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Recensione Libri: Cinquanta Sfumature di Grigio, E. L. James

Ok, dunque. Recensire questo libro, per me, oggi, sarà un’impresa difficile.
Non perché sono contrastata tra un perverso piacere provato nel leggerlo ed un odio superficiale. Tutt’altro. Perché voglio mantenere un certo livello di obiettività, e con questo libro non sembra essere una cosa facile.
Basta guardarsi intorno. La maggior parte delle reazioni negative è stata di tre tipi:
– l’orda delle femministe indignate. “Ma come, abbiamo lottato anni per i nostri diritti e poi ci viene propinata questa pappina in cui si loda la sottomissione della donna!“. A me questa reazione fa ridere. E’ come dire che abbiamo lottato per anni per rendere illegale la pedofilia, eppure ancora si trova Lolita nelle librerie. Sì, per carità, Lolita è un capolavoro e questo è un orrore letterario, ma non credo si possa concedere la libertà di stampa solo se il valore dell’opera è alto. Inoltre, non sono nemmeno d’accordo nel sostenere che è un libro maschisilsta che sostiene che la donna debba essere sottomessa. La sottomissione di cui si parla in questo libro è una sottomissione sessuale, e se a qualcuno piace, affari suoi. Di certo non devo essere io a giudicare i gusti sessuali della scrittrice o dei lettori;
– l’ondata degli offesi dal marketing – di cui, lo ammetto, faccio parte. Quelli che “Ci stanno rompendo le palle con tutta questa pubblicità“. Parole sante, ma di certo non è colpa del libro in sé e per sé, quindi cerchiamo di dimenticarci tutto questo osceno rimbalzo mediatico a cui siamo stati sottoposti;
– infine, i delusi, quelli che “Mah, dicevano che era il libro sul sadomaso per eccellenza, eppure ci sono a malapena qualche sculacciata e giusto un paio di manette. Dicevano che era un libro erotico ma non si basa solo sul sesso. Dicevano che…“. Ebbene, anche qui, secondo me, la colpa non è del libro. E’ colpa di questa malata manovra di marketing che è stata attuata per portare le vendite alle stelle. La manovra è riuscita, e, come detto sopra, non si può non esserne irritati. Ma io me la prendo col pubblicitario, non con un libro che di certo non ha chiesto di essere pubblicizzato in questo modo.
Sì, ho un punto di vista piuttosto malato, lo so.

Fatta questa premessa, andiamo finalmente a parlare del libro vero e proprio.

LA SCRITTURA

La scrittura è indubbiamente scorrevole, e so che per molti questo è un pregio. A me, purtroppo, non basta.
Non mi basta che la scrittura sia scorrevole se questo effetto è dato da una velocità quasi riassuntiva della narrazione. Nelle prime pagine particolarmente, anche se per fortuna quest’effetto si attenua andando avanti, si ha l’impressione di stare leggendo il riassunto del riassunto del diario di un’adolescente raccontato alla compagna di banco durante i quindici minuti di intervallo. Le frasi smozzate scorrono velocemente, raccontando senza emozioni e senza accenti una storia che quasi sembra essere quella di qualcun altro. Uno stile che di per sé non è male, ma che personalmente trovo totalmente inadatto per un racconto in prima persona di un’esperienza amorosa.
Il registro linguistico, poi, è ripetitivo, ridondante, scarno e privo di variazioni. Anche qui, visto che la voce narrante si vanta di essere una letterata, ci si potrebbe aspettare di meglio. Un esempio tra tutti, portato da molti recensori, è il modo in cui la cara Ana definisce le proprie intimità.
Le parti intime, le parti basse, le pudenda, la vagina, l’apparato riproduttivo, la fica, il frutto proibito, la vulva, il sesso femminile, la patata, i genitali femminili, l’organo sessuale… sono semplicemente , scritto rigorosamente in corsivo.
Lei prova piacere , lui la tocca , lei sente fremere, lui la bacia , lei… di nuovo sente fremere . Eccetera. Solo, sempre e comunque, .
Scelta che potrebbe anche andare bene finché è una casta e virginea ragazza che non sa neanche cosa vuol dire “toccarsi“. Ma quando si trasforma in una regina del sesso ventiquattro ore su ventiquattro, ad un certo punto, potrebbe anche diventare giusto leggermente più spudorata. Cambiare proprio un pelo il registro linguistico. Perché, sinceramente, alla cinquecentesima volta che leggo “Lui mi toccò , proprio “, ho voglia di prendere il libro e lanciarlo dalla finestra.
Ovviamente il problema del registro linguistico non è un problema solo di questo termine, ma questo è il caso più eclatante dell’intero libro.

I PERSONAGGI

Ho letto, in giro, chi ritiene che “Noi donne leggiamo questo libro solo per Grey. E’ affascinante, è bello e misterioso, è il prototipo dell’uomo che vorremmo avere. Questi libri si fanno leggere solo per lui“.
Indubbiamente il caro Mr. Grey ottimo direi – è reso come un personaggio affascinante, carismatico, magnetico. Ma di qui a dire che è un personaggio reso talmente bene da farci andare avanti nella storia solo per lui… no comment.
Tutti i personaggi, in questo romanzo, mancano, per non dire di intelligenza, di logica narrativa.
Analizziamoli nel dettaglio.
GREY: una pagina le dice “Devi starmi lontana Anastasia, non sono il tipo per te” (suona familiare? No? Beati voi), tre pagine dopo le regala libri dal valore superiore ai ventimila dollari. Facile starti lontano così, no? Ovviamente la scusa è sempre quella del “Hai qualcosa a cui non riesco a resistere, non riesco a starti lontano“. Ma vaffanculo.
Non ci dimentichiamo poi che lui “non dorme con nessuno“, e ogni singola volta che capita l’occasione dormono insieme. Lui “non fa l’amore. Fotte… senza pietà“, dichiara, per poi pregarla, cinque minuti dopo, di fare l’amore.
E non venitemi a dire che è perché ne è innamorato, grazie. Uno non si innamora e non butta all’aria trent’anni di pratiche e solide convinzioni dopo due incontri.
E non sto a sottolineare il fatto che, più che una sottomessa, quest’uomo vuole una bambina. “Mangia“. “Asciugati i capelli“. “Lavati i denti“. Ma che cazz…

ANASTASIA: ci viene presentata come un’handicappata con poche capacità motorie. La prima cosa che fa appena entrata nell’ufficio di Grey è cadere e stare cinque minuti prostrata nel suo ufficio prima di capire da che parte sta il sopra e da che parte sta il sotto. Poche pagine dopo inciampa e rischia di essere falciata da un ciclista, giusto in tempo per farsi prendere al volo da Mr. Grey – ottimo direi – e regalarci una scena strappalacrime in cui lei freme per essere baciata e lui la respinge malamente. Poi, a quanto pare, l’escamotage delle cadute non è più necessario. Nelle restanti seicento pagine di libro, infatti, non inciampa più. Neanche quando si ritrova a correre con i tacchi alti per un giardino infangato.
Poi. Alla prima volta che piange la sua migliore amica comincia a strillare “Che succede Ana?! Perché piangi? Tu non piangi mai!“. Piange tra le otto e le undici volte nel libro, a volte più di una volta al giorno. Dico, ma se ci vuoi rappresentare un’eroina forte e dura, è così difficile cercare di mostrarcela in questo modo?
Ana, infine, ci viene descritta come una donna di cultura, una neolaureata in letteratura con un bagaglio culturale non indifferente. Lei legge solo classici, lei è l’ultima Bohèmienne dei nostri tempi, lei è la donna più intelligente che tutti gli altri personaggi del libro conoscono. Poi, quando alla radio Grey mette Verdi, non solo non lo riconosce (cosa che ci può anche stare, non sono così pretenziosa), ma lo cambia con una canzone di Britney Spears.
Tu, scrittrice, vuoi che odio svisceratamente il tuo personaggio.

LA MIGLIORE AMICA DI ANA: prima lancia l’amica tra le braccia del bello, ricco e misterioso Grey, poi non fa che dirle di stargli alla larga. Cerca di farlo incazzare con lei dicendo che vuole proteggerla. Poi, ad un certo punto, parte dicendo che le dispiace lasciarla in un momento difficile, ma non riesce neanche a trovare trenta secondi per farle una telefonata e assicurarsi che non sia morta.

Potrei continuare così per ore, analizzando ogni singolo personaggio fino a concludere con le semplici comparse del libro: tutti, infatti, sono costruiti sulla stessa falsariga dei precedenti.

LE SCENE DI SESSO

Probabilmente quelle descritte meglio. Sono state quelle che, all’inizio, un po’ mi hanno intrigata e un po’ colpita, stile scarno e registro linguistico ripetitivo a parte.
Dopo la terza volta che fanno sesso, però, ci ritroviamo di fronte ad un grave problema. Diventa cioè presto evidente che la cara E. L. James o ha visto troppi porno, o ha solo una vaga idea di come funzioni un uomo. O forse la vaga idea ce l’ho io, boh, ma a me un tizio che riesce a fare sesso cinque volte a distanza di pochi minuti l’una dall’altra risulta poco credibile. O gravemente malato.
Io al posto di Ana un controllino glielo suggerirei.

Questo tizio fa invidia persino al mitico Barney Stinson. Solo che persino Barney ogni tanto si stanca…

LA STORIA

Ecco, andiamo al punto dolente del libro.
Perché, parliamoci chiaro: al fatto che non mi sarebbe piaciuta la scrittura, che mi avrebbero irritato i personaggi, e a tutto il resto di cui ho parlato, ero preparata. Ma al fatto che la storia mi avrebbe totalmente, completamente e definitivamente annoiata… no.
Tralasciando le suddette scene di sesso che ravvivano un po’ il mortorio di questa storia, il resto del romanzo, per me, è un buco nero. Nonostante lo stile scorrevole mi trascinavo avanti a fatica, e più di una volta mi fermavo chiedendomi “Ma che diavolo sto leggendo? Perché non succede nulla?“.
Noioso.
Chi lo sa, forse perché è la copia sputata di Twilight – senza vampiri ricoperti di brillantina e con il sesso -, forse perché ad ogni dialogo con lui o con gli amici di lei che ci provavano pensavo: “Battuta già usata. Situazione già sentita. Stessa identica cosa di Twilight“.  Neanche Twilight, per l’appunto, era riuscito a schifarmi ed annoiarmi tanto.
Abbiamo dozzine di pagine di seghe mentali di lei, intervallate dagli incontri sessuali con lui, durante i quali lei butta all’aria tutte le precedenti seghe mentali, le riflessioni e le decisioni che aveva preso. Poi, appena lui sparisce, ritornano le seghe mentali.
Abbiamo un contratto tra amanti che ci è stato fatto leggere quattro fottutissime volte, e che alla fine lei neanche firma.
Abbiamo altre seghe mentali, lacrimoni, piagnistei, lei che chiede cose e quando le ottiene frigna, lui che è tutto “No, stammi lontana, ma non ti allontanare troppo da me“, gli amici che “Tu sei l’unica donna che voglio, anche se mi rifiuti da cinque anni non voglio cercare una delle altre migliaia di donne al mondo disposte a darmela“, la famiglia che è tutta “Ricordati sempre che noi ci siamo, però vedi di chiamarci tu che alzare la cornetta per sapere come stai mi secca troppo“.
Insomma, abbiamo tutta una serie di cose che, alla fine, per me, rendono questo libro totalmente illegibile.

E saluti all’obbiettività.

VOTO: 2,5/10

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Recensione Libri: In certi quartieri, Mario Valentini

TRAMA:

Una raccolta di racconti composti come il diario di città di un forestiero curioso e un po’ disorientato per strade e quartieri di Palermo. Rumori di fondo tra cui nascono personalissimi umori, e suoni e voci e vizi e stravaganze che lasciano improvvisamente il campo a inaspettati silenzi. Una scrittura semplice e straniante che dichiara tutta la propria simpatia per l’inappartenenza accompagna il lettore attraverso uno dei libri meno palermitani ambientati a Palermo. Tra verità e invenzione, l’autore sceglie l’immaginazione: stare in un posto ma contemporaneamente anche altrove. E i quartieri, i personaggi che li abitano, e che abitano queste storie, in certi casi sembrano quasi sfumare verso territori indistinti, visitabili solo inoltrandosi in un libro di racconti. Unico vero luogo in cui collocare certi quartieri.

RECENSIONE:

In certi quartieri è un libro che ho pescato, più a meno a caso, in uno scatolone pieno di libri vinto con degli amici ad un concorso sui libri. Edito da una “piccola” casa editrice siciliana, Mesogea, mi ha incuriosità più degli altri perché, dal piccolo frammento di contenuti della quarta di copertina, mi aveva intrigato. Lo stile sembrava semplice, ma i contenuti arguti. Questo perché io, nella mia inguaribile ingenuità, in quel piccolo stralcio ho visto qualcosa di metaforico e allusivo.
Invece, a lettura finita, non posso che definire questo libretto in un modo: deludente. Il che è tutto dire, visto che da un libretto del genere non è che le mie aspettative fossero chissà quali.

Il libretto in questione – piccolo da far quasi compassione – si presenta diviso in due parti. Nella prima, il protagonista – un laureando trasferitosi da pochi anni a Palermo, figura in cui è facile riconoscere l’autore stesso, anche lui “emigrato” a Palermo ormai in età adulta – ci rifila un bel po’ di aneddoti sulla Sicilia. Il tono è ironico, a tratti irriverente, ed espone tutto con una semplicità quasi insultante. Il tutto sembra in verità ben distante dalla realtà cittadina a cui personalmente sono abituata (l’episodio sul parcheggiatore abusivo, ad esempio: ci viene presentata un’orda di cittadini palermitani “bene” che difendono a spada tratta questa figura fin troppo diffusa tra le nostre strade. E quando il povero straniero, nella sua inguenuità si ritrova a dire, infuriato, che è un esponente della malavita, un delinquente, un ladro ed un criminale, si sente tacciato di ignoranza, perché il parcheggiatore abusivo è un uomo onesto ed un lavoratore necessario per il bene della città. Ma che stronzata, ne conoscessi uno di palermitano che non odia il parcheggiatore e che non si farebbe dieci chilometri in più piuttosto che pagare questa tassa), ma, in fin dei conti, come detto nella presentazione, questo libro sembra fondere realtà e fantasia, stereotipi e realtà giornaliera.

Nella seconda parte, abbastanza più interessante, ci vengono presentati una serie di personaggi dalle origini più o meno siciliane. Abbiamo l’edicolante fatto impazzire dalla gente che deve decidere come mettere in mostra i prodotti, il filosofo immigrato, il celebre attore che ha fatto la propria fortuna in America. Alcuni episodi strappano una risata, altri fanno sbadigliare, quasi tutti sembrano voler inquadrare – non sempre riuscendoci – una precisa realtà del capoluogo siciliano. Non avesse compiuto una scelta poco riuscita in alcuni casi, sarebbe anche potuto riuscire nell’intento.

Qual è dunque il grande problema di questo libretto, quello che a tratti me l’ha fatto trovare intollerante e che mi ha fatto provare un forte senso di delusione a lettura terminata? Semplice: la scelta dello stile.
Almeno, mi auguro vivamente che di scelta e di stile si tratti, visto che leggo che Valentini tiene anche seminari di scrittura creativa. Il problema è che ho trovato questa scelta, personalmente, estremamente sgradevole.
Le espressioni sono colloquiali, spesso ridondanti, la maggior parte delle volte ripetitive fino alla nausea. La lettura di questi brevissimi racconti su piccoli episodi quasi personali ricorda violentemente la lettura di certi temini di seconda media su “Parlami della tua abitazione”. Il protagonista si perde a raccontarci come si trovi meglio a studiare dopo aver evaquato lo stomaco, e ci spiega a modo suo esponenti della cultura generale, nei toni semplicistici che potrebbe usare un ragazzino con una vaga idea di cosa stia parlando. L’impressione che se ne ricava, oltre ad una grande confusione, è che il personaggio in questione sia tanto convinto di essere meglio degli altri da dover semplificare al massimo gli argomenti di cui sta parlando, perché altrimenti il lettore menomato non riuscirebbe a comprendere.
Esempio plateale di tutti questi difetti (estrema ripetitività, sintassi oltre modo colloquiale e infantile, spiegazione di personaggi in tono semplicistico), messi insieme in pochissime righe, sono i seguenti estratti.

I presocratici, dicevo sempre in quei giorni a tutti i conoscenti con cui, anche per poco, chiacchieravo (tutte persone che non avevano fatto studi classici ma piuttosto economici e giuridici o che non avevano mai fatto studi), i presocratici, dicevo a questi conoscenti (tutte persone con cui potevo fare lo sbruffone e con cui non era necessaio un atteggiamento avvertitamente filologico), i presocrtici erano gente un po’ rozza, ma acuta per tantissimi versi.

Silvio Ingrillì era nato e cresciuto al Borgo Vecchio, città di Palermo. Però il cognome non è originario. Pare venga piuttosto dal Nord Italia. Cominciò a fare teatro nell’imediato dopoguerra. Al Borgo Vecchio il padre di Silvio Ingrillì lavorava da maniscalco. La vena artistica Silvio Ingrillì l’aveva assimilata sin da piccolo da suo padre, che già all’età di otto anni suonava la grancassa nella banda del quartiere.
Poi venne la guerra. Dopo ancora Silvio Ingrillì cominciò a fare treatro.
Con il teatro Silvio Ingrillì divenne famoso, però in America, e il perché lo racconteremo tra poco.

In sostanza, un libro interessante sotto alcuni punti di vista, ma la cui lettura comunque non mi sento di consigliare. Forse potrebbe riultare gradevole a qualche abitante della periferia palermitana, ma in realtà nutro parecchi dubbi anche su questo.

VOTO: 2.5/10

Recensione Libri: Warm Bodies, Isaac Marion

TRAMA:

R è uno zombie in piena crisi esistenziale. Cammina per un’America distrutta dalla guerra, segnata dal caos e dalla fame dissennata dei morti viventi. R, però, è ancora capace di desiderare, non gli bastano solo cervelli da mangiare e sangue da bere. Non ha ricordi né identità, non gli batte più il cuore e non sente il sapore dei cibi, la sua capacità di comunicare col mondo è ridotta a poche, stentate sillabe, eppure dentro di lui sopravvive un intero universo di emozioni. Un universo pieno di meraviglia e nostalgia. Un giorno, dopo aver divorato il cervello di un ragazzo, R compie una scelta inaspettata: intreccia una strana ma dolce relazione con la ragazza della sua vittima, Julie. Un evento mai accaduto prima, che sovverte le regole e va contro ogni logica. Vuole respirare, vuole vivere di nuovo, e Julie vuole aiutarlo. Il loro mondo però, grigio e in decomposizione, non cambierà senza prima uno scontro durissimo con…

STORIA:

Recensire questo libro non è stata un’impresa facile per la sottoscritta. Innanzitutto perché non amo particolarmente recensire libri che non mi sono piaciuti, ma soprattutto perché è un libro dai diversi aspetti che vanno considerati in toto, per dare una visione quanto più obbiettiva possibile di questo romanzo.
Warm Bodies mi è stato prestato mesi orsono, dopo che ne trovai una recensione su internet e che la mia vena masochistica mi urlò “Ma sì! Leggiamolo! Ogni tanto qualcosa di terribilmente trash ci vuole!”. Fortunatamente questo mio sgradevole lato non si fa sentire molto spesso, infatti appena ebbi il libro in mano lo dimenticai in un angolo, posticipando ad oltranza la lettura. Poi, complice la noia estiva ed il bisgono di qualcosa di leggero da portarmi in spiaggia quell’unica volta all’anno in cui mi costringono ad andarci, ho deciso di attaccarlo.
Molti hanno definito questo libro “Il Twilight con gli zombie“. Io, per cercare di restare il più obbiettiva possibile e non odiarlo già dalle prime pagine, ho cercato di convincermi che quello di Marion fosse un esperimento sociologico. Che questo libro fosse stato partorito per rispondere all’annosa domanda: “Ma dopo Twilight, se scrivo una storia d’amore con uno zombie, se la bevono ugualmente?”. Se la vedi in questo modo diventa quasi gradevole la lettura, anche se alla fine questa flebile speranza ti viene impietosamente strappata.

Ma andiamo al libro in sé e per sé.
Inizialmente, sorprendentemente, la scrittura è molto gradevole. Marion scrive decentemente, offre un ottimo punto di vista, spesso ironico ed accattivante, sul mondo apocalittico invaso dagli zombie. La voce narrante appartiene allo zombie protagonista, R, e, soprassedendo ad alcune domande idiote che ti bloccano la lettura (“Ma se non è in grado di parlare e di scrivere, come cavolo mi sta narrando questa storia? O sto leggendo i suoi pensieri e basta?”, cosa che comunque diventa chiara alla fine), il suo punto di vista è gestito molto bene.
Nelle prime pagine viene esplorato il modus vivendi di una variegata comunità di zombie. Non parlano, non comunicano oltre che con gesti e con pochi grugniti monosillabici, eppure hanno una gerarchia sociale, residui di rituali umani come il matrimonio e l’adozione e una scuola in cui addestrare i bambini zombie a mangiare gli umani. E non mangiano il cervello solo per fame e per istinto di sopravvivenza, ma anche per assorbire i ricordi dei Vivi, per avere uno sprazzo di vita in una lunga esistenza di Morte e di annullamento in cui non ricordano nulla della loro vita precedente.
Fino a qui, è tutto molto interessante. Marion ci regala persino un paio di scene pulp che fanno ben sperare per l’esito di questo libro. Forse, ti ritrovi irragionevolmente a sperare, chi ha descritto questo libro come il “Twilight con gli zombie”, ha esagerato nella volontà di smontare il libro.
Ma, ad un certo punto, entra in campo lei, Julie, la bellissima fighetta di turno che, con la sua voglia di vivere e di rivoluzionare il mondo, cambierà tutto.
R mangia il cervello di un ragazzo e viene invaso da un’ondata di ricordi senza precedenti. Quindi, invece di passare noncurante alla vittima successiva, si innamora della ragazza la cui crescita ha appena visualizzato nei ricordi non suoi. E decide di proteggerla dagli altri zombie, di portarsela con sé all’aereoporto dove la sua comunità vive e adottarla come un gattino abbandonato raccattato per strada.
Da questo punto in poi, è l’inizio della fine. I due si innamorano (facile innamorarsi di uno zombie puzzolente che mangia cervelli umani e si esprime solo a sillabe, no?), lui comincia ad umanizzarsi (troppo difficile convincere le ragazzine ad affezionarsi ad un brutto zombie puzzolente. Quindi R parla di più, cammina meglio, ad un certo punto, per qualche motivo incomprensibile, sente persino gli effetti dell’alcol nel cervello, cosa di cui lui stesso si sorprende visto che non ha sangue che circola.  Marion ci tiene a farci sapere che lo sa che è una cosa impossibile, ma avviene comunque, perché sì), e, in una sdolcinata scena d’amore sul tetto di un palazzo i due si baciano. Ma non è lui a contagiare lei con il virus della morte, ma è lei a contagiare lui con il virus della vita, creando insieme un nuovo virus capace di guarire gli zombie dalla morte. Sì, esatto. Li fa tornare in vita.
La morale di questo libro: l’amore può vincere ogni cosa. Anche la morte. Ma qui si esagera. Forse avrei potuto accettare se l’amore li avesse uccisi definitivamente, ma che, dopo anni di morte, ritornino a respirare, sanguinare, guarire e vivere… no.

Oltretutto, benché R sia un personaggio gestito abbastanza bene nella sua zombaggine e persino nella sua progressiva umanizzazione, lei, Julie, è di una vuotezza solo di poco inferiore a quella della famigerata Bella. Accetta tutto così, come viene, senza lottare, protestare, accanirsi, ribellarsi. Segue R alla sua base segreta e se ne sta lì comodamente seduta per una settimana senza quasi provare a scappare. Alla prima occasione, invita R a dormire a letto con lei. Appena lui la raggiunge alla base dei Vivi, lo abbraccia e lo invita a dormire con sé, aiutata dalla sua amica, Nora, che, sebbene gli abbia visto mangiare il cervello di un paio dei suoi amici e non ha neanche la scusa di soffrire della sindrome di stoccolma, la incoraggia a tenerselo in casa fintanto che papà è fuori, e si spaccia anche per la sua fidanzatina.
Insomma, se Marion è discretamente bravo a gestire uno zombie mangiatore di cervelli con una mente piuttosto effervescente, non si rivela altrettanto bravo a gestire i sottili processi mentali di un vivo che lo porta ad avvicinarsi, fidarsi, diventare amico e innamorarsi del prossimo. In fin dei conti è un processo complesso tra esseri umani, figuriamoci tra umani e zombie.

In conclusione, Warm Bodies è un libro che consiglio solamente se si ha una voglia masochistica di leggere qualcosa di terribilmente trash, di farsi quattro risate sull’assurdità della trama e se si vuole completamente spegnere il cervello quando si procede alla lettura.
Ah, e ovviamente, è abbastanza consigliato a chi ha apprezzato Twilight.
Per chi vuole leggere romanzi veri ed interessanti, è totalmente sconsigliato.

VOTO: 4.5/10