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Recensione Libri: Alice, i giorni della droga

TRAMA:

Alice è una quindicenne che appartiene al ceto medio. Sta a dieta e ha una vita amorosa normale. Ottiene buoni voti a scuola e pensa che un giorno le piacerebbe sposarsi. Quando, durante un party, Alice fa un ‘viaggio’ con la droga, la sua vita cambia radicalmente. I genitori non sanno cosa le stia accadendo, non capiscono e pensano che Alice, precipitata in una serie di esperienze seducenti ma disgregatrici, sia ‘legata alla gente sbagliata’. La differenza tra Alice e molti altri giovani che si drogano sta nel fatto che Alice teneva un diario. Questo diario, in realtà anonimo, si presenta ora come un documento esemplare – sottolinea lo psichiatra Max Beluffi nella prefazione – per chi voglia cogliere “i fattori storici e culturali che hanno facilitato questo particolare stile di evasione collettiva dalla realtà”.

RECENSIONE:

Alice, i giorni della droga“, è un libro horror moderno. Mentre sto scrivendo l’ho terminato da pochi minuti, e, davvero, non mi vengono in mente altri termini per definirlo. Non ci sono vampiri, zombie o altre strane creature della notte, ma c’è un unico, grande Mostro: la droga. La droga che succhia via la capacità e la voglia di vivere, la giovinezza, la libertà e la passione di milioni di giovani ogni anno.
Alice, i giorni della droga“, è – si dice, ma non si può sapere per certo – la versione, leggermente romanzata, di due diari di un’adolescente avuta in cura dalla dottoressa Beatrice Sparks. La ragazza che scrive è una quindicenne americana del finire degli anni sessanta, il cui nome non viene mai pronunciato all’interno dei diari, e che quindi, da questo momento, sarà nota come Alice.
Il diario di Alice è una lettura potente, inquetante, tormentosa e tormentata. L’evidente semplicità con cui inizia la narrazione – la decisione di acquistare un diario unicamente per poter parlare del ragazzo che finalmente l’ha invitata ad uscire – si scontra duramente con l’orrore che la ragazza si troverà ad affrontare di lì a poco.
L’incontro – non voluto – con la droga, le prime esperienze, il convincimento che non ci sia nulla di male. La descrizione, quasi affascinante, delle potenti emozioni provate dalla ragazza durante i suoi primi “viaggi”, avviene con un ritmo gioioso e giocoso, ancora infantile, di chi non si rende conto di cosa le stia succedendo.
Poi, sempre più velocemente, Alice si trova coinvolta in una spirale di eventi che vorticosa la trascina ancora più in fondo nella disperazione e nella perdizione. La prima fuga da casa, i sensi di colpa, la ricaduta, il fermo della polizia, la seconda fuga di casa che si corona con l’abbruttimento più totale – reso evidente da una scrittura sempre più violenta, folle, come se, oltre alla vita, la droga le stesse strappando via la cultura e la capacità di esprimersi in maniera corretta.
Dalla seconda metà del libro in poi la lettura diventa una sofferenza. La crudeltà con cui Alice si trova ad avere a che fare quando decide di abbandonare il piccolo club di drogati, le minacce e le torture psicologiche, le violenze fisiche e mentali e, infine, l’orrore più grande, di cui non parlerò per non spoilerare troppo.
Le ultime pagine, specialmente, sono di un’angoscia e di un dolore incredibile. La gioia riacquistata, velata sempre da un’ombra del destino che il lettore sente incombere su questa ragazza che sembra aver ritrovato la volontà di vivere, di gioire, di amare e di studiare.

La lettura di “Alice, i giorni della droga“, è una lettura superba nell’angoscia che comunica, solo di poco inferiore a quella di “Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino“.
Non è una lettura che consiglio a tutti, perché non è una lettura facile, ma è una lettura che renderei obbligatoria tra tutti i giovani nella fascia d’età di Alice. E pensare che in America gruppi di genitori conservatori hanno fatto di tutto, ricorrendo anche a vie legali, per vietare questo libro nelle biblioteche scolastiche.
Gli americani non smettono mai disorprendermi.

VOTO: 9.5/10

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Recensione Libri: Pan, Francesco Dimitri

TRAMA:

Nelle notti romane ci sono bambini che sognano, e che nel sogno, ogni volta, ripetono il viaggio verso una grande isola che non c’è. Nelle notti romane ci sono ville borghesi illuminate dalla luna piena, e dai loro giardini spesso s’innalzano, non visti, mastodontici galeoni pirata. Nelle notti più fredde di una Roma moderna, pulsante, segreta, qualcuno ormai comincia ad avvertirlo: uno spirito folle sta bussando alla porta, uno spirito anarchico e sensuale, passionale e libertino, pronto a tornare per rapirci. Qualcuno lo vuol chiamare Peter; un tempo era noto come Pan. A cento anni di distanza dalla sua prima comparsa, il Peter Pan di Barrie rivela oggi più che mai la propria carica eversiva, la propria primordialità vitale, erotica, libera, il proprio rifiuto verso ogni forma di dogmatismo. Nei cieli di Roma lo scontro si sta preparando: bambini e pirati, vecchie e nuove divinità, in un’inquietante favola nera che finirà per insegnarci come, talvolta, per vedere il mondo del sogno dal mondo reale, non serva altro che alzare la testa.

RECENSIONE:

Francesco Dimitri è un giovane autore scoppiettante, che dimostra, con questo romanzo, una grande abilità creativa e un’interessante capacità di strutturare le proprie storie su più livelli. Pan non è il suo primo romanzo, ma è probabilmente quello che ha ottenuto maggiore approvazione presso il pubblico.
Lo stile di questo romanzo è accattivante – nonostante di tanto in tanto inciampi in qualche frase un po’ infelice – la storia che propone avvincente, i personaggi che ci presenta ben strutturati. Insomma, questo romanzo è, nella sua complessa totalità, un romanzo che fa ben sperare nei confronti della moderna letteratura italiana.

In Pan, Realtà e Sogno (ma anche Incanto) si fondono in un romanzo vitale che, partendo dal conosciutissimo romanzo di BarriePeter Pan, ovviamente – esplora nuovi orizzonti, aggiungendo un profondo velo d’inquietudine a quella che sarebbe dovuta essere una fiaba per bambini. La storia, che tutti consciamo quasi per osmosi da quando nasciamo, viene totalmente rivisitata e riscoperta, proponendo nuove, appassionanti interpretazioni dell’eterna lotta tra il bambino che non voleva crescere e il suo letale, monco nemico.
Pan, all’inizio, potrebbe sembrare una banale lotta tra archetipi, l’immortale lotta tra bene e male. Eppure, fin dalle prime pagine ci si rende conto che, in realtà, il bene non sta da nessuna delle due parti, e allo stesso modo il male non si limita ad accompagnare una delle fazioni che si scontrerà in questa lotta mortale. E’ la guerra tra la vita regolata, prestabilita e noiosa dei nostri tempi, scandita da leggi morali che soffocano la vitalità delle persone, e l’indomita forza della passione, dell’anarchia che si regola da sola e che, per questo, può diventare estremamente distruttiva.
Dove sta il bene? Dalla parte di un vecchio che, con il controllo di programmi tv, la chiusura intellettuale, la censura del web, vuole assicurarsi che le nuove generazioni non vengano corrotte, o nella sfrenata ricerca del puerile piacere fisico immediato?
Pan è un romanzo dai molti risvolti, dagli acuti approfondimenti a dalle birbanti citazioni. L’autore sembra strizzare di frequente l’occhio al suo lettore attingendo a quello che ormai è l’immaginario comune. Niente menzioni dotte, i richiami di questo inesauribile libro provengono da Star wars, Dragonball e chi più ne ha più ne metta. Per questo motivo, forse, non è un libro che può incontrare l’apprezzamento di tutti, ma punta soprattutto a quelle generazioni a cavallo tra la metà degli anni settanta e la metà degli anni novanta.
Un altro degli aspetti che Dimitri sembra sottolineare ripetutamente è l’importanza che in questo libro nutre il neo-paganesimo. Dimitri non nasconde il suo interesse per questa corrente religiosa, e lo fa riempiendo questo libro di citazioni pagane. Così ci rivediamo, per un attimo fuggente, un Gardner (padre dell’odierna Wicca) intento in un rituale con il padre dei tre giovani protagonisti, il tutto farcito da riferimenti e interpretazioni che partono da questa religione.

Comunque, pure svuotandolo da facili morali, da plurime interpretazioni e da eccentrici contenuti, Pan resta un libro scoppiettante ed interessante, la cui lettura consiglio vivamente a chi non smette di fantasticare e che è pronto a rimettere costantemente in gioco le proprie credenze riguardo il bene ed il male, la promiscuità e la censura.

VOTO: 8/10

Recensione Libri: Lunaris – dal diario di un licantropo, D. F. Lycas

Circa tre mesi fa, ho partecipato ad una sorta di concorso. Il sito che lo proponeva era “La stamberga dei lettori“, in onore del loro terzo compleanno, e permetteva di essere sorteggiati per il giveaway di un libro a scelta tra molti offerti. I libri proposti erano diversi e alcuni molto interessanti e, tra questi, c’era quello di cui andrò a parlare: Lunaris – Dal diario di un licantropo.
Non ho mai letto nulla dove il licantropo la fa da protagonista. Ad essere sinceri, ho letto anche pochissimo dove il licantropo compare come personaggio comprimario, secondario, aiutante, amico o chi più ne ha più ne metta. Pertanto, per una volta, sono stata curiosa di leggere qualcosa che mettesse in primo piano questa figura da me un po’ sottovalutata.
Comunque, fortuna volle che vinsi il sorteggio e, poco dopo, ricevetti il pacco contentente questo libricino.
Devo dire che esteticamente è stata una piccola delusione. Un libricino minuscolo, di neanche 160 pagine, dalla copertina nera con il disegno di un calendario lunare stregonesco – almeno questo è quello di cui credo si tratti – in copertina. Per questo motivo l’ho messo in un angolo, dimenticandomelo per un po’.
L’altro giorno, non sapendo cosa iniziare, ho deciso di dargli una possibilità.
Appena terminata la lettura l’ho trovata quasi entusiasmante. Credo che presto, infatti, cercherò di procurarmi il suo seguito, visto che il finale di questo libricino lascia in tredici la storia.

Ma andiamo al sodo.
Lunaris, come dice il titolo, è, né più né meno, il diario di un licantropo. In particolare, chi ci sta narrando la sua bizzarra storia è Lika, un trentenne copywriter che, da quattro anni, è affetto da questa “malattia”. E che, da un paio di settimane, trema al pensiero di aver ucciso erroneamente una ragazza innocente in una delle sue incoscienti scorazzate notturne al chiaro di luna.
A causa di questo terrore, Lika si chiude in casa, tagliando quasi definitivamente i pochi legami con amici e conoscenti che gli erano rimasti dalla sua trasformazione. Nonostante tutto, una ragazza ed una donna riusciranno a fare breccia delle mura che si è creato, scoprendo chi è veramente e accompagnandolo per un infinitesimale tratto del suo percorso.
Piano piano, nel corso del libro, veniamo a sapere del passato del nostro protagonista. La sua infanzia con gli amici, come è stato trasformato in lupo mannaro, come questo ha lentamente e inequivocabilmente influito sulla sua vita. Impariamo a conoscere Lika, e a volergli bene. Come si può volere bene ad un lupacchiotto affamato che può strapparti la mano da un momento all’altro.

Lunaris è un libro che possiede, ovviamente, lati negativi e lati positivi. In qualche modo, però, quest’opera sembra riuscire a trarre forza e potenza dai lati negativi. Personalmente è una cosa che mi lascia un po’ perplessa, in quanto non riesco quindi bene a classificare oggettivamente quello di cui sto parlando.
Ad esempio, la scrittura concisa, intensa e serrata, all’inizio fa storcere il naso, lasciando perplesso il lettore di fronte a questa scelta stilistica dell’autore. Nelle prime pagine, personalmente, sono rimasta interdetta, dicendomi qualcosa del tipo: “Ma che cavolata è, questa? Che stile odioso….”. Eppure questo stile è uno dei maggiori motivi per cui il lettore si sente effettivamente catapultato all’interno della mente del licantropo. Nessun stile di scrittura, probabilmente, avrebbe potuto rendere meglio la lotta umano-lupo, l’istinto che cerca di dominare sulla ragione e la ragione che, dispertamente, si afferra con i denti e con le unghia per non cedere alla mente animale. Lo stile energico, quasi esasperato, rende perfettamente l’angoscia di Lika che si ritrova a non riconoscersi più allo specchio, alla sua ferrea volontà di non cedere al lupo.
Ancora, questo romanzo sembra avere difficoltà ad ingranare. Per carità, se decidete di procedere all’acquisto dopo la prima decina di pagine si resta invinghiati nella rete di questo libro, e non si riesce quasi più a staccare gli occhi dalle pagine. Ciò non toglie però che, per la lettura di due terzi del libro, si ha la netta impressione di stare leggendo la presentazione alla storia vera e propria, che si svolge poi con una serie di scene fulminee nell’ultima cinquantina di pagine. Questa che sembra una lunga presentazione lascia però lo spazio di sviluppare quelli che si mostrano come indubbi punti energici di quest’opera. L’approfondimento, graduale e a piccole dosi, del passato di Lika, delle sue amicizie, delle sue ricerche sui lupi mannari, forniscono indubbiamente la possibilità di affezionarsi al personaggio, di calarsi sempre più profondamente nei suoi panni, di avere la sensazione di interagire personalmente col mondo che lo circonda. Ugualmente, lo spazio dedicato alle ricerche sui lupi mannari e alla loro esposizione è uno spazio vincente: interessante, non esagerato, misurato esattamente per dare le informazioni necessarie – e magari qualche pillolina in più – senza annoiare, come spesso fanno molti autori che si ritrovano a dorver fornire informazioni necessarie al corretto sviluppo della storia.

Insomma, in poche parole un libro interessante ed appassionante, una piacevole scoperta ed una lettura che rilassa ma, allo stesso tempo, lascia un contenuto dietro di sé.

VOTO: 7.5/10

Recensione Libri: La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo, Audrey Niffenegger

Mi dispiace deludervi, ma non parleremo della fantastica River Song.

La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo” è il romanzo d’esordio della brillante Audrey Niffenegger, scrittrice statunitense.
Ecco, scusatemi un attimo, fermiamoci un istante ad analizzare questo fatto: è il suo romanzo d’esordio. Consiglio a tutti i recensori italiani che sono particolarmente indulgenti con certe boiate della nostra moderna editoria, dicendo “Sì, ma dai, è solo il suo primo romanzo, non c’è bisogno di devastarlo”, di leggersi questo romanzo. Ecco come dovrebbe essere un romanzo d’esordio: già completo. Per carità, lo stile dell’autore può cambiare, ma dev’essere un vero romanzo, deve possedere competenze linguistiche, grammaticali e narrative.
Ok, torniamo all’argomento principale.
Devo essere sincera: nel recensire questo libro sarò ben poco oggettiva e molto emotiva. Sarà che sono a metà del ciclo, che ci volete fare. La verità è che l’ho finito questa notte dopo ore di trepidante lettura, che l’ho amato fin dalle prime pagine, e ho sbattuto più volte gli occhi per evitare che una disgraziata lacrimuccia facesse capolino dai miei occhi traditori nelle ultime pagine. Se me lo chiedete, insisterò fino alla morte che erano le due di notte, c’era poca luce e mi bruciavano tremendamente gli occhi.
Il semplice concetto che sto cercando di elaborare è che questo libro è sublime. E’ un piccolo capolavoro, una lunga poesia d’amore e d’avvenutra che è riuscita a fare breccia persino nel mio cuore inacidito e anti-romantico.
Ma partiamo dall’inizio.

Clare ha sei anni quando trova Henry, nudo e trentaseienne, nel giardino di casa dove solitamente va a rifugiarsi per stare in tranquillità, lontana dalla caotica famiglia. Il loro primo incontro, tralasciando la non indifferente differenza d’età, è decisamente anticonvenzionale: lei gli tira una scarpa in bocca, e lui le rivela di essere un viaggiatore nel tempo, prima di sparire come se non fosse mai esistito.
Henry ha ventotto anni quando una rossa ventenne gli salta praticamente addosso sul posto di lavoro, dichiarando di conoscerlo da quando ne ha memoria e costringendolo ad accettare un appuntamento con lei.
Da questo momento i pezzi del puzzle vanno lentamente al loro posto: il passato di Clare, che coincide con il futuro di Henry, viene lentamente rivelato in una serie di piccoli episodi che chiariscono uno alla volta l’ambiguità e la stranezza del loro unicissimo rapporto.

Sì, perché la realtà è semplice: Henry, per una rarissima (ma, come si scopre nel corso del libro, non unica) malattia genetica è quello che verrà definito una PCDPersona Cronolicamente Disorientata -, che si ritrova, contro la sua volontà, ad effettuare balzi spaziotemporali in momenti di particolare stress o stimoli nervosi.

“La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo” è un romanzo che parla di libero arbitrio, di destino e di volontà. E’ un romanzo che parla d’amore, di distanza e incomunicabilità all’interno della coppia. E’ un romanzo che sviscera le possibilità di un viaggio nel tempo e del conoscere il proprio futuro, e tutti i problemi e i paradossi inspiegabili che possono nascere da questa situazione – come il fatto che Henry consegna alla piccola Clare una lista di tutte le date in cui si troverà nel suo giardino, lista di cui è a conoscenza perché Clare gliel’ha fornita quando si sono incontrati nel presente, e lista che lei ovviamente possiede perché lui gliel’ha dettata, eccetera, eccetera, eccetera.
E’ un romanzo che coinvolge, appassiona, commuove, fa innamorare, instristisce e fa sorridere come dei deficienti.
Parola dell’anti-romantica per eccellenza, che si è trovata comunque a fare il tifo per questa strana coppia inseparabile e a soffrire per le loro sofferenze, a ridere per le loro gioie. Credo, e lo crederò sempre, che sia questo il risultato più grande che possa ottenere un libro: quello di farti sentire parte di una famiglia, di farti entrare dentro il libro e darti la sensazione inequivocabile di perdita quando infine lo chiudi e lo metti da parte.
C’è ben poco da dire.

VOTO: 9.8/10 (giusto perché dare dieci su dieci mi risulta difficile)

Recensione Libri: Il Vangelo secondo Biff, Christopher Moore

Ho terminato la lettura di questo libro già da un po’, solo che ho rimandato la sua recensione perché… non sapevo esattamente cosa scrivere.

Il vangelo secondo Biff è un libro pieno.
E’ pieno di eventi, è pieno di informazioni, è pieno, soprattutto, di risate. Scrivere qualcosa su un libro che ogni paio di battute di strappa un sorriso e almeno una volta a pagina una risatina strozzata, è un’impresa ardua. Ma ci proverò.

Partiamo da un unico, semplice dato di fatto: Christopher Moore scrive bene. Molto bene.
La lettura di questo piccolo mattoncino (il libro conta quasi 600 pagine nella sua versione cartacea) scorre rapidamente, per merito nella narrazione frizzante e mai noiosa di Biff.
Dal punto di vista del migliore amico d’infanzia di Gesù (definito “Testa di cazzo” persino da un angelo), resuscitato apposta dopo duemila anni per raccontare la vera storia di Gesù, ci viene narrata quella parte della storia del Messia che viene sempre saltata a pié pari: l’infanzia, l’adolescenza, la prima maturità, insomma, tutto quello che sta tra la mangiatoia di Betlemme e l’inizio delle predicazioni.
Veniamo così a conoscenza di un Gesù più umano, un Gesù che non esita a colpire il suo migliore amico per l’ennesima vaccata detta, un Gesù che prepara a puntino i discorsi da fare alle folle, un Gesù esitante che non sa cosa deve fare per diventare il Messia e che intraprende un lungo e duro viaggio per scoprire cosa vuole veramente dire alla gente, quale sarà il suo messaggio.
La scrittura e la struttura del libro è spesso scoppiettante, le situazioni in cui i due amici si verranno a trovare saranno raccontate con l’indimenticabile tratto umoristico e con l’ilarità che caratterizza il personaggio di Biff, sdrammatizzando persino quei momenti più lenti e pesanti in cui la lettura si sarebbe potuta alquanto rallentare.

E questo, praticamente, potrebbe essere tutto.
Biff è un personaggio che si fa amare, Gesù è un… bhé, sì, sempre un personaggio, che si fa rispettare. La ritrovata umanità del personaggio religioso più famoso di sempre è interessante e, in un certo senso, appagante.
Ma comunque, per alcuni versi, questo libro è stato un po’ una delusione. Specialmente nella parte finale, quando vengono ripercorsi i passi narrati nei quattro vangeli “ufficiali”, benché ci siano sempre i soliti scoppi umoristici – dettati più che altro dal fatto che nessuno capisce cosa diavolo va predicando Gesù -, la narrazione suona ridondante, ripetitiva e, a volte, noiosa. Inoltre mi aspettavo un finale più controverso, un po’ polemico, qualche cosa di più succulento, ma… non è così.

Alla fine, pur essendo una versione ironica della vita del Messia, questo libro ci tiene a rispettare accuratamente i sentimenti dei religiosi, senza cercare di intaccare neanche un poco la visione classica del Messia che si è sacrificato per l’umanità.

Alla fine, un libro consigliato per farsi quattro risate, a cristiani e non cristiani, perché può essere gustato da tutte le fazioni.

VOTO: 7.5-8/10

 

Recensione Libri: La Trilogia di Bartimeus, Jonathan Stroud

Quando la mattina ti alzi presto, fai mille cose, vai a lavorare, alle sette, quando esci, ti vedi con gli amici, rientri veramente tardi la sera e hai gli occhi che ti bruciano per aver letto tutto il giorno numeri dall’elenco telefonico e hai la testa che ti scoppia implorandoti un’oretta di sonno, ma tu ti metti comunque a leggere, giusto per andare avanti di poche pagine, e improvvisamente alzi lo sguardo ed è passata un’ora e mezza, allora capisci che quel libro è veramente un bel libro.
Questo è quello che a me è capitato con la Trilogia di Bartmeus, e specialmente con l’ultimo volume della suddetta, “La porta di Tolomeo”.
Ma andiamo con ordine.

 La Trilogia di Bartimeus è un fantasy dal respiro ampio, che intrattiene piacevolmente strappandoti spesso qualche sorriso e con una stoccata di satira qua e là che conquista definitivamente.
Il mondo raccontato in questi romanzi è un modo per molti versi identico al nostro, ma principalmente per uno completamente discordante: in questo mondo esiste la magia. O meglio, esistono gli Spiriti (volgarmente denominati demoni), entità che i maghi convocano a loro piacimento per sfruttarne risorse, servizi e poteri. Con la forza che questi esseri gli concedono, i maghi sono al governo, a capo di quella che è concretamente una dittatura in cui i comuni (cioè i non-maghi) sono praticamente schiavizzati. I maghi governano – e neanche tanto bene – e i comuni, mezzi morti di fame, fanno i lavori più umili, li servono, li riveriscono, combattono per loro e devono sempre abbassare la testa.
Fin dal primo capitolo della prima trilogia cominciamo piano piano ad esplorare e scoprire il mondo di questo maghi. Nathaniel, appena un bambino, viene ceduto dai genitori per essere educato alla magia e cresciuto per diventare un membro del governo. Quasi subito, sotto consiglio della moglie del suo maestro, Nathaniel ha chiaro il suo obbiettivo: arrivare in alto, scalando i gradini del governo dell’impero britannico.
Così, a soli dodici anni, Nathaniel compie la sua prima evocazione, convocando il jinn Bartimeus.
Da questo momento il destino del mago e del jinn sono legati indissolubilmente, in un susseguirsi di eventi grazie ai quali Nathaniel piano piano riuscirà nei suoi obbiettivi.

 La Trilogia attraversa più o meno – con ampi balzi temporali – circa cinque anni della vita del ragazzo, seguendolo nel suo percorso: da giovane apprendista promettere, a giovanissimo membro del governo, a estremamente giovane Ministro dell’Informazione.
Una dopo l’altra Nathaniel – o, per meglio dire, Bartimeus, che segue gli ordini di Nathaniel – affronta un susseguirsi di catastrofi, sventa una sequela di avvenimenti volti a sovvertire l’ordine dell’Impero e si guadagna la fiducia del Primo Ministro. Per fare questo, il giovane ambizioso è costretto a chiudere dietro una porta ideali, credenze e umanità, per mostrarsi sempre all’altezza della situazione. Il lettore non potrà che tifare per il ragazzo, provando comunque un po’ di irritazione e un po’ di compassione per il suo continuo allontanarsi dal sé che era stato.
Almeno fino all’ultimo libro, in cui la maschera finalmente cadrà e il mago capirà finalmente che cosa ha perso nella sua vana scalata alla gloria.

 I tre volumi che costituiscono questa saga sono uno più bello dell’altro. Man mano che Nathaniel cresce, anche i temi da affrontare si fanno più corposi. Mentre il primo libro è la disperata ricerca di approvazione di un bambino, nel secondo e ancora di più nel terzo veniamo a conoscenza di quanto siano umiliati e maltrattati e comuni, di come essi non possono difendersi e men che meno esprimere le loro opinioni.
Questi libri sono, molto semplicemente, scritti bene. Il ritmo incalzante della storia – e lo stile un po’ scanzonatorio e irriverente della narrazione dal punto di vista di Bartimeus – non permettono al lettore di distaccarsi per troppo tempo dalla lettura. Oltretutto, notare le piccole differenze tra questo mondo e il loro, sentire nominati grandi personaggi storici nell’ambito magico e scoprire come in questo mondo sono state realizzate alcune delle “nostre” grandi imprese, è un piccolo divertimento che si sussegue incessante nei vaghi riferimenti di Bartimeus alle sue imprese passate.

In breve, un libro consigliato a “grandi e piccini”, una lettura godibile e rilassante ma anche con sporadici punti di riflessione.

VOTO: 8.5-9/10

Recensione Libri: Che tu sia per me il coltello, David Grossman

Questo libro è come un lungo e tortuoso percorso. O, meglio ancora, una lunga e tortuosa salita.
Inizialmente la mente, come delle gambe poco avvezze alla fatica, risente della difficoltà di questa strada che si inerpica lungo le parole tortuose di Yair. L’occhio incespica, il cervello traballa e, se non si ha davvero tanta voglia di continuare la lettura, si viene fortemente tentati di abbandonare il libro in un cantuccio e non prenderlo mai più.
Eppure, se si ha la forza di continuare, di non arrendersi, di aspettare pazientemente che la mente, rinforzata dall’esercizio, riesca a scivolare tranquillamente tra i pensieri tracciati da questo personaggio particolare, questo libro ha tanto da donare e da far gustare.

 Sarò sincera: inizialmente ho disprezzato Yair. Sarà che conosco una persona che scrive esattamente come lui, ha le stesse pretese e la stessa arroganza di dirti chi sei e come sei senza neanche averti quasi rivolto la parola – questa, almeno, è l’impressione che se ne ricava del personaggio dalle prime, tumultuose lettere che invia alla sua corrispondente – io ho vissuto questa lettura non solamente come l’estranea sbirciatina ad una corrispondenza privata, ma proprio come se la sequenza di lettere fossero rivolte a me. E il fastidio che il ricordo mi procurava mi faceva provare disgusto per questo personaggio che pretendeva di sapere tutto della sua corrispondente, solo perché l’aveva vista sorridere e stringersi nelle braccia in un pubblico, da lontano.
Eppure, man mano che si va avanti nella lettura questa forma di arroganza, questa violenza psicologica che io vi vedevo, è andata pian piano sfumando, mentre Yair assumeva contorni tutti suoi, ricordi, speranze. Mentre cercava disperatamente di far toccare con mano alla sua corrispondente il marcio e il corrotto della sua anima, cominciavo a capirlo meglio e, come Myriam, ad apprezzarlo proprio per questo.
L’episodio del libro letto di nascosto e mangiato piano piano per nasconderne le tracce, poi, ha definitivamente fatto guadagnare al personaggio il mio rispetto.

Questo volume epistolare è diviso in tre parti: la prima, lunga, lenta e intricata, è il malloppo delle lettere che Yair spedisce, piuttosto ossessivamente, a Myriam. In questo capitolo non ci è dato conoscere di Myriam nulla di più di quanto lui sostiene, e non sappiamo cosa scrive lei nelle sue risposte nulla di più di quanto lui occasionalmente cita. Pian piano in queste lettere si delineano le personalità del personaggio di cui tutto sappiamo e della donna di cui tutto – o quasi – ignoriamo. Mentre lentamente cerchiamo di ricomporre il puzzle di questa sconosciuta, non si può che rimanere strabiliati dalla fenomenale caratterizzazione di Myriam, anche se appena accennata. Questo scambio epistolare dura circa sei mesi, fino a che, bruscamente, Yair decide di abbandonare la sua corrispondente.
Il secondo capitolo di questo volume è una sorta di diario di Myriam che, turbata dall’improvvisa mancanza dell’uomo a cui ha aperto una porta immensa, continua a scrivere rivolta a lui senza parlare a lui. Improvvisamente, la donna che avevamo appena conosciuto assume violentemente una forza e una corposità immane. È ora chiaro, per me, cosa ci vedesse di tanto potente Yair per averle consegnato senza remore un pezzo così grosso della sua anima.
La seconda parte termina quando Myriam decide di interrompere il periodo di silenzio per cercare di riallacciare, almeno per un’ultima volta, i rapporti.
Nella terza e ultima parte, abbiamo finalmente la possibilità di leggere insieme i due personaggi, che finalmente hanno un dialogo aperto, colmo di sorpresa e a voce. I due protagonisti di questo ambiguo romanzo hanno finalmente l’occasione di parlarsi a voce alta, senza pause, senza riflessioni, e scoprono dentro di sé e dentro l’altro nuove sfumature che credevano impossibili, nel mondo immaginario dentro il quale avevano relegato la loro relazione.
E mentre Yair, da parte mia, si fa odiare per l’ultima, definitiva volta, Myriam mostra ancora una volta la sua forza di donna e di madre.

In sostanza, Che tu sia per me il coltello, è un libro particolare. Non va affrontato a cuor leggero e neanche avvicinato con spensieratezza. Questo libro è un’incursione a piè pari nella mente di due persone, nell’intimità di una relazione delicata come una struttura di cristallo. È una scalata, per l’appunto, che va affrontata con metodica lentezza e caparbia determinazione, e che, se viene colta nel modo giusto, non deluderà di certo.
Consigliato a chi vuole leggere qualcosa di intenso e impetuoso.

VOTO: 8.5/10

Recensione Libri: Il profumo delle foglie di limone, Clara Sánchez

Ok, lo ammetto: questo libro è la dimostrazione che bisogna leggere tutta la trama nella seconda di copertina prima di convincersi che sia una ciofeca.
Questo libro me l’hanno più o meno ficcato nelle mano dicendomi “Leggilo!” e a me, onestamente, visto il titolo piuttosto evocativo, l’immagine di copertina, e un riferimento ad una ragazza incinta che non sa cosa fare nella propria vita nei primi righi della descrizione, ispirava poco o per nulla. Mi sembrava probabile si trattasse esclusivamente di un romanzo romantico e riflessivo, di cui, in questo momento, non volevo proprio sentire parlare.
Per fortuna, non è stato così.
Purtroppo, però, questo rende difficile dare un giudizio veramente oggettivo.
Per chiarirci: a pagina uno ero piuttosto reticente e titubante nell’affrontare la lettura, ma sapevo che prima o poi avrei dovuto farlo e che quindi era meglio togliersi il dente presto. Verso pagina dieci, ero già piuttosto emozionata perché avevo finalmente capito che il libro che avevo davanti non era una ciofeca romantica, ma un libro serio con un tema interessante.
Alla fine ero – e sono – vagamente annoiata e principalmente delusa per la banalità e per il modo semplicistico con cui è stata trattata e conclusa una storia che poteva essere veramente interessante.

Comunque, andiamo con ordine.
Questo libro è scritto dal punto di vista dei due personaggi principali: Sandra, la ragazza incinta che non sa che diavolo fare della propria vita e che viene “adottata” da due simpatici e gentili vecchietti che l’aiutano quando sta vomitando l’anima in spiaggia, e Julian, un ottantenne reduce dai campi di concentramento sulle tracce di due ex torturatori nazisti, per vendicarsi prima della inevitabile morte – sua o loro, poco importa. Le storie di questi due personaggi finiranno con l’incrociarsi, visto che gli adorabili anziani con cui la prima è entrata in contatto coincidono con gli spietati assassini di cui il secondo è alla ricerca.
Insomma, Il profumo delle foglie di limone, è un libro che affronta e approfondisce il tema di cosa possa essere successo a questi nazisti ormai vecchi. Si interroga sulla possibilità che possano essersi pentiti delle loro malvagità giovanili, e si chiede se possano persino essere redenti.
La risposta, al di fuori di ogni dubbio, è no.

Una volta trovati i primi due nazisti, il libro, iniziato con i toni leggeri e semplicisti di Sandra, discende lentamente in una spirale di delirio e follia in cui la povera ragazza si ritrova coinvolta suo malgrado. Veniamo così a conoscere un’intera – e improbabile – orda di nazisti rifugiatosi tutti nella medesima zona, dove, tra adepti e seguaci di giovane età, gestiscono il piccolo club privato della rievocazione storica nazista.
In fin dei conti è questo che fanno: rievocano i tempi in cui erano forti e potenti e potevano fare quello che volevano, si trascinano avanti con i residui di una giovinezza che ormai li ha abbandonati da un pezzo, odiano praticamente chiunque li circonda e fingono di avere ancora intere vite da vivere. A dire il vero, questi vecchietti fanno quasi un po’ pena per il loro patetico tentativo di rievocare la grandezza di cui sono stati partecipi. Ormai, sono solo relitti di una nave affondata che non riescono a rassegnarsi all’idea di non essere più i padroni del mondo.

Insomma, dal mio punto di vista, il tema, di per sé, è parecchio interessante. Il problema è che viene veramente sviluppato male e che i personaggi sono ben più noiosi e poco realistici di come potrebbero essere.
I vecchietti nazisti, inanzitutto, che forse dovrebbero apparire spaventosi e ispirare odio profondo da ogni riga, come ho già detto riescono unicamente a risultare patetici, col risultato che quasi ci si chiede se non stiano già vivendo la loro meritata punizione.
Sandra, che forse nelle intenzioni dell’autrice doveva essere il personaggio portante della storia, affascinante e umana con i suoi dubbi e le sue incertezze che la rendono viva e vicina ad ogni lettore, che cresce nell’arco narrativo del libro e che tutti sembrano amare, è… noiosa. Scialba. Insipida. Inutile. Più di trent’anni, incinta di un uomo che non ama, non ne ha mai voluto sapere di studiare e/o lavorare, non sa fare nulla, e, per qualche motivo ignoto, riceve amore e ammirazione da tutte le parti. Va praticamente a vivere da due sconosciuti appena li conosce, continuando a pensare da una parte a quanto gli vuole bene perché per lei sono i nonni che non ha mai avuto, dall’altra che se riesce a restare, quando crepano le potrebbero lasciare tutte le loro proprietà. Ma che persona bella e buona, eh?
Julian, che poteva esser l’unico caratterizzato decentemente all’interno del libro, l’uomo per cui la vendetta viene prima di tutto, quello che per un attimo è stato capace di mettere in pericolo Sandra solo per agitare leggermente i vecchietti, quello con più sfumature e tutto il resto, alla fine delude amaramente, abbandonando la sua vendetta per affetto nei confronti di Sandra. E va a quel paese.

Infine, la conclusione è di un banale a dir poco disarmante. L’unica cosa che forse non ci si aspetta è la morte di Alberto – fino all’ultimo temevo la romantica riunione con Sandra – ma, tolto questo, chiuso questo libro resta unicamente una sensazione di inutilità latente e di contenuti, alla fine, stereotipati e poco approfonditi.
Purtroppo, è uno di quei – pochi – libri che, nonostante l’idea interessante, non mi sento di consigliare quasi a nessuno.

VOTO: 5.5/10

Recensione Libri: Shogun, James Clavell

PRESENTAZIONE DEL LIBRO:

Partito alla volta dell’Oriente per il monopolio olandese del commercio con Giappone e Cina, John Blackthorne, comandante dell’Erasmus si ritrova, costretto al naufragio da una tremenda tempesta, in un villaggio di pescatori nel Giappone feudale del XV secolo, In un mondo sconosciuto e lontano, Blackthorne deve trovare il modo di sopravvivere. Grazie al suo coraggio, che lo condurrà sulla via dei samurai, con il soprannome di Anjin (il navigatore), diventerà il fido aiutante dello Shogun (Signore della guerra) e nella sua ascesa al potere conoscerà l’amore impossibile per la bella e ambigua Mariko.

SUL LIBRO:

La storia di Blackthorne (o Anjin-san, “Pilota-san”, per i giapponesi) potrebbe quasi sembrare il romanzo a cui si sono ispirati per (l’inesattissimo storicamente) “L’ultimo samurai”, l’ormai celebre film con Tom Cruise. L’Anjin-san, così come Nathan Algren, si ritrova suo nonostante a convivere con i samurai per diversi mesi, imparando la lingua, le tradizioni e, lentamente, ad apprezzarne la cultura.
A differenza dell’affascinanten Tom Cruise, però, Blackthorne arriva in Giappone nel 1600, per essere coinvolto in una serie di intrighi di palazzo, manipolazioni, battaglie mentali e chi più ne ha più ne metta. Blackthorne diventerà la chiave per vincere la guerra per diventare Shogun (il generalissimo dell’impero giapponese, quello che realtmente deteneva il potere), oltre che il centro di una serie di avvenimenti che la sua mente occidentale tarderà a comprendere per quel che realmente sono.

La storia dell’Anjin-san è una storia affascinante che coinvolge e travolge con la sua intensità. Chiunque sia anche solamente vagamente interessato al mondo nipponico, secondo me, può facilmente trovarlo interessante. La cultura giapponese del ‘600 viene presentata passo per passo man mano che Blackthorne impara ad accettarne e ad apprezzarne le varie tradizioni. Onestamente, non so dire fino a quel punto storicamente questo libro sia valido (nonostante le gesta di Blackthorne ricalchino quelle del primo britannico ad approdare in Giappone, William Adams), ma, dal punto di vista linguistico, da quello della tradizioni e da come vengono presentati i vari movimenti giapponesi, con le mie piccole conoscenze in materia, potrei azzardarmi a dire che è abbastanza accurato.
Il libro, per me, ha riscosso particolare interesse anche per come lentamente Blackthorne comincia ad imparare la lingua. I suoi faticosi progressi sono accuratamente descritti nel libro, col risultato che il lettore interessato (per intenderci, quello che ha sempre desiderato imparare il giapponese ma ha sempre rimandato l’inizio degli studi, come me) finisce la lettura con un bagaglio linguistico almeno un poco accresciuto.

Oltretutto, le figure dei vari Daimyo e samurai davvero affascinanti.

In ogni caso, chiunque si avvicina a questo libro con la curiosità di un fan del Giappone, deve tenere presente soprattutto una cosa: non è un libro facile.
Shogun, nonostante sia un libro dalla storia interessante, affascinante e, sostanzialmente, appassionante, è soprattutto un libro pesante. Non tanto per le sue dimensioni o per il carattere microscopico con cui gli editori hanno deciso di pubblicarlo, ma perché, molto semplicemente, non è scritto bene. Non che non si capisca nulla, per carità, ma diciamo semplicemente che la scrittura di Clavell (quantomeno in questo libro, non posso parlare al riguardo della sua intera produzione) non verrebbe mai usata come esempio su come bisogna scrivere un libro.
Clavell rallenta in maniera esasperante in punti di davvero nessun interesse. Spesso e volentieri comincia a divagare per intere pagine raccontando episodi lontani anni nella vita dei personaggi, che incidono ben poco sulla storia attuale e che fanno perdere facilmente il filo della storia che si sta leggendo.
Il PoV non è mai sistemato, anzi, capita spesso che nel giro di una pagina il punto di vista passi senza ritegno tra i quattro o cinque personaggi presenti, col risultato di non essere ben certi alla fine di chi sta pensando cosa (fattore reso ancor più complicato dalle mentalità alquanto complesse dei samurai e dei daimyo).
Insomma, se non si ha forza di volontà – o davvero tanta voglia di continuare – è un libro che viene trascinato fastdiosamente fino alla fine, se non addirittura abbandonato già dopo poche pagine.
A tutto ciò, si aggiunge che nell’arco dell’opera sono presenti alcuni non indifferenti errori di coerenza – ad esempio, nei primi capitoli in cui l’Anjin-san è prigioniero nel paese Anjiro, Mura, il responsabile del villaggio, parla abbastanza fluentemente il portoghese, fungendo da interprete per l’inglese. Quando Blackthorne ci ritorna, circa quattrocento pagine e non più di un mese dopo, sembra essersi scordato questa lingua, in quanto alla domanda di avere a disposizione qualche interprete, all’Anjin viene risposto che non c’è nessuno che conosce la lingua, nonostante Mura vaghi ancora per quelle lande.
Infine, viene da pensare che Clavell poteva anche romperci un po’ di meno i maroni sui vari drammi esistenziali dei personaggi, sulla vita passata, e su qualsiasi altra cosa sulla quale divaga allegramente, e  concludere la storia della guerra in cui Blackthorne si trova coinvolto. Perché, dopo circa novecento pagine di complotti, macchinazioni, intrighi e organizzazioni, la storia si interrompe quasi bruscamente, raccontandoti in poche righe come finirà la guerra che, onestamente, era l’argomento più interessante del libro. Di certo più interessante, per me, dell’amore impossibile tra il pilota eretico e la samurai fedifraga.

Insomma, questo libro ha davvero parecchi difetti, ma insisto: merita di essere letto. Nonostante me lo sia bene o male trascinato per un periodo improponibile per i miei usuali canoni di lettura, la lettura di questo libro mi ha davvero, come dire, gioviato. E’ nonostante tutto un libro delicato, la cui storia, anche nei momenti più macabri e violenti, ti accarezza e lascia una sensazione di dolcezza. E’ una lettura interessante e appassionante, e la storia di Blackthorne, lo ripeto, è davvero coinvolgente. Oltretutto, è uno di quei libri che, quando li termini, senti di averne il bagaglio culturale accresciuto (sebbene bisogna sempre ricordarsi che è un romanzo, e come tale non va assolutamente preso come testo di riferimento storico).

Per concludere, mi ripeto, una lettura un po’ pesante ma che consiglio vivamente a tutti i perditempo innamorati dell’intramontabile fascino del Paese del Sol Levante.

Voto finale: 7.5/10

Recensione libri: L’ultimo testamento della Sacra Bibbia, James Frey

PRESENTAZIONE DEL LIBRO:

James Frey non è come gli altri scrittori. È stato accusato di essere un bugiardo. Un impostore. Un traditore. E stato definito un salvatore. Un rivoluzionario. Un genio. I lettori gli hanno fatto causa. Gli editori americani lo hanno dato in pasto ai media senza difenderlo. Per un po’ si è sentito costretto a lasciare l’America. Ciò che fa paura a molti è che Frey gioca con la verità, sempre sulla linea sottile tra fatti e finzione. Ora ha scritto il suo romanzo più rivoluzionario, più controverso. Che cosa fareste se scopriste che il Messia è vivo? Oggi. A New York. Che fa l’amore con uomini e donne. Che pratica l’eutanasia ai morenti e guarisce i malati. Che sfida i governi e condanna l’ordine religioso. Che cosa fareste se vi capitasse di incontrarlo? Se cambiasse la vostra vita. Gli credereste? “L’ultimo testamento della sacra Bibbia”. Vi sconvolgerà. Vi ferirà. Vi farà paura. Vi farà arrabbiare. Vi farà pensare in modo diverso. Vivere in modo diverso. Vi aprirà gli occhi sul mondo in cui viviamo. Abbiamo aspettato duemila anni l’arrivo del Messia. Lui era qui. Questo libro racconta la sua storia.

IL LIBRO:

Come ci tiene a ricordarci la seconda di copertina, James Frey è uno degli autori più controversi del panorama americano attuale. I suoi libri hanno sconvolto, hanno coinvolto, hanno fatto amare e hanno fatto odiare, tra gli altri il loro stesso autore, accusato di aver modificato la verità, di aver rccontato una bugia spacciandola per verità.
Con questo libro, quindi, si ha nettamente l’impressione che Frey ci abbia riprovato, giocando con i suoi lettori, scrivendo una storia che è una bugia dalla prima all’ultima parola ma che sembra così intrisa di verità da arrivare a farti credere.
Io, se dovessi credere in qualcosa, crederei in Ben Zion.

Il libro è, semplicemente e al di fuori di ogni dubbio, un bel libro. Un bellissimo libro.
La storia di Ben Zion, alias il messia del ventunesimo secolo, è ricostruita con un insieme di voci corali che, passo per passo, raccontano la vita di questo giovane uomo, la sua disavventura, il suo amore, la sua vita. Abbiamo tredici personaggi che ci raccontano il loro rapporto con il nuovo messia, come li ha convinti di essere il figlio di Dio, come gli ha cambiato la vita nel profondo.
Ogni personaggio ha una sua voce, un suo modo di parlare, una vita e una personalità distinta. Non è difficile, immergendosi nella lettura, dimenticarsi completamente che è un romanzo, che ogni voce è la voce di James Frey, e si arriva veramente quasi a credere di stare ascoltando il racconto di queste persone che hanno avuto la fortuna di incontrare una persona così meravigliosa.

Questo libro è scritto così bene, e i suoi contenuti sono così profondi, ma allo stesso tempo così realistici, il suo messaggio è così puro, che fa dimenticare, veramente, di essere solamente un libro, ma ti fa quasi veramente credere. Ed è questo indubbiamente lo scopo di Frey, che gioca con i suoi lettori. Perché è evidente che per lui questo gioco viene prima del messaggio sociale che vuole inviare, sicuramente viene prima del messggio d’amore, probabilmente precede di poco il messaggio di uguaglianza: Frey, innanzitutto, crea un nuovo messia perfettamente credibile, un messia nuovo che riprende il messaggio d’amore del suo predecessore, ma che sfida impunemente le associazioni religiose, che smonta la bibbia, il corano, ogni testo religioso. Con questo personaggio, reso credibile dalle parole di Frey, l’autore sfida la società a tacciarlo ancora di menzogna.

Insomma, c’è ben poco da dire su un libro quando non vi si riesce a trovare neanche un difetto, neanche impegnandosi, quando è semplicemente meraviglioso sotto ogni punto di vista.
E’ un libro con consiglio ad atei, religiosi, agnostici, ai membri di qualsiasi confessione, perché è un libro che, s eletto con la dovuta apertura mentale, fa veramente riflettere e imparare qualcosa.

     Dio è infinito. E come l’infinito, è troppo vasto e troppo complesso perché noi lo possiamo comprendere.
     Allora perché la gente lo adora?
    La gente è stata indotta a credere in qualcosa che è sbagliato ma che non può capire. Gli esseri umani si aggrappano a quello che non riescono a capire, anche se è sbagliato.
     Se è davvero così, allora come fa Dio a parlare con te?
    I rumori che hai sentito ero io che stavo avendo una crisi, e le braccia e le gambe e la testa che sbattevano contro le pareti di questo cassonetto. Un secondo prima che mi vengano gli attacchi, vedo delle cose, e sento delle cose, so delle cose, e mi vengono dette delle cose.
     E come fai a sapere che è Dio?
     Per quello che mi viene detto, per quello che mi viene dato.
     Che sarebbe?
     Parlo in lingue che non ho mai studiato, alcune delle quali non le parla più nessuno. Conosco il contenuto dei libri sacri del mondo, parola per parola, anche se non li ho mai letti. Mi è perfettamente chiara la relatività generale, la meccanica quantistica, la teoria delle stringhe, l’astrofisica, la gravità quantistica, la cosmologia fisica e la termodinamica dei buchi neri, anche se ho smesso di andare a scuola a quattordici anni.
     E che cosa ha a che fare tutto questo con Dio?
     Le prime cose mi permettono di capire Dio così com’è stato scritto e raffigurato e venerato. Così come la gente crede in lui. Le altre mi permettono di capire quanto siamo vicini a comprendere il vero Dio, il Dio che non ha bisogno di essere adorato, che non esiste come esistiamo noi, che non ci giudica, che non ci offre niente di più di ciò che abbiamo.