Archivi tag: romanzi

Libri: Il Vangelo proibito, David Gibbins

vangelo

TRAMA:

Al largo della costa siciliana Jack Howard, un archeologo di fama mondiale, e il suo inseparabile collega, l’ingegnere Costas Kazantzakis, sono impegnati in un’immersione subacquea alla ricerca di un antico relitto, la nave che nel 60 d.C. portava san Paolo a Roma e naufragò nelle acque del Mediterraneo. Nel frattempo una scossa di terremoto apre un nuovo passaggio nella villa dei Papiri a Ercolano e riporta alla luce una camera segreta. È una scoperta sensazionale: potrebbe trattarsi dello studio privato dell’imperatore Claudio, il luogo dove avrebbe vissuto in incognito gli ultimi anni della sua vita per custodire un oscuro segreto. E così tra antiche cripte e templi dimenticati, pericoli, enigmi e rivelazioni, i due amici intraprendono un viaggio che, da Roma a Londra, dalla California a Gerusalemme, li porterà indietro nel tempo, fino all’alba della cristianità e a un misterioso, inestimabile documento che qualcuno vorrebbe sepolto per sempre…In Vaticano diranno le loro ultime preghiere.

LA MIA OPINIONE:

E se la nostra storia fosse basata su una menzogna? Questa la scritta che, sul retro del libro, vuole spingere la curiosità del lettore a fargli comprare il libro. In realtà questa scritta ci presenta già ottimamente l’opera che ci troviamo di fronte, che sembra fare dei “se” la sua attrattiva principale. Infatti, quello che l’autore ci presenta, sono una serie interminabile di “e se…” che lui ha voluto sviluppare.
Cosa sarebbe successo se… l’imperatore Claudio (Tiberio Claudio Cesare Augusto Germanico per gli amici) avesse incontrato Gesù Cristo, nell’epoca in cui quest’ultimo iniziava a predicare?
E se l’avesse convinto a rilasciare un vangelo scritto, prevedendo come i suoi futuri seguaci avrebbero travisato le sue parole?
E se Claudio non fosse morto nel 54 D.C., come tutti noi sappiamo, ma avesse inscenato la propria dipartita per andare a vivere la vecchiaia in solitudine e tranquillità?
E se fosse andato a vivere ad Ercolano, dove è stato sorpreso dall’eruzione vulcanica nel 79 D.C.?
E se Plinio il Vecchio fosse stato, insieme ai suoi schiavi, l’unico a sapere che era vivo?
E se Claudio avesse lasciato a Plinio il Vecchio gli indizi per poter ritrovare il precedentemente nascosto Vangelo di Cristo?
E se, ai tempi nostri, un terremoto rivelasse un’area degli scavi di Ercolano ancora sconosciuta rimasta miracolosamente intatta, così da poter avviare questa caccia al tesoro?
E se la chiesa, per una serie di incredibilmente fortuite coincidenze, sapesse dell’esistenza di questo Vangelo fin dalla sua origine, e adesso avesse deciso che non vuole che le parole vergate dal suo Dio non vengano mai rivelate?
E se… insomma, avete capito l’antifona.

Questo libro è interamente costruito su una serie di se cui si fa sinceramente fatica a credere, su ancora più incredibili coincidenze, totalmente inarrivabili intuizioni geniali basate sul nulla, scoperte archeologiche favolose e miracolose ed eventi tirati uno dopo l’altro in modo quasi completamente scollegato.
La storia, di per sé di una banalità mostruosa – quanti ne abbiamo visti negli ultimi tempi di libri basati su questo identico concetto? Milioni. E di sicuro questo non è uno dei più brillanti – viene gestita anche male, facendo muovere i personaggi in modo poco realistico e con personalità già viste e già sentite (per dirne una, l’archeologo protagonista soffre di claustrofobia, ricorda nulla? Se avete letto i libri di Dan Brown dovrebbe esservi quantomeno familiare). La scrittura non è neance particolarmente scorrevole, solito pregio di questi romanzi senza troppe pretese, infatti fino a pagina 100/150 si compie un’estrema fatica ad andare avanti. Solo verso pagina 200 la storia comincia leggermente ad ingranare, e giusto nelle ultime 50 pagine si riesce a gustare per un effimero attimo la lettura.

Alla fine l’unica parte meritevole di non essere completamente svalutata è la fantasia dell’autore e la sua padronanza della storia. Non che ci si potrebbe aspettare di meno, visto che Gibbins è, apparentemente, prima di tutto un archeologo.
Chissà, forse viaggia così tanto con la fantasia e fa compiere ai suoi personaggi ritrovamente al limite del possibile proprio perché il suo lato archeologo non è soddisfatto dagli scavi archeologici reali. E per questo riesco quasi a provare tenerezza per lui.

Lasciamo la parola alla povera Lhyà, che questa volta è uscita veramente poco soddisfatta dal nutrimento ricevuto.

il vangelo proibito

Annunci

Recensione Libri: Cinquanta Sfumature di Grigio, E. L. James

Ok, dunque. Recensire questo libro, per me, oggi, sarà un’impresa difficile.
Non perché sono contrastata tra un perverso piacere provato nel leggerlo ed un odio superficiale. Tutt’altro. Perché voglio mantenere un certo livello di obiettività, e con questo libro non sembra essere una cosa facile.
Basta guardarsi intorno. La maggior parte delle reazioni negative è stata di tre tipi:
– l’orda delle femministe indignate. “Ma come, abbiamo lottato anni per i nostri diritti e poi ci viene propinata questa pappina in cui si loda la sottomissione della donna!“. A me questa reazione fa ridere. E’ come dire che abbiamo lottato per anni per rendere illegale la pedofilia, eppure ancora si trova Lolita nelle librerie. Sì, per carità, Lolita è un capolavoro e questo è un orrore letterario, ma non credo si possa concedere la libertà di stampa solo se il valore dell’opera è alto. Inoltre, non sono nemmeno d’accordo nel sostenere che è un libro maschisilsta che sostiene che la donna debba essere sottomessa. La sottomissione di cui si parla in questo libro è una sottomissione sessuale, e se a qualcuno piace, affari suoi. Di certo non devo essere io a giudicare i gusti sessuali della scrittrice o dei lettori;
– l’ondata degli offesi dal marketing – di cui, lo ammetto, faccio parte. Quelli che “Ci stanno rompendo le palle con tutta questa pubblicità“. Parole sante, ma di certo non è colpa del libro in sé e per sé, quindi cerchiamo di dimenticarci tutto questo osceno rimbalzo mediatico a cui siamo stati sottoposti;
– infine, i delusi, quelli che “Mah, dicevano che era il libro sul sadomaso per eccellenza, eppure ci sono a malapena qualche sculacciata e giusto un paio di manette. Dicevano che era un libro erotico ma non si basa solo sul sesso. Dicevano che…“. Ebbene, anche qui, secondo me, la colpa non è del libro. E’ colpa di questa malata manovra di marketing che è stata attuata per portare le vendite alle stelle. La manovra è riuscita, e, come detto sopra, non si può non esserne irritati. Ma io me la prendo col pubblicitario, non con un libro che di certo non ha chiesto di essere pubblicizzato in questo modo.
Sì, ho un punto di vista piuttosto malato, lo so.

Fatta questa premessa, andiamo finalmente a parlare del libro vero e proprio.

LA SCRITTURA

La scrittura è indubbiamente scorrevole, e so che per molti questo è un pregio. A me, purtroppo, non basta.
Non mi basta che la scrittura sia scorrevole se questo effetto è dato da una velocità quasi riassuntiva della narrazione. Nelle prime pagine particolarmente, anche se per fortuna quest’effetto si attenua andando avanti, si ha l’impressione di stare leggendo il riassunto del riassunto del diario di un’adolescente raccontato alla compagna di banco durante i quindici minuti di intervallo. Le frasi smozzate scorrono velocemente, raccontando senza emozioni e senza accenti una storia che quasi sembra essere quella di qualcun altro. Uno stile che di per sé non è male, ma che personalmente trovo totalmente inadatto per un racconto in prima persona di un’esperienza amorosa.
Il registro linguistico, poi, è ripetitivo, ridondante, scarno e privo di variazioni. Anche qui, visto che la voce narrante si vanta di essere una letterata, ci si potrebbe aspettare di meglio. Un esempio tra tutti, portato da molti recensori, è il modo in cui la cara Ana definisce le proprie intimità.
Le parti intime, le parti basse, le pudenda, la vagina, l’apparato riproduttivo, la fica, il frutto proibito, la vulva, il sesso femminile, la patata, i genitali femminili, l’organo sessuale… sono semplicemente , scritto rigorosamente in corsivo.
Lei prova piacere , lui la tocca , lei sente fremere, lui la bacia , lei… di nuovo sente fremere . Eccetera. Solo, sempre e comunque, .
Scelta che potrebbe anche andare bene finché è una casta e virginea ragazza che non sa neanche cosa vuol dire “toccarsi“. Ma quando si trasforma in una regina del sesso ventiquattro ore su ventiquattro, ad un certo punto, potrebbe anche diventare giusto leggermente più spudorata. Cambiare proprio un pelo il registro linguistico. Perché, sinceramente, alla cinquecentesima volta che leggo “Lui mi toccò , proprio “, ho voglia di prendere il libro e lanciarlo dalla finestra.
Ovviamente il problema del registro linguistico non è un problema solo di questo termine, ma questo è il caso più eclatante dell’intero libro.

I PERSONAGGI

Ho letto, in giro, chi ritiene che “Noi donne leggiamo questo libro solo per Grey. E’ affascinante, è bello e misterioso, è il prototipo dell’uomo che vorremmo avere. Questi libri si fanno leggere solo per lui“.
Indubbiamente il caro Mr. Grey ottimo direi – è reso come un personaggio affascinante, carismatico, magnetico. Ma di qui a dire che è un personaggio reso talmente bene da farci andare avanti nella storia solo per lui… no comment.
Tutti i personaggi, in questo romanzo, mancano, per non dire di intelligenza, di logica narrativa.
Analizziamoli nel dettaglio.
GREY: una pagina le dice “Devi starmi lontana Anastasia, non sono il tipo per te” (suona familiare? No? Beati voi), tre pagine dopo le regala libri dal valore superiore ai ventimila dollari. Facile starti lontano così, no? Ovviamente la scusa è sempre quella del “Hai qualcosa a cui non riesco a resistere, non riesco a starti lontano“. Ma vaffanculo.
Non ci dimentichiamo poi che lui “non dorme con nessuno“, e ogni singola volta che capita l’occasione dormono insieme. Lui “non fa l’amore. Fotte… senza pietà“, dichiara, per poi pregarla, cinque minuti dopo, di fare l’amore.
E non venitemi a dire che è perché ne è innamorato, grazie. Uno non si innamora e non butta all’aria trent’anni di pratiche e solide convinzioni dopo due incontri.
E non sto a sottolineare il fatto che, più che una sottomessa, quest’uomo vuole una bambina. “Mangia“. “Asciugati i capelli“. “Lavati i denti“. Ma che cazz…

ANASTASIA: ci viene presentata come un’handicappata con poche capacità motorie. La prima cosa che fa appena entrata nell’ufficio di Grey è cadere e stare cinque minuti prostrata nel suo ufficio prima di capire da che parte sta il sopra e da che parte sta il sotto. Poche pagine dopo inciampa e rischia di essere falciata da un ciclista, giusto in tempo per farsi prendere al volo da Mr. Grey – ottimo direi – e regalarci una scena strappalacrime in cui lei freme per essere baciata e lui la respinge malamente. Poi, a quanto pare, l’escamotage delle cadute non è più necessario. Nelle restanti seicento pagine di libro, infatti, non inciampa più. Neanche quando si ritrova a correre con i tacchi alti per un giardino infangato.
Poi. Alla prima volta che piange la sua migliore amica comincia a strillare “Che succede Ana?! Perché piangi? Tu non piangi mai!“. Piange tra le otto e le undici volte nel libro, a volte più di una volta al giorno. Dico, ma se ci vuoi rappresentare un’eroina forte e dura, è così difficile cercare di mostrarcela in questo modo?
Ana, infine, ci viene descritta come una donna di cultura, una neolaureata in letteratura con un bagaglio culturale non indifferente. Lei legge solo classici, lei è l’ultima Bohèmienne dei nostri tempi, lei è la donna più intelligente che tutti gli altri personaggi del libro conoscono. Poi, quando alla radio Grey mette Verdi, non solo non lo riconosce (cosa che ci può anche stare, non sono così pretenziosa), ma lo cambia con una canzone di Britney Spears.
Tu, scrittrice, vuoi che odio svisceratamente il tuo personaggio.

LA MIGLIORE AMICA DI ANA: prima lancia l’amica tra le braccia del bello, ricco e misterioso Grey, poi non fa che dirle di stargli alla larga. Cerca di farlo incazzare con lei dicendo che vuole proteggerla. Poi, ad un certo punto, parte dicendo che le dispiace lasciarla in un momento difficile, ma non riesce neanche a trovare trenta secondi per farle una telefonata e assicurarsi che non sia morta.

Potrei continuare così per ore, analizzando ogni singolo personaggio fino a concludere con le semplici comparse del libro: tutti, infatti, sono costruiti sulla stessa falsariga dei precedenti.

LE SCENE DI SESSO

Probabilmente quelle descritte meglio. Sono state quelle che, all’inizio, un po’ mi hanno intrigata e un po’ colpita, stile scarno e registro linguistico ripetitivo a parte.
Dopo la terza volta che fanno sesso, però, ci ritroviamo di fronte ad un grave problema. Diventa cioè presto evidente che la cara E. L. James o ha visto troppi porno, o ha solo una vaga idea di come funzioni un uomo. O forse la vaga idea ce l’ho io, boh, ma a me un tizio che riesce a fare sesso cinque volte a distanza di pochi minuti l’una dall’altra risulta poco credibile. O gravemente malato.
Io al posto di Ana un controllino glielo suggerirei.

Questo tizio fa invidia persino al mitico Barney Stinson. Solo che persino Barney ogni tanto si stanca…

LA STORIA

Ecco, andiamo al punto dolente del libro.
Perché, parliamoci chiaro: al fatto che non mi sarebbe piaciuta la scrittura, che mi avrebbero irritato i personaggi, e a tutto il resto di cui ho parlato, ero preparata. Ma al fatto che la storia mi avrebbe totalmente, completamente e definitivamente annoiata… no.
Tralasciando le suddette scene di sesso che ravvivano un po’ il mortorio di questa storia, il resto del romanzo, per me, è un buco nero. Nonostante lo stile scorrevole mi trascinavo avanti a fatica, e più di una volta mi fermavo chiedendomi “Ma che diavolo sto leggendo? Perché non succede nulla?“.
Noioso.
Chi lo sa, forse perché è la copia sputata di Twilight – senza vampiri ricoperti di brillantina e con il sesso -, forse perché ad ogni dialogo con lui o con gli amici di lei che ci provavano pensavo: “Battuta già usata. Situazione già sentita. Stessa identica cosa di Twilight“.  Neanche Twilight, per l’appunto, era riuscito a schifarmi ed annoiarmi tanto.
Abbiamo dozzine di pagine di seghe mentali di lei, intervallate dagli incontri sessuali con lui, durante i quali lei butta all’aria tutte le precedenti seghe mentali, le riflessioni e le decisioni che aveva preso. Poi, appena lui sparisce, ritornano le seghe mentali.
Abbiamo un contratto tra amanti che ci è stato fatto leggere quattro fottutissime volte, e che alla fine lei neanche firma.
Abbiamo altre seghe mentali, lacrimoni, piagnistei, lei che chiede cose e quando le ottiene frigna, lui che è tutto “No, stammi lontana, ma non ti allontanare troppo da me“, gli amici che “Tu sei l’unica donna che voglio, anche se mi rifiuti da cinque anni non voglio cercare una delle altre migliaia di donne al mondo disposte a darmela“, la famiglia che è tutta “Ricordati sempre che noi ci siamo, però vedi di chiamarci tu che alzare la cornetta per sapere come stai mi secca troppo“.
Insomma, abbiamo tutta una serie di cose che, alla fine, per me, rendono questo libro totalmente illegibile.

E saluti all’obbiettività.

VOTO: 2,5/10

Recensione Libri: Hyperion, Dan Simmons

TRAMA:

Sette pellegrini in viaggio verso le Tombe del Tempo. Ciascuno con un terribile segreto e una speranza. Attraverso la galassia in guerra vanno incontro allo Shrike: un semidio metallico e assetato sangue, dominatore di Hyperion. Nella valle delle Tombe del Tempo, di fronte allo Shrike, si compirà il loro destino. Per uno, uno solo, la realizzazione del più grande dei sogni. Un’affascinante e del tutto inedita epopea stellare. Una formidabile avventura nel tempo e nello spazio, fino alle ultime frontiere della scienza e della fantasia.

RECENSIONE:

Come al solito, nell’iniziare questo libro avevo solamente una vaga idea di quello a cui andavo incontro. Per questo, onestamente, nelle prime pagine, nonostante mi fosse stato entusiasticamente consigliato, mi sono ritrovata a storcere un po’ il naso. Non che mi dispiacesse, per carità, ma mi stava lasciando leggermente perplessa.
Fortunatamente, avanzando con la lettura, sono stata pienamente contraddetta.
Hyperion è un libro di fantascienza, anzi, un Signor libro di Fantascienza, con la F maiuscola. Era dai tempi della Fondazione di Asimov che un libro di fantascienza non mi lasciava tanto soddisfatta.
Il mondo rappresentato in questo fantastico libro è, ovviamente, un nostro futuro. Non ci viene fatta una lunga, noiosa e dettagliata presentazione: già dalle prime pagine veniamo catapultati nello scorrere degli eventi, nei vicoli delle città, nelle tortuose ambiguità dei ricordi dei vari personaggi giostrati con maestria dall’incredibile Simmons.
Piano piano, la storia, la civiltà e la complessa struttura di questo universo ci viene chiarita. Velo dopo velo viene sottratto, mostrandoci questa organizzazione incredibile, fin nei suoi più profondi intrighi e orrori nascosti.

Siamo nel ventottesimo secolo. Un grande Errore ha distrutto la Vecchia Terra (ma si tratterà veramente di un errore?) e l’umanità si è sparpagliata in decine di pianeti più o meno piccoli, una rete di mondi colonizzati governata dall’Egemonia. Hyperion è uno di questi pianeti, non uno dei più grandi, non uno dei più importanti politicamente. Anzi, a dire il vero, non fa neanche ancora parte completamente dell’Egemonia. Ma qui risiede qualcosa di unico e irripetibile: su Hyperion, infatti, abita lo Shrike, una sorta di divinità meccanica che sembra aver potere sul tempo e sulla vita degli uomini.
Ogni anno, molte persone – scelte tra i più fedeli – fanno un pellegrinaggio allo Shrike, con qualche desiderio in tasca. I pellegrini devono andare in un numero primo, e solo il desiderio di uno di loro verrà realizzato. Gli altri verranno assassinati.
In un momento in cui una nuova guerra sta per scoppiare, un ultimo pellegrinaggio viene mandato incontro a questa divinità. Sette, tra uomini e donne, sono diretti ad incontrare lo Shrike. Il loro è un pellegrinaggio più unico che raro: nessuno di loro, infatti, è un fedele di questa religione.
Per affrontare il viaggio, e con la speranza che questo possa salvare le loro vite nel momento chiave, i sette decidono di narrare ognuno la propria storia.
Ed è in questo che risiete il nucleo pulsante di questa strepitosa opera di fantascienza.
Piano piano, racconto dopo racconto, il puzzle di questa società incredibile si completa, si complica, si rafforza e si dipana, rivelando intrighi, misteri, magie del futuro e una storia profonda e ben strutturata.
Hyperion sembra ricalcare le orme del celebre “The Canterbury Tales“, sebbene il numero di pellegrini sia molto inferiore.
Il mondo, anzi, il futuro che ci viene presentato, pur nella sua assurda fantascientificità, appare solido e credibile. Anche questa era una sensazione che non provavo dai tempi della Fondazione. L’universo nella sua impossibilità sembra plausibile, anzi, probabile. Nella sua descrizione minuziosa e puntigliosa sembra già reale, già avvenuto. E’ un dono che pochi scrittori possiedono, quello di creare, con una tale precisione e una tale consapevolezza di dettagli, un intero universo, capace di portare il lettore a provare l’ambigua sensazione di conoscerlo da sempre.

Insomma. Dopo tante parole, il concetto è solo uno, puro e semplice: Hyperion è un libro meraviglioso. Non credo che si debba essere appassionati di fantascienza per apprezzare la sua sottile complessità, il suo universo intricato, la sua scrittura precisa e coinvolgente.
Nonostante sia il primo volume di una tetralogia, è un libro autoconclusivo. Nelle intenzioni di Dan Simmons, infatti, non doveva avere altri seguiti. Sicuramente, personalmente, leggerò anche i seguiti, ma già questo libro, da solo, è un piccolo tesoro.
Da leggere. Raramente mi sono sentita di consigliare un altro libro tanto quanto consiglio vivamente questo.

VOTO: 10/10

Recensione Libri: La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo, Audrey Niffenegger

Mi dispiace deludervi, ma non parleremo della fantastica River Song.

La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo” è il romanzo d’esordio della brillante Audrey Niffenegger, scrittrice statunitense.
Ecco, scusatemi un attimo, fermiamoci un istante ad analizzare questo fatto: è il suo romanzo d’esordio. Consiglio a tutti i recensori italiani che sono particolarmente indulgenti con certe boiate della nostra moderna editoria, dicendo “Sì, ma dai, è solo il suo primo romanzo, non c’è bisogno di devastarlo”, di leggersi questo romanzo. Ecco come dovrebbe essere un romanzo d’esordio: già completo. Per carità, lo stile dell’autore può cambiare, ma dev’essere un vero romanzo, deve possedere competenze linguistiche, grammaticali e narrative.
Ok, torniamo all’argomento principale.
Devo essere sincera: nel recensire questo libro sarò ben poco oggettiva e molto emotiva. Sarà che sono a metà del ciclo, che ci volete fare. La verità è che l’ho finito questa notte dopo ore di trepidante lettura, che l’ho amato fin dalle prime pagine, e ho sbattuto più volte gli occhi per evitare che una disgraziata lacrimuccia facesse capolino dai miei occhi traditori nelle ultime pagine. Se me lo chiedete, insisterò fino alla morte che erano le due di notte, c’era poca luce e mi bruciavano tremendamente gli occhi.
Il semplice concetto che sto cercando di elaborare è che questo libro è sublime. E’ un piccolo capolavoro, una lunga poesia d’amore e d’avvenutra che è riuscita a fare breccia persino nel mio cuore inacidito e anti-romantico.
Ma partiamo dall’inizio.

Clare ha sei anni quando trova Henry, nudo e trentaseienne, nel giardino di casa dove solitamente va a rifugiarsi per stare in tranquillità, lontana dalla caotica famiglia. Il loro primo incontro, tralasciando la non indifferente differenza d’età, è decisamente anticonvenzionale: lei gli tira una scarpa in bocca, e lui le rivela di essere un viaggiatore nel tempo, prima di sparire come se non fosse mai esistito.
Henry ha ventotto anni quando una rossa ventenne gli salta praticamente addosso sul posto di lavoro, dichiarando di conoscerlo da quando ne ha memoria e costringendolo ad accettare un appuntamento con lei.
Da questo momento i pezzi del puzzle vanno lentamente al loro posto: il passato di Clare, che coincide con il futuro di Henry, viene lentamente rivelato in una serie di piccoli episodi che chiariscono uno alla volta l’ambiguità e la stranezza del loro unicissimo rapporto.

Sì, perché la realtà è semplice: Henry, per una rarissima (ma, come si scopre nel corso del libro, non unica) malattia genetica è quello che verrà definito una PCDPersona Cronolicamente Disorientata -, che si ritrova, contro la sua volontà, ad effettuare balzi spaziotemporali in momenti di particolare stress o stimoli nervosi.

“La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo” è un romanzo che parla di libero arbitrio, di destino e di volontà. E’ un romanzo che parla d’amore, di distanza e incomunicabilità all’interno della coppia. E’ un romanzo che sviscera le possibilità di un viaggio nel tempo e del conoscere il proprio futuro, e tutti i problemi e i paradossi inspiegabili che possono nascere da questa situazione – come il fatto che Henry consegna alla piccola Clare una lista di tutte le date in cui si troverà nel suo giardino, lista di cui è a conoscenza perché Clare gliel’ha fornita quando si sono incontrati nel presente, e lista che lei ovviamente possiede perché lui gliel’ha dettata, eccetera, eccetera, eccetera.
E’ un romanzo che coinvolge, appassiona, commuove, fa innamorare, instristisce e fa sorridere come dei deficienti.
Parola dell’anti-romantica per eccellenza, che si è trovata comunque a fare il tifo per questa strana coppia inseparabile e a soffrire per le loro sofferenze, a ridere per le loro gioie. Credo, e lo crederò sempre, che sia questo il risultato più grande che possa ottenere un libro: quello di farti sentire parte di una famiglia, di farti entrare dentro il libro e darti la sensazione inequivocabile di perdita quando infine lo chiudi e lo metti da parte.
C’è ben poco da dire.

VOTO: 9.8/10 (giusto perché dare dieci su dieci mi risulta difficile)

Recensione Libri: La Trilogia di Bartimeus, Jonathan Stroud

Quando la mattina ti alzi presto, fai mille cose, vai a lavorare, alle sette, quando esci, ti vedi con gli amici, rientri veramente tardi la sera e hai gli occhi che ti bruciano per aver letto tutto il giorno numeri dall’elenco telefonico e hai la testa che ti scoppia implorandoti un’oretta di sonno, ma tu ti metti comunque a leggere, giusto per andare avanti di poche pagine, e improvvisamente alzi lo sguardo ed è passata un’ora e mezza, allora capisci che quel libro è veramente un bel libro.
Questo è quello che a me è capitato con la Trilogia di Bartmeus, e specialmente con l’ultimo volume della suddetta, “La porta di Tolomeo”.
Ma andiamo con ordine.

 La Trilogia di Bartimeus è un fantasy dal respiro ampio, che intrattiene piacevolmente strappandoti spesso qualche sorriso e con una stoccata di satira qua e là che conquista definitivamente.
Il mondo raccontato in questi romanzi è un modo per molti versi identico al nostro, ma principalmente per uno completamente discordante: in questo mondo esiste la magia. O meglio, esistono gli Spiriti (volgarmente denominati demoni), entità che i maghi convocano a loro piacimento per sfruttarne risorse, servizi e poteri. Con la forza che questi esseri gli concedono, i maghi sono al governo, a capo di quella che è concretamente una dittatura in cui i comuni (cioè i non-maghi) sono praticamente schiavizzati. I maghi governano – e neanche tanto bene – e i comuni, mezzi morti di fame, fanno i lavori più umili, li servono, li riveriscono, combattono per loro e devono sempre abbassare la testa.
Fin dal primo capitolo della prima trilogia cominciamo piano piano ad esplorare e scoprire il mondo di questo maghi. Nathaniel, appena un bambino, viene ceduto dai genitori per essere educato alla magia e cresciuto per diventare un membro del governo. Quasi subito, sotto consiglio della moglie del suo maestro, Nathaniel ha chiaro il suo obbiettivo: arrivare in alto, scalando i gradini del governo dell’impero britannico.
Così, a soli dodici anni, Nathaniel compie la sua prima evocazione, convocando il jinn Bartimeus.
Da questo momento il destino del mago e del jinn sono legati indissolubilmente, in un susseguirsi di eventi grazie ai quali Nathaniel piano piano riuscirà nei suoi obbiettivi.

 La Trilogia attraversa più o meno – con ampi balzi temporali – circa cinque anni della vita del ragazzo, seguendolo nel suo percorso: da giovane apprendista promettere, a giovanissimo membro del governo, a estremamente giovane Ministro dell’Informazione.
Una dopo l’altra Nathaniel – o, per meglio dire, Bartimeus, che segue gli ordini di Nathaniel – affronta un susseguirsi di catastrofi, sventa una sequela di avvenimenti volti a sovvertire l’ordine dell’Impero e si guadagna la fiducia del Primo Ministro. Per fare questo, il giovane ambizioso è costretto a chiudere dietro una porta ideali, credenze e umanità, per mostrarsi sempre all’altezza della situazione. Il lettore non potrà che tifare per il ragazzo, provando comunque un po’ di irritazione e un po’ di compassione per il suo continuo allontanarsi dal sé che era stato.
Almeno fino all’ultimo libro, in cui la maschera finalmente cadrà e il mago capirà finalmente che cosa ha perso nella sua vana scalata alla gloria.

 I tre volumi che costituiscono questa saga sono uno più bello dell’altro. Man mano che Nathaniel cresce, anche i temi da affrontare si fanno più corposi. Mentre il primo libro è la disperata ricerca di approvazione di un bambino, nel secondo e ancora di più nel terzo veniamo a conoscenza di quanto siano umiliati e maltrattati e comuni, di come essi non possono difendersi e men che meno esprimere le loro opinioni.
Questi libri sono, molto semplicemente, scritti bene. Il ritmo incalzante della storia – e lo stile un po’ scanzonatorio e irriverente della narrazione dal punto di vista di Bartimeus – non permettono al lettore di distaccarsi per troppo tempo dalla lettura. Oltretutto, notare le piccole differenze tra questo mondo e il loro, sentire nominati grandi personaggi storici nell’ambito magico e scoprire come in questo mondo sono state realizzate alcune delle “nostre” grandi imprese, è un piccolo divertimento che si sussegue incessante nei vaghi riferimenti di Bartimeus alle sue imprese passate.

In breve, un libro consigliato a “grandi e piccini”, una lettura godibile e rilassante ma anche con sporadici punti di riflessione.

VOTO: 8.5-9/10