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Recensione Libri: Hyperion, Dan Simmons

TRAMA:

Sette pellegrini in viaggio verso le Tombe del Tempo. Ciascuno con un terribile segreto e una speranza. Attraverso la galassia in guerra vanno incontro allo Shrike: un semidio metallico e assetato sangue, dominatore di Hyperion. Nella valle delle Tombe del Tempo, di fronte allo Shrike, si compirà il loro destino. Per uno, uno solo, la realizzazione del più grande dei sogni. Un’affascinante e del tutto inedita epopea stellare. Una formidabile avventura nel tempo e nello spazio, fino alle ultime frontiere della scienza e della fantasia.

RECENSIONE:

Come al solito, nell’iniziare questo libro avevo solamente una vaga idea di quello a cui andavo incontro. Per questo, onestamente, nelle prime pagine, nonostante mi fosse stato entusiasticamente consigliato, mi sono ritrovata a storcere un po’ il naso. Non che mi dispiacesse, per carità, ma mi stava lasciando leggermente perplessa.
Fortunatamente, avanzando con la lettura, sono stata pienamente contraddetta.
Hyperion è un libro di fantascienza, anzi, un Signor libro di Fantascienza, con la F maiuscola. Era dai tempi della Fondazione di Asimov che un libro di fantascienza non mi lasciava tanto soddisfatta.
Il mondo rappresentato in questo fantastico libro è, ovviamente, un nostro futuro. Non ci viene fatta una lunga, noiosa e dettagliata presentazione: già dalle prime pagine veniamo catapultati nello scorrere degli eventi, nei vicoli delle città, nelle tortuose ambiguità dei ricordi dei vari personaggi giostrati con maestria dall’incredibile Simmons.
Piano piano, la storia, la civiltà e la complessa struttura di questo universo ci viene chiarita. Velo dopo velo viene sottratto, mostrandoci questa organizzazione incredibile, fin nei suoi più profondi intrighi e orrori nascosti.

Siamo nel ventottesimo secolo. Un grande Errore ha distrutto la Vecchia Terra (ma si tratterà veramente di un errore?) e l’umanità si è sparpagliata in decine di pianeti più o meno piccoli, una rete di mondi colonizzati governata dall’Egemonia. Hyperion è uno di questi pianeti, non uno dei più grandi, non uno dei più importanti politicamente. Anzi, a dire il vero, non fa neanche ancora parte completamente dell’Egemonia. Ma qui risiede qualcosa di unico e irripetibile: su Hyperion, infatti, abita lo Shrike, una sorta di divinità meccanica che sembra aver potere sul tempo e sulla vita degli uomini.
Ogni anno, molte persone – scelte tra i più fedeli – fanno un pellegrinaggio allo Shrike, con qualche desiderio in tasca. I pellegrini devono andare in un numero primo, e solo il desiderio di uno di loro verrà realizzato. Gli altri verranno assassinati.
In un momento in cui una nuova guerra sta per scoppiare, un ultimo pellegrinaggio viene mandato incontro a questa divinità. Sette, tra uomini e donne, sono diretti ad incontrare lo Shrike. Il loro è un pellegrinaggio più unico che raro: nessuno di loro, infatti, è un fedele di questa religione.
Per affrontare il viaggio, e con la speranza che questo possa salvare le loro vite nel momento chiave, i sette decidono di narrare ognuno la propria storia.
Ed è in questo che risiete il nucleo pulsante di questa strepitosa opera di fantascienza.
Piano piano, racconto dopo racconto, il puzzle di questa società incredibile si completa, si complica, si rafforza e si dipana, rivelando intrighi, misteri, magie del futuro e una storia profonda e ben strutturata.
Hyperion sembra ricalcare le orme del celebre “The Canterbury Tales“, sebbene il numero di pellegrini sia molto inferiore.
Il mondo, anzi, il futuro che ci viene presentato, pur nella sua assurda fantascientificità, appare solido e credibile. Anche questa era una sensazione che non provavo dai tempi della Fondazione. L’universo nella sua impossibilità sembra plausibile, anzi, probabile. Nella sua descrizione minuziosa e puntigliosa sembra già reale, già avvenuto. E’ un dono che pochi scrittori possiedono, quello di creare, con una tale precisione e una tale consapevolezza di dettagli, un intero universo, capace di portare il lettore a provare l’ambigua sensazione di conoscerlo da sempre.

Insomma. Dopo tante parole, il concetto è solo uno, puro e semplice: Hyperion è un libro meraviglioso. Non credo che si debba essere appassionati di fantascienza per apprezzare la sua sottile complessità, il suo universo intricato, la sua scrittura precisa e coinvolgente.
Nonostante sia il primo volume di una tetralogia, è un libro autoconclusivo. Nelle intenzioni di Dan Simmons, infatti, non doveva avere altri seguiti. Sicuramente, personalmente, leggerò anche i seguiti, ma già questo libro, da solo, è un piccolo tesoro.
Da leggere. Raramente mi sono sentita di consigliare un altro libro tanto quanto consiglio vivamente questo.

VOTO: 10/10

Recensione Libri: In certi quartieri, Mario Valentini

TRAMA:

Una raccolta di racconti composti come il diario di città di un forestiero curioso e un po’ disorientato per strade e quartieri di Palermo. Rumori di fondo tra cui nascono personalissimi umori, e suoni e voci e vizi e stravaganze che lasciano improvvisamente il campo a inaspettati silenzi. Una scrittura semplice e straniante che dichiara tutta la propria simpatia per l’inappartenenza accompagna il lettore attraverso uno dei libri meno palermitani ambientati a Palermo. Tra verità e invenzione, l’autore sceglie l’immaginazione: stare in un posto ma contemporaneamente anche altrove. E i quartieri, i personaggi che li abitano, e che abitano queste storie, in certi casi sembrano quasi sfumare verso territori indistinti, visitabili solo inoltrandosi in un libro di racconti. Unico vero luogo in cui collocare certi quartieri.

RECENSIONE:

In certi quartieri è un libro che ho pescato, più a meno a caso, in uno scatolone pieno di libri vinto con degli amici ad un concorso sui libri. Edito da una “piccola” casa editrice siciliana, Mesogea, mi ha incuriosità più degli altri perché, dal piccolo frammento di contenuti della quarta di copertina, mi aveva intrigato. Lo stile sembrava semplice, ma i contenuti arguti. Questo perché io, nella mia inguaribile ingenuità, in quel piccolo stralcio ho visto qualcosa di metaforico e allusivo.
Invece, a lettura finita, non posso che definire questo libretto in un modo: deludente. Il che è tutto dire, visto che da un libretto del genere non è che le mie aspettative fossero chissà quali.

Il libretto in questione – piccolo da far quasi compassione – si presenta diviso in due parti. Nella prima, il protagonista – un laureando trasferitosi da pochi anni a Palermo, figura in cui è facile riconoscere l’autore stesso, anche lui “emigrato” a Palermo ormai in età adulta – ci rifila un bel po’ di aneddoti sulla Sicilia. Il tono è ironico, a tratti irriverente, ed espone tutto con una semplicità quasi insultante. Il tutto sembra in verità ben distante dalla realtà cittadina a cui personalmente sono abituata (l’episodio sul parcheggiatore abusivo, ad esempio: ci viene presentata un’orda di cittadini palermitani “bene” che difendono a spada tratta questa figura fin troppo diffusa tra le nostre strade. E quando il povero straniero, nella sua inguenuità si ritrova a dire, infuriato, che è un esponente della malavita, un delinquente, un ladro ed un criminale, si sente tacciato di ignoranza, perché il parcheggiatore abusivo è un uomo onesto ed un lavoratore necessario per il bene della città. Ma che stronzata, ne conoscessi uno di palermitano che non odia il parcheggiatore e che non si farebbe dieci chilometri in più piuttosto che pagare questa tassa), ma, in fin dei conti, come detto nella presentazione, questo libro sembra fondere realtà e fantasia, stereotipi e realtà giornaliera.

Nella seconda parte, abbastanza più interessante, ci vengono presentati una serie di personaggi dalle origini più o meno siciliane. Abbiamo l’edicolante fatto impazzire dalla gente che deve decidere come mettere in mostra i prodotti, il filosofo immigrato, il celebre attore che ha fatto la propria fortuna in America. Alcuni episodi strappano una risata, altri fanno sbadigliare, quasi tutti sembrano voler inquadrare – non sempre riuscendoci – una precisa realtà del capoluogo siciliano. Non avesse compiuto una scelta poco riuscita in alcuni casi, sarebbe anche potuto riuscire nell’intento.

Qual è dunque il grande problema di questo libretto, quello che a tratti me l’ha fatto trovare intollerante e che mi ha fatto provare un forte senso di delusione a lettura terminata? Semplice: la scelta dello stile.
Almeno, mi auguro vivamente che di scelta e di stile si tratti, visto che leggo che Valentini tiene anche seminari di scrittura creativa. Il problema è che ho trovato questa scelta, personalmente, estremamente sgradevole.
Le espressioni sono colloquiali, spesso ridondanti, la maggior parte delle volte ripetitive fino alla nausea. La lettura di questi brevissimi racconti su piccoli episodi quasi personali ricorda violentemente la lettura di certi temini di seconda media su “Parlami della tua abitazione”. Il protagonista si perde a raccontarci come si trovi meglio a studiare dopo aver evaquato lo stomaco, e ci spiega a modo suo esponenti della cultura generale, nei toni semplicistici che potrebbe usare un ragazzino con una vaga idea di cosa stia parlando. L’impressione che se ne ricava, oltre ad una grande confusione, è che il personaggio in questione sia tanto convinto di essere meglio degli altri da dover semplificare al massimo gli argomenti di cui sta parlando, perché altrimenti il lettore menomato non riuscirebbe a comprendere.
Esempio plateale di tutti questi difetti (estrema ripetitività, sintassi oltre modo colloquiale e infantile, spiegazione di personaggi in tono semplicistico), messi insieme in pochissime righe, sono i seguenti estratti.

I presocratici, dicevo sempre in quei giorni a tutti i conoscenti con cui, anche per poco, chiacchieravo (tutte persone che non avevano fatto studi classici ma piuttosto economici e giuridici o che non avevano mai fatto studi), i presocratici, dicevo a questi conoscenti (tutte persone con cui potevo fare lo sbruffone e con cui non era necessaio un atteggiamento avvertitamente filologico), i presocrtici erano gente un po’ rozza, ma acuta per tantissimi versi.

Silvio Ingrillì era nato e cresciuto al Borgo Vecchio, città di Palermo. Però il cognome non è originario. Pare venga piuttosto dal Nord Italia. Cominciò a fare teatro nell’imediato dopoguerra. Al Borgo Vecchio il padre di Silvio Ingrillì lavorava da maniscalco. La vena artistica Silvio Ingrillì l’aveva assimilata sin da piccolo da suo padre, che già all’età di otto anni suonava la grancassa nella banda del quartiere.
Poi venne la guerra. Dopo ancora Silvio Ingrillì cominciò a fare treatro.
Con il teatro Silvio Ingrillì divenne famoso, però in America, e il perché lo racconteremo tra poco.

In sostanza, un libro interessante sotto alcuni punti di vista, ma la cui lettura comunque non mi sento di consigliare. Forse potrebbe riultare gradevole a qualche abitante della periferia palermitana, ma in realtà nutro parecchi dubbi anche su questo.

VOTO: 2.5/10