotica famiglia. Il loro primo incontro, tralasciando la non indifferente differenza d’età, è decisamente anticonvenzionale: lei gli tira una scarpa in bocca, e lui le rivela di essere un viaggiatore nel tempo, prima di sparire come se non fosse mai esistito.
Henry ha ventotto anni quando una rossa ventenne gli salta praticamente addosso sul posto di lavoro, dichiarando di conoscerlo da quando ne ha memoria e costringendolo ad accettare un appuntamento con lei.
Da questo momento i pezzi del puzzle vanno lentamente al loro posto: il passato di Clare, che coincide con il futuro di Henry, viene lentamente rivelato in una serie di piccoli episodi che chiariscono uno alla volta l’ambiguità e la stranezza del loro unicissimo rapporto.

Sì, perché la realtà è semplice: Henry, per una rarissima (ma, come si scopre nel corso del libro, non unica) malattia genetica è quello che verrà definito una PCDPersona Cronolicamente Disorientata -, che si ritrova, contro la sua volontà, ad effettuare balzi spaziotemporali in momenti di particolare stress o stimoli nervosi.

“La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo” è un romanzo che parla di libero arbitrio, di destino e di volontà. E’ un romanzo che parla d’amore, di distanza e incomunicabilità all’interno della coppia. E’ un romanzo che sviscera le possibilità di un viaggio nel tempo e del conoscere il proprio futuro, e tutti i problemi e i paradossi inspiegabili che possono nascere da questa situazione – come il fatto che Henry consegna alla piccola Clare una lista di tutte le date in cui si troverà nel suo giardino, lista di cui è a conoscenza perché Clare gliel’ha fornita quando si sono incontrati nel presente, e lista che lei ovviamente possiede perché lui gliel’ha dettata, eccetera, eccetera, eccetera.
E’ un romanzo che coinvolge, appassiona, commuove, fa innamorare, instristisce e fa sorridere come dei deficienti.
Parola dell’anti-romantica per eccellenza, che si è trovata comunque a fare il tifo per questa strana coppia inseparabile e a soffrire per le loro sofferenze, a ridere per le loro gioie. Credo, e lo crederò sempre, che sia questo il risultato più grande che possa ottenere un libro: quello di farti sentire parte di una famiglia, di farti entrare dentro il libro e darti la sensazione inequivocabile di perdita quando infine lo chiudi e lo metti da parte.
C’è ben poco da dire.

VOTO: 9.8/10 (giusto perché dare dieci su dieci mi risulta difficile)