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Lo Scarabocchiando del giovedì #28: Vacanze ad erice – parte terza – ultimi momenti

Ed eccoci quindi arrivati alla conclusione di questo piccolo “ciclo” su Erice. Che dire che non sia già detto nella pagina sottostante? Nulla. Quindi vi lascio a lei, la protagonista di questo post.

La musica che Marco insisteva a mettere, tra parentesi, era questa qui.
Non troppo inquietante, ma abbastanza.

Che altro dire? Eeeeh, niente. Ci rivediamo la prossima settimana, con la speranza di avere tante nuove cose da disegnare!

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Recensione Libri: In certi quartieri, Mario Valentini

TRAMA:

Una raccolta di racconti composti come il diario di città di un forestiero curioso e un po’ disorientato per strade e quartieri di Palermo. Rumori di fondo tra cui nascono personalissimi umori, e suoni e voci e vizi e stravaganze che lasciano improvvisamente il campo a inaspettati silenzi. Una scrittura semplice e straniante che dichiara tutta la propria simpatia per l’inappartenenza accompagna il lettore attraverso uno dei libri meno palermitani ambientati a Palermo. Tra verità e invenzione, l’autore sceglie l’immaginazione: stare in un posto ma contemporaneamente anche altrove. E i quartieri, i personaggi che li abitano, e che abitano queste storie, in certi casi sembrano quasi sfumare verso territori indistinti, visitabili solo inoltrandosi in un libro di racconti. Unico vero luogo in cui collocare certi quartieri.

RECENSIONE:

In certi quartieri è un libro che ho pescato, più a meno a caso, in uno scatolone pieno di libri vinto con degli amici ad un concorso sui libri. Edito da una “piccola” casa editrice siciliana, Mesogea, mi ha incuriosità più degli altri perché, dal piccolo frammento di contenuti della quarta di copertina, mi aveva intrigato. Lo stile sembrava semplice, ma i contenuti arguti. Questo perché io, nella mia inguaribile ingenuità, in quel piccolo stralcio ho visto qualcosa di metaforico e allusivo.
Invece, a lettura finita, non posso che definire questo libretto in un modo: deludente. Il che è tutto dire, visto che da un libretto del genere non è che le mie aspettative fossero chissà quali.

Il libretto in questione – piccolo da far quasi compassione – si presenta diviso in due parti. Nella prima, il protagonista – un laureando trasferitosi da pochi anni a Palermo, figura in cui è facile riconoscere l’autore stesso, anche lui “emigrato” a Palermo ormai in età adulta – ci rifila un bel po’ di aneddoti sulla Sicilia. Il tono è ironico, a tratti irriverente, ed espone tutto con una semplicità quasi insultante. Il tutto sembra in verità ben distante dalla realtà cittadina a cui personalmente sono abituata (l’episodio sul parcheggiatore abusivo, ad esempio: ci viene presentata un’orda di cittadini palermitani “bene” che difendono a spada tratta questa figura fin troppo diffusa tra le nostre strade. E quando il povero straniero, nella sua inguenuità si ritrova a dire, infuriato, che è un esponente della malavita, un delinquente, un ladro ed un criminale, si sente tacciato di ignoranza, perché il parcheggiatore abusivo è un uomo onesto ed un lavoratore necessario per il bene della città. Ma che stronzata, ne conoscessi uno di palermitano che non odia il parcheggiatore e che non si farebbe dieci chilometri in più piuttosto che pagare questa tassa), ma, in fin dei conti, come detto nella presentazione, questo libro sembra fondere realtà e fantasia, stereotipi e realtà giornaliera.

Nella seconda parte, abbastanza più interessante, ci vengono presentati una serie di personaggi dalle origini più o meno siciliane. Abbiamo l’edicolante fatto impazzire dalla gente che deve decidere come mettere in mostra i prodotti, il filosofo immigrato, il celebre attore che ha fatto la propria fortuna in America. Alcuni episodi strappano una risata, altri fanno sbadigliare, quasi tutti sembrano voler inquadrare – non sempre riuscendoci – una precisa realtà del capoluogo siciliano. Non avesse compiuto una scelta poco riuscita in alcuni casi, sarebbe anche potuto riuscire nell’intento.

Qual è dunque il grande problema di questo libretto, quello che a tratti me l’ha fatto trovare intollerante e che mi ha fatto provare un forte senso di delusione a lettura terminata? Semplice: la scelta dello stile.
Almeno, mi auguro vivamente che di scelta e di stile si tratti, visto che leggo che Valentini tiene anche seminari di scrittura creativa. Il problema è che ho trovato questa scelta, personalmente, estremamente sgradevole.
Le espressioni sono colloquiali, spesso ridondanti, la maggior parte delle volte ripetitive fino alla nausea. La lettura di questi brevissimi racconti su piccoli episodi quasi personali ricorda violentemente la lettura di certi temini di seconda media su “Parlami della tua abitazione”. Il protagonista si perde a raccontarci come si trovi meglio a studiare dopo aver evaquato lo stomaco, e ci spiega a modo suo esponenti della cultura generale, nei toni semplicistici che potrebbe usare un ragazzino con una vaga idea di cosa stia parlando. L’impressione che se ne ricava, oltre ad una grande confusione, è che il personaggio in questione sia tanto convinto di essere meglio degli altri da dover semplificare al massimo gli argomenti di cui sta parlando, perché altrimenti il lettore menomato non riuscirebbe a comprendere.
Esempio plateale di tutti questi difetti (estrema ripetitività, sintassi oltre modo colloquiale e infantile, spiegazione di personaggi in tono semplicistico), messi insieme in pochissime righe, sono i seguenti estratti.

I presocratici, dicevo sempre in quei giorni a tutti i conoscenti con cui, anche per poco, chiacchieravo (tutte persone che non avevano fatto studi classici ma piuttosto economici e giuridici o che non avevano mai fatto studi), i presocratici, dicevo a questi conoscenti (tutte persone con cui potevo fare lo sbruffone e con cui non era necessaio un atteggiamento avvertitamente filologico), i presocrtici erano gente un po’ rozza, ma acuta per tantissimi versi.

Silvio Ingrillì era nato e cresciuto al Borgo Vecchio, città di Palermo. Però il cognome non è originario. Pare venga piuttosto dal Nord Italia. Cominciò a fare teatro nell’imediato dopoguerra. Al Borgo Vecchio il padre di Silvio Ingrillì lavorava da maniscalco. La vena artistica Silvio Ingrillì l’aveva assimilata sin da piccolo da suo padre, che già all’età di otto anni suonava la grancassa nella banda del quartiere.
Poi venne la guerra. Dopo ancora Silvio Ingrillì cominciò a fare treatro.
Con il teatro Silvio Ingrillì divenne famoso, però in America, e il perché lo racconteremo tra poco.

In sostanza, un libro interessante sotto alcuni punti di vista, ma la cui lettura comunque non mi sento di consigliare. Forse potrebbe riultare gradevole a qualche abitante della periferia palermitana, ma in realtà nutro parecchi dubbi anche su questo.

VOTO: 2.5/10

Recensione Libri: Alice, i giorni della droga

TRAMA:

Alice è una quindicenne che appartiene al ceto medio. Sta a dieta e ha una vita amorosa normale. Ottiene buoni voti a scuola e pensa che un giorno le piacerebbe sposarsi. Quando, durante un party, Alice fa un ‘viaggio’ con la droga, la sua vita cambia radicalmente. I genitori non sanno cosa le stia accadendo, non capiscono e pensano che Alice, precipitata in una serie di esperienze seducenti ma disgregatrici, sia ‘legata alla gente sbagliata’. La differenza tra Alice e molti altri giovani che si drogano sta nel fatto che Alice teneva un diario. Questo diario, in realtà anonimo, si presenta ora come un documento esemplare – sottolinea lo psichiatra Max Beluffi nella prefazione – per chi voglia cogliere “i fattori storici e culturali che hanno facilitato questo particolare stile di evasione collettiva dalla realtà”.

RECENSIONE:

Alice, i giorni della droga“, è un libro horror moderno. Mentre sto scrivendo l’ho terminato da pochi minuti, e, davvero, non mi vengono in mente altri termini per definirlo. Non ci sono vampiri, zombie o altre strane creature della notte, ma c’è un unico, grande Mostro: la droga. La droga che succhia via la capacità e la voglia di vivere, la giovinezza, la libertà e la passione di milioni di giovani ogni anno.
Alice, i giorni della droga“, è – si dice, ma non si può sapere per certo – la versione, leggermente romanzata, di due diari di un’adolescente avuta in cura dalla dottoressa Beatrice Sparks. La ragazza che scrive è una quindicenne americana del finire degli anni sessanta, il cui nome non viene mai pronunciato all’interno dei diari, e che quindi, da questo momento, sarà nota come Alice.
Il diario di Alice è una lettura potente, inquetante, tormentosa e tormentata. L’evidente semplicità con cui inizia la narrazione – la decisione di acquistare un diario unicamente per poter parlare del ragazzo che finalmente l’ha invitata ad uscire – si scontra duramente con l’orrore che la ragazza si troverà ad affrontare di lì a poco.
L’incontro – non voluto – con la droga, le prime esperienze, il convincimento che non ci sia nulla di male. La descrizione, quasi affascinante, delle potenti emozioni provate dalla ragazza durante i suoi primi “viaggi”, avviene con un ritmo gioioso e giocoso, ancora infantile, di chi non si rende conto di cosa le stia succedendo.
Poi, sempre più velocemente, Alice si trova coinvolta in una spirale di eventi che vorticosa la trascina ancora più in fondo nella disperazione e nella perdizione. La prima fuga da casa, i sensi di colpa, la ricaduta, il fermo della polizia, la seconda fuga di casa che si corona con l’abbruttimento più totale – reso evidente da una scrittura sempre più violenta, folle, come se, oltre alla vita, la droga le stesse strappando via la cultura e la capacità di esprimersi in maniera corretta.
Dalla seconda metà del libro in poi la lettura diventa una sofferenza. La crudeltà con cui Alice si trova ad avere a che fare quando decide di abbandonare il piccolo club di drogati, le minacce e le torture psicologiche, le violenze fisiche e mentali e, infine, l’orrore più grande, di cui non parlerò per non spoilerare troppo.
Le ultime pagine, specialmente, sono di un’angoscia e di un dolore incredibile. La gioia riacquistata, velata sempre da un’ombra del destino che il lettore sente incombere su questa ragazza che sembra aver ritrovato la volontà di vivere, di gioire, di amare e di studiare.

La lettura di “Alice, i giorni della droga“, è una lettura superba nell’angoscia che comunica, solo di poco inferiore a quella di “Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino“.
Non è una lettura che consiglio a tutti, perché non è una lettura facile, ma è una lettura che renderei obbligatoria tra tutti i giovani nella fascia d’età di Alice. E pensare che in America gruppi di genitori conservatori hanno fatto di tutto, ricorrendo anche a vie legali, per vietare questo libro nelle biblioteche scolastiche.
Gli americani non smettono mai disorprendermi.

VOTO: 9.5/10

Recensione Libri: Lunaris – dal diario di un licantropo, D. F. Lycas

Circa tre mesi fa, ho partecipato ad una sorta di concorso. Il sito che lo proponeva era “La stamberga dei lettori“, in onore del loro terzo compleanno, e permetteva di essere sorteggiati per il giveaway di un libro a scelta tra molti offerti. I libri proposti erano diversi e alcuni molto interessanti e, tra questi, c’era quello di cui andrò a parlare: Lunaris – Dal diario di un licantropo.
Non ho mai letto nulla dove il licantropo la fa da protagonista. Ad essere sinceri, ho letto anche pochissimo dove il licantropo compare come personaggio comprimario, secondario, aiutante, amico o chi più ne ha più ne metta. Pertanto, per una volta, sono stata curiosa di leggere qualcosa che mettesse in primo piano questa figura da me un po’ sottovalutata.
Comunque, fortuna volle che vinsi il sorteggio e, poco dopo, ricevetti il pacco contentente questo libricino.
Devo dire che esteticamente è stata una piccola delusione. Un libricino minuscolo, di neanche 160 pagine, dalla copertina nera con il disegno di un calendario lunare stregonesco – almeno questo è quello di cui credo si tratti – in copertina. Per questo motivo l’ho messo in un angolo, dimenticandomelo per un po’.
L’altro giorno, non sapendo cosa iniziare, ho deciso di dargli una possibilità.
Appena terminata la lettura l’ho trovata quasi entusiasmante. Credo che presto, infatti, cercherò di procurarmi il suo seguito, visto che il finale di questo libricino lascia in tredici la storia.

Ma andiamo al sodo.
Lunaris, come dice il titolo, è, né più né meno, il diario di un licantropo. In particolare, chi ci sta narrando la sua bizzarra storia è Lika, un trentenne copywriter che, da quattro anni, è affetto da questa “malattia”. E che, da un paio di settimane, trema al pensiero di aver ucciso erroneamente una ragazza innocente in una delle sue incoscienti scorazzate notturne al chiaro di luna.
A causa di questo terrore, Lika si chiude in casa, tagliando quasi definitivamente i pochi legami con amici e conoscenti che gli erano rimasti dalla sua trasformazione. Nonostante tutto, una ragazza ed una donna riusciranno a fare breccia delle mura che si è creato, scoprendo chi è veramente e accompagnandolo per un infinitesimale tratto del suo percorso.
Piano piano, nel corso del libro, veniamo a sapere del passato del nostro protagonista. La sua infanzia con gli amici, come è stato trasformato in lupo mannaro, come questo ha lentamente e inequivocabilmente influito sulla sua vita. Impariamo a conoscere Lika, e a volergli bene. Come si può volere bene ad un lupacchiotto affamato che può strapparti la mano da un momento all’altro.

Lunaris è un libro che possiede, ovviamente, lati negativi e lati positivi. In qualche modo, però, quest’opera sembra riuscire a trarre forza e potenza dai lati negativi. Personalmente è una cosa che mi lascia un po’ perplessa, in quanto non riesco quindi bene a classificare oggettivamente quello di cui sto parlando.
Ad esempio, la scrittura concisa, intensa e serrata, all’inizio fa storcere il naso, lasciando perplesso il lettore di fronte a questa scelta stilistica dell’autore. Nelle prime pagine, personalmente, sono rimasta interdetta, dicendomi qualcosa del tipo: “Ma che cavolata è, questa? Che stile odioso….”. Eppure questo stile è uno dei maggiori motivi per cui il lettore si sente effettivamente catapultato all’interno della mente del licantropo. Nessun stile di scrittura, probabilmente, avrebbe potuto rendere meglio la lotta umano-lupo, l’istinto che cerca di dominare sulla ragione e la ragione che, dispertamente, si afferra con i denti e con le unghia per non cedere alla mente animale. Lo stile energico, quasi esasperato, rende perfettamente l’angoscia di Lika che si ritrova a non riconoscersi più allo specchio, alla sua ferrea volontà di non cedere al lupo.
Ancora, questo romanzo sembra avere difficoltà ad ingranare. Per carità, se decidete di procedere all’acquisto dopo la prima decina di pagine si resta invinghiati nella rete di questo libro, e non si riesce quasi più a staccare gli occhi dalle pagine. Ciò non toglie però che, per la lettura di due terzi del libro, si ha la netta impressione di stare leggendo la presentazione alla storia vera e propria, che si svolge poi con una serie di scene fulminee nell’ultima cinquantina di pagine. Questa che sembra una lunga presentazione lascia però lo spazio di sviluppare quelli che si mostrano come indubbi punti energici di quest’opera. L’approfondimento, graduale e a piccole dosi, del passato di Lika, delle sue amicizie, delle sue ricerche sui lupi mannari, forniscono indubbiamente la possibilità di affezionarsi al personaggio, di calarsi sempre più profondamente nei suoi panni, di avere la sensazione di interagire personalmente col mondo che lo circonda. Ugualmente, lo spazio dedicato alle ricerche sui lupi mannari e alla loro esposizione è uno spazio vincente: interessante, non esagerato, misurato esattamente per dare le informazioni necessarie – e magari qualche pillolina in più – senza annoiare, come spesso fanno molti autori che si ritrovano a dorver fornire informazioni necessarie al corretto sviluppo della storia.

Insomma, in poche parole un libro interessante ed appassionante, una piacevole scoperta ed una lettura che rilassa ma, allo stesso tempo, lascia un contenuto dietro di sé.

VOTO: 7.5/10