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Recensione Libri: Hyperion, Dan Simmons

TRAMA:

Sette pellegrini in viaggio verso le Tombe del Tempo. Ciascuno con un terribile segreto e una speranza. Attraverso la galassia in guerra vanno incontro allo Shrike: un semidio metallico e assetato sangue, dominatore di Hyperion. Nella valle delle Tombe del Tempo, di fronte allo Shrike, si compirà il loro destino. Per uno, uno solo, la realizzazione del più grande dei sogni. Un’affascinante e del tutto inedita epopea stellare. Una formidabile avventura nel tempo e nello spazio, fino alle ultime frontiere della scienza e della fantasia.

RECENSIONE:

Come al solito, nell’iniziare questo libro avevo solamente una vaga idea di quello a cui andavo incontro. Per questo, onestamente, nelle prime pagine, nonostante mi fosse stato entusiasticamente consigliato, mi sono ritrovata a storcere un po’ il naso. Non che mi dispiacesse, per carità, ma mi stava lasciando leggermente perplessa.
Fortunatamente, avanzando con la lettura, sono stata pienamente contraddetta.
Hyperion è un libro di fantascienza, anzi, un Signor libro di Fantascienza, con la F maiuscola. Era dai tempi della Fondazione di Asimov che un libro di fantascienza non mi lasciava tanto soddisfatta.
Il mondo rappresentato in questo fantastico libro è, ovviamente, un nostro futuro. Non ci viene fatta una lunga, noiosa e dettagliata presentazione: già dalle prime pagine veniamo catapultati nello scorrere degli eventi, nei vicoli delle città, nelle tortuose ambiguità dei ricordi dei vari personaggi giostrati con maestria dall’incredibile Simmons.
Piano piano, la storia, la civiltà e la complessa struttura di questo universo ci viene chiarita. Velo dopo velo viene sottratto, mostrandoci questa organizzazione incredibile, fin nei suoi più profondi intrighi e orrori nascosti.

Siamo nel ventottesimo secolo. Un grande Errore ha distrutto la Vecchia Terra (ma si tratterà veramente di un errore?) e l’umanità si è sparpagliata in decine di pianeti più o meno piccoli, una rete di mondi colonizzati governata dall’Egemonia. Hyperion è uno di questi pianeti, non uno dei più grandi, non uno dei più importanti politicamente. Anzi, a dire il vero, non fa neanche ancora parte completamente dell’Egemonia. Ma qui risiede qualcosa di unico e irripetibile: su Hyperion, infatti, abita lo Shrike, una sorta di divinità meccanica che sembra aver potere sul tempo e sulla vita degli uomini.
Ogni anno, molte persone – scelte tra i più fedeli – fanno un pellegrinaggio allo Shrike, con qualche desiderio in tasca. I pellegrini devono andare in un numero primo, e solo il desiderio di uno di loro verrà realizzato. Gli altri verranno assassinati.
In un momento in cui una nuova guerra sta per scoppiare, un ultimo pellegrinaggio viene mandato incontro a questa divinità. Sette, tra uomini e donne, sono diretti ad incontrare lo Shrike. Il loro è un pellegrinaggio più unico che raro: nessuno di loro, infatti, è un fedele di questa religione.
Per affrontare il viaggio, e con la speranza che questo possa salvare le loro vite nel momento chiave, i sette decidono di narrare ognuno la propria storia.
Ed è in questo che risiete il nucleo pulsante di questa strepitosa opera di fantascienza.
Piano piano, racconto dopo racconto, il puzzle di questa società incredibile si completa, si complica, si rafforza e si dipana, rivelando intrighi, misteri, magie del futuro e una storia profonda e ben strutturata.
Hyperion sembra ricalcare le orme del celebre “The Canterbury Tales“, sebbene il numero di pellegrini sia molto inferiore.
Il mondo, anzi, il futuro che ci viene presentato, pur nella sua assurda fantascientificità, appare solido e credibile. Anche questa era una sensazione che non provavo dai tempi della Fondazione. L’universo nella sua impossibilità sembra plausibile, anzi, probabile. Nella sua descrizione minuziosa e puntigliosa sembra già reale, già avvenuto. E’ un dono che pochi scrittori possiedono, quello di creare, con una tale precisione e una tale consapevolezza di dettagli, un intero universo, capace di portare il lettore a provare l’ambigua sensazione di conoscerlo da sempre.

Insomma. Dopo tante parole, il concetto è solo uno, puro e semplice: Hyperion è un libro meraviglioso. Non credo che si debba essere appassionati di fantascienza per apprezzare la sua sottile complessità, il suo universo intricato, la sua scrittura precisa e coinvolgente.
Nonostante sia il primo volume di una tetralogia, è un libro autoconclusivo. Nelle intenzioni di Dan Simmons, infatti, non doveva avere altri seguiti. Sicuramente, personalmente, leggerò anche i seguiti, ma già questo libro, da solo, è un piccolo tesoro.
Da leggere. Raramente mi sono sentita di consigliare un altro libro tanto quanto consiglio vivamente questo.

VOTO: 10/10

Recensione Libri: Rabbia, Chuck Palahniuk

TRAMA:

“Come la maggior parte delle persone, anch’io non avevo mai incontrato Rant Casey né ci avevo mai parlato finché non è morto. Con la gente famosa è sempre così, quando tirano le cuoia la loro cerchia di amici intimi si ingantisce.”

Rabbia prende la forma di una storia (romanzesca) orale di Buster “Rant” Casey, nella quale un assortimento di amici, nemici, ammiratori, detrattori e familiari dice la sua su questo personaggio ambiguo, morto in circostanze tanto misteriose quanto leggendarie, che forse è stato (ma forse non è stato) il più efficiente serial killer della nostra epoca.

“Buster Casey sarebbe dunque per la rabbia ciò che ‘Typhoid Mary Mallon è stata per il tifo, Gaetan Dugas per l’Aids e Liu Jian-lun per la Sars.”

Buster è cresciuto in una cittadina nel mezzo del nulla, assetato di sensazioni forti in un mondo di videogames e di soffocante conformismo. Dopo le prime ribellioni al liceo scappa dal suo villaggio natale alla volta della grande città: cerca qualcosa, una comunità di persone, un’emozione inimmaginabile, un bandolo della matassa, un senso per la propria esistenza. E ben presto diventa il leader di un gruppo di giovani dediti a una sorta di rito-gioco di demolizione urbana chiamato “party crashing”: nelle notti prescelte i partecipanti decorano in modi bizzarri le loro auto e quando arriva il momento cominciano ad attaccarsi a vicenda cercando di cozzare con le proprie vetture contro quelle degli altri. Ed è proprio in occasione di una di queste violente cacce notturne che Casey incontra la più spettacolare e tragica delle morti al volante. Ma Casey è morto davvero?

RECENSIONE:

Palahniuk era uno dei miei autori preferiti, intorno ai 19/20 anni. Entravo in libreria e, se non trovavo altro da prendere, me ne uscivo con uno dei suoi libri sottobraccio. Ma probabilmente non è uno di quegli autori di cui si possa abusare senza risentirne. Con Invisible Monsters e Cavie, infatti, raggiunsi il limite di pulp che potessi sopportare, e lo abbandonai, complice il fatto che non vi vedessi più nulla né di originale né di innovativo in questo autore che sembrava voler continuamente fare a gara con sé stesso a chi disgustava di più il lettore.
Eppure, dopo quasi quattro anni di distanza, ho deciso di riprovarci con Rabbia.
La lettura è stata sorprendente, come il ritrovarsi con un vecchio amico con cui incredibilmente sentiamo di avere ancora molto da condividere. Oltretutto, probabilmnente responsabile anche il lungo distacco, le parole sembravano nuove, i contenuti rinfrescati, la storia colma di nuovi significati oltre il semplice disgusto.

Ma, appunto, parliamo della storia.
Fin dalle prime parole ci si trova di fronte a qualcosa che suona strano. Ci si ferma interdetti, non comprendendo esattamente cos’è che provoca questa incertezza. “Mah“, si pensa, “è Palahniuk“, e si va avanti.
Le voci che si uniscono nel raccontare la storia di Buster “Rant” Casey sono diverse e ben coreografate, sembra quasi di sentirle parlare nella propria testa, ognuna con un accento ed un’inflessione diversa, ognuno con una proprietà dialettica ed un bagaglio culturale differente. Alcuni parlano perché hanno vissuto in prima persona gli eventi narrati, altri solo per sentito dire all’interno del paese, altri riferiscono quanto Rant stesso ha narrato. Per questo le varie voci narranti sembrano a volte discostarsi leggermente una dall’altra, ma proprio per questo, finiscono col completarsi armoniosamente.

Rant è un ragazzino anormale, indubbiamente. La sua famiglia non è delle migliori, lo stesso padre sembra fregarsene del figlio. Ha doti incredibili: ha i sensi particolarmente sviluppati, ed un’incredibile resistenza ai veleni, per i quali nutre uninsana dipendenza che lo porta ad infilare mani e braccia in ogni tana di animale selvatico che incontra.
Ed è affetto dalla rabbia. Malattia cui crea una vera e propria epidemia nel suo paese, malattia che lo renderà macrabamente famoso.
La sua vita, descritta attraverso un coro di voci che lo plaudono o lo rimproverano, lo rimpiangono e lo recreminano, scorre tra qualche scappatella e qualche ribellione, finché non decide di lasciare il paese e raggiungere la città.
A questo punto c’è il dialogo chiave che permette di cominciare ad avere un sospetto fondato su cosa sta succedendo.
Subito dopo, tutto cambia.
Quello che poteva sembrare un normale, per quanto bizzarro, romanzo di narrativa, si sconvolge, presentando un mondo totalmente diverso da quello che conosciamo e in cui, fino a quel momento, credevamo fosse ambientato il romanzo. La civiltà che ci viene presentata è simile ma avanzata, con meno diritti, classi sociali differenti, e tecnologie totalmente sconosciute e quasi fantascientiche.
In questo mondo, Rant si ritrova a compiere ricerche su sé stesso, per poi scomparire, lasciando alle sue spalle amici adoranti e una taglia sulla testa.
Da questo punto non dico più nulla, perché ogni parola potrebbe rovinare il gusto di una lettura imprevedibile e sbalorditiva, accattivante e gustosa.

Rabbia è un romanzo strutturato perfettamente e presentato ancora più perfettamente. L’unica pecca sta in qualche passo che si dilunga un po’ troppo nello spiegare cose che, bene o male, si intuiscono facilmente.

Rabbia è un romanzo che consiglio vivamente a chi ha voglia di una lettura inconsueta, che è disposto ad accettare i dettagli più morbosi – ma neanche tanto, per gli standard di Palahniuk – e ad ascoltare le storie più incredibili.
Alla fine, chi può sapere qual è la realtà?

VOTO: 9/10

Recensione libri: La ragazza drago – L’ultima battaglia, Licia Troisi

TRAMA:

Nidhoggr, la malvagia viverna che un tempo cercò di distruggere l’equilibrio della natura, è tornato. Il sigillo che lo teneva imprigionato è stato infranto e il suo potere ha soggiogato la Terra intera, trasformando tutti gli uomini in mostri disposti a qualunque sacrificio per sconfiggere Sofia e gli altri Draconiani. La loro missione è trovare il frutto di Thuban, l’ultimo e il più importante dei cinque globi magici che faranno risplendere di nuova vita l’Albero del Mondo e riporteranno sulla Terra il regno di Draconia. Ma Ofnir, il nuovo alleato delle viverne, ha frantumato il frutto contro il sigillo per liberare il suo padrone, e i frammenti sono nascosti in tre luoghi misteriosi sparsi per l’Italia. Nell’ultima, fatale battaglia che Sofia dovrà combattere, ostacoli imprevisti si opporranno alla vittoria: i draghi che hanno sempre vissuto nel cuore dei suoi compagni rischieranno di svanire per sempre, e con loro il regno di Draconia…

RECENSIONE:

L’ultima battaglia è il quinto e ultimo volume della saga de “La ragazza drago“. Recensire solo l’ultimo volume potrebbe essere fuorviante, ma, in parole povere, basti sapere che i quattro volumi precedenti sono libri semplici, banali, senza nessun punto notevole da segnalare. Nessun vero pregio – secondo me – e nessun difetto abissale che ne rende rilevante in un senso o nell’altro la lettura.
Però, visto che ho l’insopportabile abitudine di tentare di portare a termine le saghe che comincio, mi sono allegramente incartata anche nella lettura di quest’ultimo volume, senza nessuna aspettativa e senza nessuna reale speranza, prima di affrontarlo, se non quella di non restare totalmente disgustata.
Sorprendentemente, però, si è rivelato un libro che considererei semplicemente brutto, se non fossi un’inguaribile generosa: pertanto lo considererò giusto brutto con riserva.

Il fatto è che questo libro, in fin dei conti, è stato una delusione. Non perché l’alto livello dei capitoli precedenti avesse fatto sperare in un finale epico, tutt’altro: perché, nonostante la mediocrità degli altri quattro volumi, questo episodio, all’inizio, sembrava essersi rivelato promettente. Il prologo e lo scoppiettante primo capitolo, insomma, avevano fatto ben sperare: sembrava prometterci azione, avventura, e seri sacrifici e dolori da parte dei ragazzi draconiani. Mi aspettavo un percorso complesso per trovare una soluzione alla difficile situazione con cui ci troviamo nelle prime pagine, e speravo in qualcosa che, dopo quattro libri anonimi, mi facesse dire “Ma dai, ne è valsa la pena”.
Purtroppo affidare troppe speranze ad un’autrice che già si sa accarezzare raramente la sufficienza è sempre una mossa azzardata. Infatti, già dal secondo capitolo, ci si ritrova ad avere a che fare con le stesse solite forzature, con la stessa trama impalpabile e, insomma, col contrario di tutto ciò che sembrava esserci stato promesso all’inizio del libro.
La scrittura della Troisi, nonostante anni di critiche da più fronti e di accurate analisi di ciò che dovrebbe cambiare, non sembra essere minimamente migliorata. Le descrizioni continuano ad essere semplicistiche e ripetitive fino alla nausea (qualcuno le regali un dizionario di sinonimi, ve ne prego. Per dirne una, quando i ragazzi si dividono per cercare tre pezzi dello stesso oggetto e tutte e tre le volte ci viene descritto allo stesso, identico modo, stavo rischiando un attacco d’isteria. E’ così difficile variare leggermente il registro a seconda dei diversi ragazzi, o utilizzare termini differenti che non renda la lettura un eterno déjà vu?). Il PoV continua imperterrito ad essere altanelante al punto da sfiorare la schizofrenia. Abbiamo a che fare con sei ragazzi, il cui punto di vista, spesso e volentieri, viene approfondito in sequenza senza quasi farci capire chi sta pensando cosa. Il momento in cui lei pensa quanto è figo lui e nel rigo succssivo lui pensa quanto tiene a lei, è un momento di toccante deficienza confusionaria. La trama, come già detto, resta totalmente inconsistente nonostante le promesse iniziali.

Invece di regalarci lo scontro finale epico che ci eravamo preparati a gustare, in questo libro la Troisi continua a tirarla per le lunghe con una sola motivazione: dare il tempo ai sei draconiani di andare totalmente fuori personaggtio e accoppiarsi (non in senso biblico) allegramente tra di loro. Ogni spossante capitolo sembra un’insipida scusa per fare unire più a fondo maschietti e femminuccie, gestiti con un’impacciataggine a dir poco imbarazzante. La ricerca dei frammenti non è solo un’insopportabile scusa per allungare il brodo all’inverosimile, servono all’autrice per riempire le pagine di smancerie totalmente fuori luogo in quella che ricorda vagamente un’apocalisse zombie che solo la rapidità può scongiurare.
Quando finalmente arriviamo all’agognata conclusione, nonostante le accurate preparazioni, tutto si svolge, in breve, ad una velocità immotivata e inspiegabile: i pochi sacrifici che i nostri eroi erano stati costretti ad affrontare si sono rivelati non essere dei veri sacrifici, e, nonostante il briciolo di fatica che ha comportato l’arrivare fin lì, tutto si è rivelato essere di una semplicità quasi offensiva.
L’epilogo, poi, cui avevo abbandonato le mie residue speranze, si è rivelato inconcludente e quasi odioso nel modo in cui si sbologna tutti i problemi in modo totalmente irrispettoso delle aspettative del lettore. In modo totalmente insensato la situazione, dopo quello che ho già definito essere simile ad una sorta di apocalisse zombie (ma senza zombie), ritorna ad un periodo precedente, e assolutamente nessuno conserva memoria di quanto successo, a parte i sei draconiani. Ma perché, se non è rimasto più nulla in Terra che conservi un tale potere? Perché sì. Probabilmente perché era troppo difficile per la nostra cara scrittrice trovare un finale che fosse contemporaneamente sensato e che le permettesse comunque di chiudere con il classico e vissero felici e contenti.
Infine, nonostante le numerose critiche ricevute sull’argomento, la nostraLicia sembra non avere ancora imparato che, ad un lettore anche solo minimamente informato, farebbe piacere non leggere ogni qual volta di armi costruite con materiali improbabili, dalle impugnature scolpite in taglienti pietre preziose dalle forme quasi letali.
Insomma, nonostante l’inizio promettente, mi ha infastidito e mi è piaciuto persino meno dei volumi precedenti.
La mia generosità va solamente perché, al solito, l’unico pregio che la Troisi si ritrova è quello di scrivere in una maniera scorrevole che, nonostante tutto, permette di godersi qualche ora di lettura intensa staccando la mente da tutto.

VOTO: 4.5/5

Recensione Libri: Il Signore della svastica, Norman Spinrad

Già nella copertina: “Se Hitler fosse stato uno scrittore, questo sarebbe stato il suo romanzo più allucinante”

TRAMA:

Il romanzo è presentato dall’autore come il capolavoro di un famoso scrittore di fantascienza, Adolf Hitler, esiliato dalla Germania nel 1913 e morto a New York nel 1954. Nelle settimane precedenti la sua morte, avrebbe scritto la storia di Feric Jaggar, il signore della svastica, una storia folle e surreale di conquista dell’universo da parte di una razza superiore di Veri Uomini. Nel 1142 A. F. (anno del Fuoco) il vero uomo Jaggar, alla testa di un esercito di fanatici, le SS, muove alla conquista del mondo, sterminando ogni forma di vita che non corrisponda ai suoi canoni di razza pura e perfetta.

RECENSIONE:

Il signore della svastica è unanimemente riconosciuto come il capolavoro di Adolf Hitler, il celebre scrittore di fantascienza morto a New York nel 1954. La genesi del romanzo, che precedette di poche settimane la morte dell’autore, è singolare come il contenuto del libro. Hitler scrisse la storia di Feric Jaggar, il signore della svastica, in una sorta di delirio allucinato.

Fin dalle prime, bizzarre righe di quest’opera inconsueta, si ha l’impressione di essere stati catapultati in un altro mondo, in un universo parallelo e stranamente sbagliato. Ed è proprio questo lo scopo che sembra voler raggiungere il brillante Spinrad. Apparentemente, l’autore sembra voler rispondere alla domanda: che ne sarebbe stato dell’odioso despota se, invece di continuare per la strada che lo portò ad essere il leader politico più invasato degli ultimi tempi, fosse emigrato in America? La risposta ci viene fornita fin dalle prime pagine: sarebbe diventato un disegnatore (molti sanno già che Hitler aveva notevoli aspirazioni artistiche), illustratore per riviste di fantascienza, e infine scrittore del genere e esponente importante in questo ambiente.
E’ quello che abbiamo di fronte è il romanzo che, chissà, forse Hitler avrebbe scritto se le cose fossero andate diversamente.

Chi sa se il nostro caro Waloternativo ha avuto “l’onore” di conoscere Hitler scrittore. Tra mondi paralleli ci si intende, no…

L’oscuro emigrante tedesco costretto ad abbandonare la Germania nel 1919 in seguito al fallimento di un putsch di elementi di estrema destra rivive nel romanzo i suoi sogni di dominio del mondo. Una volontà di potere folle e disumana pervade tutto il libro, storia di una delirante conquista dell’universo da parte di una razza superiore di Veri Uomini. La forza fantastica di queste pagine è tale che il lettore si domanda smarrito che cosa sarebbe potuto accadere se, invece di diventare uno scrittore, Hitler avesse potuto portare avanti i disegni politici intessuti in un momento di illusoria frenesia nella Germania sconvolta della Repubblica di Weimar.

Dare un giudizio finale a questo romanzo è qualcosa di molto difficile, per me.
L’idea che ha dato vita a quest’opera, e i passi iniziali della sua realizzazione, sono a dir poco geniali. Durante la lettura dei brevi passi che ho citato, mi sentivo emozionata, divertita, eccitata e conquistata.
Però, quando si passa alla lettura del romanzo (vincitore del premio Hugo in questo mondo parallelo immaginato da Spinrad), non si può non rimanere leggermente delusi.
Quest’opera geniale si divide in tre parti. La preparazione al romanzo di Hitler – geniale -, il romanzo di Hitler – noioso -, e l’analisi del romanzo – di nuovo geniale.
Se avessi letto solamente il romanzo, il parere sarebbe stato indubbiamente negativo. Le descrizioni forzate e ridondanti, ripetitive e noiose, la trama banale dell’eroe predestinato e perfetto che deve sconfiggere i cattivoni brutti, sporchi e puzzolenti, le battaglie descritte con un’ossessività quasi inquietante e morbosa per la violenza e il disgustoso, e il linguaggio stentato e incespicante, fanno di quest’opera un romanzo a dir poco mediocre.
Terminata la lettura del “romanzo di Hitler“, però, scopriamo quello che forse avremmo potuto immaginare dall’inizio, visto come ci viene presentata l’opera: la bruttezza di questo romanzo è stata accuratamente scelta, levigata e curata. Norman Spinrad s’è preso l’agognata libertà di scrivere un romanzo brutto affinché sembrasse brutto dall’inizio alla fine.
I personaggi piatti e insignificanti, la trama ordinaria e noiosa, le descrizioni ripetitive e rivoltanti, la ricercata oscenità della metà degli eventi descritti, è qualcosa di deliberatamente ricercato.
Alla chiusura del romanzo, infatti, ci ritroviamo a leggere una postfazione scritta da un immaginario studioso, che analizza nei minimi dettagli la bruttezza e l’oscenità di questo romanzo. Diviene ormai evidente come Spinrad abbia voluto fino in fondo cercare di entrare nella mente malata, deviata e contorta del dittatore, esprimendo a parole il suo pensiero morboso. Spinrad si diverte infine ad utilizzare le proprie parole per evidenziare ogni singolo tratto della malata personalità del dittatore.
L’esagerata simbologia fallica, il rapporto malato con le donne, l’antisemitismo, l’ossessione e la paranoia, l’osceno narcisismo e l’inquietante amore per la violenza del “nostro” dittatore, vengono analizzati tramite le parole dello scrittore, in un’analisi a tratti divertente e a tratti deprimente per quello che esprimono.

Effettivamente, Hitler sembra presumere nel libro che masse di uomini in uniformi feticistiche, che marciano con precisione maniacale e con uno spiegamento di gesti e parafernali fallici, eserciteranno un fascino potente su esseri umani normali.

[…]

La violenza confina nel libro con la psicosi. Hitler descrive i massacri più tremendi come se non solo li trovasse attraenti, ma presumesse che anche i lettori ne siano altrettanto affascinati.

[…]

Qui al lettore viene offerto, per così dire, qualcosa di probabilmente unico in tutta la letteratura: la più orribile, perversa e odiosa violenza descritta da un autore che naturalmente è convinto che simili odiosi spettacoli siano edificanti, istruttivi e addirittura espressioni di nobiltà.

E infine, su tutto:

Ovviamente, una simile psicosi nazionale non potrebbe mai prendere piede nel mondo reale; la supposizione di Hitler che non soltanto potrebbe accadere, ma che sarebbe addirittura un’espressione di cosiddetta volontà razziale prova che lui stesso soffriva di una simile malattia.

Leggere passaggi simili strappa un sorriso e deprime, perché è facile immaginare come in un mondo in cui Hitler non si è dedicato alla politica cose che realmente ha realizzato possano apparire assurde e inconcepibili, mentre nella realtà gli esseri umani si sono rivelati all’altezza di un leader malato, morboso, perverso e sadico, la cui unica vera qualità era quella di essere un trascinatore di masse.

In definitiva, Il signore della svastica è difficile da giudicare: è un brutto romanzo, scritto male, ma per decisione volontaria ed elucubrata. D’altra parte, è un romanzo geniale e folgorante, che si dovrebbe leggere per inquadrare la nostra realtà in una prospettiva un po’ diversa.

VOTO: 6.5/7.5

Recensione Libri: In certi quartieri, Mario Valentini

TRAMA:

Una raccolta di racconti composti come il diario di città di un forestiero curioso e un po’ disorientato per strade e quartieri di Palermo. Rumori di fondo tra cui nascono personalissimi umori, e suoni e voci e vizi e stravaganze che lasciano improvvisamente il campo a inaspettati silenzi. Una scrittura semplice e straniante che dichiara tutta la propria simpatia per l’inappartenenza accompagna il lettore attraverso uno dei libri meno palermitani ambientati a Palermo. Tra verità e invenzione, l’autore sceglie l’immaginazione: stare in un posto ma contemporaneamente anche altrove. E i quartieri, i personaggi che li abitano, e che abitano queste storie, in certi casi sembrano quasi sfumare verso territori indistinti, visitabili solo inoltrandosi in un libro di racconti. Unico vero luogo in cui collocare certi quartieri.

RECENSIONE:

In certi quartieri è un libro che ho pescato, più a meno a caso, in uno scatolone pieno di libri vinto con degli amici ad un concorso sui libri. Edito da una “piccola” casa editrice siciliana, Mesogea, mi ha incuriosità più degli altri perché, dal piccolo frammento di contenuti della quarta di copertina, mi aveva intrigato. Lo stile sembrava semplice, ma i contenuti arguti. Questo perché io, nella mia inguaribile ingenuità, in quel piccolo stralcio ho visto qualcosa di metaforico e allusivo.
Invece, a lettura finita, non posso che definire questo libretto in un modo: deludente. Il che è tutto dire, visto che da un libretto del genere non è che le mie aspettative fossero chissà quali.

Il libretto in questione – piccolo da far quasi compassione – si presenta diviso in due parti. Nella prima, il protagonista – un laureando trasferitosi da pochi anni a Palermo, figura in cui è facile riconoscere l’autore stesso, anche lui “emigrato” a Palermo ormai in età adulta – ci rifila un bel po’ di aneddoti sulla Sicilia. Il tono è ironico, a tratti irriverente, ed espone tutto con una semplicità quasi insultante. Il tutto sembra in verità ben distante dalla realtà cittadina a cui personalmente sono abituata (l’episodio sul parcheggiatore abusivo, ad esempio: ci viene presentata un’orda di cittadini palermitani “bene” che difendono a spada tratta questa figura fin troppo diffusa tra le nostre strade. E quando il povero straniero, nella sua inguenuità si ritrova a dire, infuriato, che è un esponente della malavita, un delinquente, un ladro ed un criminale, si sente tacciato di ignoranza, perché il parcheggiatore abusivo è un uomo onesto ed un lavoratore necessario per il bene della città. Ma che stronzata, ne conoscessi uno di palermitano che non odia il parcheggiatore e che non si farebbe dieci chilometri in più piuttosto che pagare questa tassa), ma, in fin dei conti, come detto nella presentazione, questo libro sembra fondere realtà e fantasia, stereotipi e realtà giornaliera.

Nella seconda parte, abbastanza più interessante, ci vengono presentati una serie di personaggi dalle origini più o meno siciliane. Abbiamo l’edicolante fatto impazzire dalla gente che deve decidere come mettere in mostra i prodotti, il filosofo immigrato, il celebre attore che ha fatto la propria fortuna in America. Alcuni episodi strappano una risata, altri fanno sbadigliare, quasi tutti sembrano voler inquadrare – non sempre riuscendoci – una precisa realtà del capoluogo siciliano. Non avesse compiuto una scelta poco riuscita in alcuni casi, sarebbe anche potuto riuscire nell’intento.

Qual è dunque il grande problema di questo libretto, quello che a tratti me l’ha fatto trovare intollerante e che mi ha fatto provare un forte senso di delusione a lettura terminata? Semplice: la scelta dello stile.
Almeno, mi auguro vivamente che di scelta e di stile si tratti, visto che leggo che Valentini tiene anche seminari di scrittura creativa. Il problema è che ho trovato questa scelta, personalmente, estremamente sgradevole.
Le espressioni sono colloquiali, spesso ridondanti, la maggior parte delle volte ripetitive fino alla nausea. La lettura di questi brevissimi racconti su piccoli episodi quasi personali ricorda violentemente la lettura di certi temini di seconda media su “Parlami della tua abitazione”. Il protagonista si perde a raccontarci come si trovi meglio a studiare dopo aver evaquato lo stomaco, e ci spiega a modo suo esponenti della cultura generale, nei toni semplicistici che potrebbe usare un ragazzino con una vaga idea di cosa stia parlando. L’impressione che se ne ricava, oltre ad una grande confusione, è che il personaggio in questione sia tanto convinto di essere meglio degli altri da dover semplificare al massimo gli argomenti di cui sta parlando, perché altrimenti il lettore menomato non riuscirebbe a comprendere.
Esempio plateale di tutti questi difetti (estrema ripetitività, sintassi oltre modo colloquiale e infantile, spiegazione di personaggi in tono semplicistico), messi insieme in pochissime righe, sono i seguenti estratti.

I presocratici, dicevo sempre in quei giorni a tutti i conoscenti con cui, anche per poco, chiacchieravo (tutte persone che non avevano fatto studi classici ma piuttosto economici e giuridici o che non avevano mai fatto studi), i presocratici, dicevo a questi conoscenti (tutte persone con cui potevo fare lo sbruffone e con cui non era necessaio un atteggiamento avvertitamente filologico), i presocrtici erano gente un po’ rozza, ma acuta per tantissimi versi.

Silvio Ingrillì era nato e cresciuto al Borgo Vecchio, città di Palermo. Però il cognome non è originario. Pare venga piuttosto dal Nord Italia. Cominciò a fare teatro nell’imediato dopoguerra. Al Borgo Vecchio il padre di Silvio Ingrillì lavorava da maniscalco. La vena artistica Silvio Ingrillì l’aveva assimilata sin da piccolo da suo padre, che già all’età di otto anni suonava la grancassa nella banda del quartiere.
Poi venne la guerra. Dopo ancora Silvio Ingrillì cominciò a fare treatro.
Con il teatro Silvio Ingrillì divenne famoso, però in America, e il perché lo racconteremo tra poco.

In sostanza, un libro interessante sotto alcuni punti di vista, ma la cui lettura comunque non mi sento di consigliare. Forse potrebbe riultare gradevole a qualche abitante della periferia palermitana, ma in realtà nutro parecchi dubbi anche su questo.

VOTO: 2.5/10

Recensione Libri: Warm Bodies, Isaac Marion

TRAMA:

R è uno zombie in piena crisi esistenziale. Cammina per un’America distrutta dalla guerra, segnata dal caos e dalla fame dissennata dei morti viventi. R, però, è ancora capace di desiderare, non gli bastano solo cervelli da mangiare e sangue da bere. Non ha ricordi né identità, non gli batte più il cuore e non sente il sapore dei cibi, la sua capacità di comunicare col mondo è ridotta a poche, stentate sillabe, eppure dentro di lui sopravvive un intero universo di emozioni. Un universo pieno di meraviglia e nostalgia. Un giorno, dopo aver divorato il cervello di un ragazzo, R compie una scelta inaspettata: intreccia una strana ma dolce relazione con la ragazza della sua vittima, Julie. Un evento mai accaduto prima, che sovverte le regole e va contro ogni logica. Vuole respirare, vuole vivere di nuovo, e Julie vuole aiutarlo. Il loro mondo però, grigio e in decomposizione, non cambierà senza prima uno scontro durissimo con…

STORIA:

Recensire questo libro non è stata un’impresa facile per la sottoscritta. Innanzitutto perché non amo particolarmente recensire libri che non mi sono piaciuti, ma soprattutto perché è un libro dai diversi aspetti che vanno considerati in toto, per dare una visione quanto più obbiettiva possibile di questo romanzo.
Warm Bodies mi è stato prestato mesi orsono, dopo che ne trovai una recensione su internet e che la mia vena masochistica mi urlò “Ma sì! Leggiamolo! Ogni tanto qualcosa di terribilmente trash ci vuole!”. Fortunatamente questo mio sgradevole lato non si fa sentire molto spesso, infatti appena ebbi il libro in mano lo dimenticai in un angolo, posticipando ad oltranza la lettura. Poi, complice la noia estiva ed il bisgono di qualcosa di leggero da portarmi in spiaggia quell’unica volta all’anno in cui mi costringono ad andarci, ho deciso di attaccarlo.
Molti hanno definito questo libro “Il Twilight con gli zombie“. Io, per cercare di restare il più obbiettiva possibile e non odiarlo già dalle prime pagine, ho cercato di convincermi che quello di Marion fosse un esperimento sociologico. Che questo libro fosse stato partorito per rispondere all’annosa domanda: “Ma dopo Twilight, se scrivo una storia d’amore con uno zombie, se la bevono ugualmente?”. Se la vedi in questo modo diventa quasi gradevole la lettura, anche se alla fine questa flebile speranza ti viene impietosamente strappata.

Ma andiamo al libro in sé e per sé.
Inizialmente, sorprendentemente, la scrittura è molto gradevole. Marion scrive decentemente, offre un ottimo punto di vista, spesso ironico ed accattivante, sul mondo apocalittico invaso dagli zombie. La voce narrante appartiene allo zombie protagonista, R, e, soprassedendo ad alcune domande idiote che ti bloccano la lettura (“Ma se non è in grado di parlare e di scrivere, come cavolo mi sta narrando questa storia? O sto leggendo i suoi pensieri e basta?”, cosa che comunque diventa chiara alla fine), il suo punto di vista è gestito molto bene.
Nelle prime pagine viene esplorato il modus vivendi di una variegata comunità di zombie. Non parlano, non comunicano oltre che con gesti e con pochi grugniti monosillabici, eppure hanno una gerarchia sociale, residui di rituali umani come il matrimonio e l’adozione e una scuola in cui addestrare i bambini zombie a mangiare gli umani. E non mangiano il cervello solo per fame e per istinto di sopravvivenza, ma anche per assorbire i ricordi dei Vivi, per avere uno sprazzo di vita in una lunga esistenza di Morte e di annullamento in cui non ricordano nulla della loro vita precedente.
Fino a qui, è tutto molto interessante. Marion ci regala persino un paio di scene pulp che fanno ben sperare per l’esito di questo libro. Forse, ti ritrovi irragionevolmente a sperare, chi ha descritto questo libro come il “Twilight con gli zombie”, ha esagerato nella volontà di smontare il libro.
Ma, ad un certo punto, entra in campo lei, Julie, la bellissima fighetta di turno che, con la sua voglia di vivere e di rivoluzionare il mondo, cambierà tutto.
R mangia il cervello di un ragazzo e viene invaso da un’ondata di ricordi senza precedenti. Quindi, invece di passare noncurante alla vittima successiva, si innamora della ragazza la cui crescita ha appena visualizzato nei ricordi non suoi. E decide di proteggerla dagli altri zombie, di portarsela con sé all’aereoporto dove la sua comunità vive e adottarla come un gattino abbandonato raccattato per strada.
Da questo punto in poi, è l’inizio della fine. I due si innamorano (facile innamorarsi di uno zombie puzzolente che mangia cervelli umani e si esprime solo a sillabe, no?), lui comincia ad umanizzarsi (troppo difficile convincere le ragazzine ad affezionarsi ad un brutto zombie puzzolente. Quindi R parla di più, cammina meglio, ad un certo punto, per qualche motivo incomprensibile, sente persino gli effetti dell’alcol nel cervello, cosa di cui lui stesso si sorprende visto che non ha sangue che circola.  Marion ci tiene a farci sapere che lo sa che è una cosa impossibile, ma avviene comunque, perché sì), e, in una sdolcinata scena d’amore sul tetto di un palazzo i due si baciano. Ma non è lui a contagiare lei con il virus della morte, ma è lei a contagiare lui con il virus della vita, creando insieme un nuovo virus capace di guarire gli zombie dalla morte. Sì, esatto. Li fa tornare in vita.
La morale di questo libro: l’amore può vincere ogni cosa. Anche la morte. Ma qui si esagera. Forse avrei potuto accettare se l’amore li avesse uccisi definitivamente, ma che, dopo anni di morte, ritornino a respirare, sanguinare, guarire e vivere… no.

Oltretutto, benché R sia un personaggio gestito abbastanza bene nella sua zombaggine e persino nella sua progressiva umanizzazione, lei, Julie, è di una vuotezza solo di poco inferiore a quella della famigerata Bella. Accetta tutto così, come viene, senza lottare, protestare, accanirsi, ribellarsi. Segue R alla sua base segreta e se ne sta lì comodamente seduta per una settimana senza quasi provare a scappare. Alla prima occasione, invita R a dormire a letto con lei. Appena lui la raggiunge alla base dei Vivi, lo abbraccia e lo invita a dormire con sé, aiutata dalla sua amica, Nora, che, sebbene gli abbia visto mangiare il cervello di un paio dei suoi amici e non ha neanche la scusa di soffrire della sindrome di stoccolma, la incoraggia a tenerselo in casa fintanto che papà è fuori, e si spaccia anche per la sua fidanzatina.
Insomma, se Marion è discretamente bravo a gestire uno zombie mangiatore di cervelli con una mente piuttosto effervescente, non si rivela altrettanto bravo a gestire i sottili processi mentali di un vivo che lo porta ad avvicinarsi, fidarsi, diventare amico e innamorarsi del prossimo. In fin dei conti è un processo complesso tra esseri umani, figuriamoci tra umani e zombie.

In conclusione, Warm Bodies è un libro che consiglio solamente se si ha una voglia masochistica di leggere qualcosa di terribilmente trash, di farsi quattro risate sull’assurdità della trama e se si vuole completamente spegnere il cervello quando si procede alla lettura.
Ah, e ovviamente, è abbastanza consigliato a chi ha apprezzato Twilight.
Per chi vuole leggere romanzi veri ed interessanti, è totalmente sconsigliato.

VOTO: 4.5/10

Recensione Libri: Il Vangelo secondo Biff, Christopher Moore

Ho terminato la lettura di questo libro già da un po’, solo che ho rimandato la sua recensione perché… non sapevo esattamente cosa scrivere.

Il vangelo secondo Biff è un libro pieno.
E’ pieno di eventi, è pieno di informazioni, è pieno, soprattutto, di risate. Scrivere qualcosa su un libro che ogni paio di battute di strappa un sorriso e almeno una volta a pagina una risatina strozzata, è un’impresa ardua. Ma ci proverò.

Partiamo da un unico, semplice dato di fatto: Christopher Moore scrive bene. Molto bene.
La lettura di questo piccolo mattoncino (il libro conta quasi 600 pagine nella sua versione cartacea) scorre rapidamente, per merito nella narrazione frizzante e mai noiosa di Biff.
Dal punto di vista del migliore amico d’infanzia di Gesù (definito “Testa di cazzo” persino da un angelo), resuscitato apposta dopo duemila anni per raccontare la vera storia di Gesù, ci viene narrata quella parte della storia del Messia che viene sempre saltata a pié pari: l’infanzia, l’adolescenza, la prima maturità, insomma, tutto quello che sta tra la mangiatoia di Betlemme e l’inizio delle predicazioni.
Veniamo così a conoscenza di un Gesù più umano, un Gesù che non esita a colpire il suo migliore amico per l’ennesima vaccata detta, un Gesù che prepara a puntino i discorsi da fare alle folle, un Gesù esitante che non sa cosa deve fare per diventare il Messia e che intraprende un lungo e duro viaggio per scoprire cosa vuole veramente dire alla gente, quale sarà il suo messaggio.
La scrittura e la struttura del libro è spesso scoppiettante, le situazioni in cui i due amici si verranno a trovare saranno raccontate con l’indimenticabile tratto umoristico e con l’ilarità che caratterizza il personaggio di Biff, sdrammatizzando persino quei momenti più lenti e pesanti in cui la lettura si sarebbe potuta alquanto rallentare.

E questo, praticamente, potrebbe essere tutto.
Biff è un personaggio che si fa amare, Gesù è un… bhé, sì, sempre un personaggio, che si fa rispettare. La ritrovata umanità del personaggio religioso più famoso di sempre è interessante e, in un certo senso, appagante.
Ma comunque, per alcuni versi, questo libro è stato un po’ una delusione. Specialmente nella parte finale, quando vengono ripercorsi i passi narrati nei quattro vangeli “ufficiali”, benché ci siano sempre i soliti scoppi umoristici – dettati più che altro dal fatto che nessuno capisce cosa diavolo va predicando Gesù -, la narrazione suona ridondante, ripetitiva e, a volte, noiosa. Inoltre mi aspettavo un finale più controverso, un po’ polemico, qualche cosa di più succulento, ma… non è così.

Alla fine, pur essendo una versione ironica della vita del Messia, questo libro ci tiene a rispettare accuratamente i sentimenti dei religiosi, senza cercare di intaccare neanche un poco la visione classica del Messia che si è sacrificato per l’umanità.

Alla fine, un libro consigliato per farsi quattro risate, a cristiani e non cristiani, perché può essere gustato da tutte le fazioni.

VOTO: 7.5-8/10

 

Recensione Libri: La Trilogia di Bartimeus, Jonathan Stroud

Quando la mattina ti alzi presto, fai mille cose, vai a lavorare, alle sette, quando esci, ti vedi con gli amici, rientri veramente tardi la sera e hai gli occhi che ti bruciano per aver letto tutto il giorno numeri dall’elenco telefonico e hai la testa che ti scoppia implorandoti un’oretta di sonno, ma tu ti metti comunque a leggere, giusto per andare avanti di poche pagine, e improvvisamente alzi lo sguardo ed è passata un’ora e mezza, allora capisci che quel libro è veramente un bel libro.
Questo è quello che a me è capitato con la Trilogia di Bartmeus, e specialmente con l’ultimo volume della suddetta, “La porta di Tolomeo”.
Ma andiamo con ordine.

 La Trilogia di Bartimeus è un fantasy dal respiro ampio, che intrattiene piacevolmente strappandoti spesso qualche sorriso e con una stoccata di satira qua e là che conquista definitivamente.
Il mondo raccontato in questi romanzi è un modo per molti versi identico al nostro, ma principalmente per uno completamente discordante: in questo mondo esiste la magia. O meglio, esistono gli Spiriti (volgarmente denominati demoni), entità che i maghi convocano a loro piacimento per sfruttarne risorse, servizi e poteri. Con la forza che questi esseri gli concedono, i maghi sono al governo, a capo di quella che è concretamente una dittatura in cui i comuni (cioè i non-maghi) sono praticamente schiavizzati. I maghi governano – e neanche tanto bene – e i comuni, mezzi morti di fame, fanno i lavori più umili, li servono, li riveriscono, combattono per loro e devono sempre abbassare la testa.
Fin dal primo capitolo della prima trilogia cominciamo piano piano ad esplorare e scoprire il mondo di questo maghi. Nathaniel, appena un bambino, viene ceduto dai genitori per essere educato alla magia e cresciuto per diventare un membro del governo. Quasi subito, sotto consiglio della moglie del suo maestro, Nathaniel ha chiaro il suo obbiettivo: arrivare in alto, scalando i gradini del governo dell’impero britannico.
Così, a soli dodici anni, Nathaniel compie la sua prima evocazione, convocando il jinn Bartimeus.
Da questo momento il destino del mago e del jinn sono legati indissolubilmente, in un susseguirsi di eventi grazie ai quali Nathaniel piano piano riuscirà nei suoi obbiettivi.

 La Trilogia attraversa più o meno – con ampi balzi temporali – circa cinque anni della vita del ragazzo, seguendolo nel suo percorso: da giovane apprendista promettere, a giovanissimo membro del governo, a estremamente giovane Ministro dell’Informazione.
Una dopo l’altra Nathaniel – o, per meglio dire, Bartimeus, che segue gli ordini di Nathaniel – affronta un susseguirsi di catastrofi, sventa una sequela di avvenimenti volti a sovvertire l’ordine dell’Impero e si guadagna la fiducia del Primo Ministro. Per fare questo, il giovane ambizioso è costretto a chiudere dietro una porta ideali, credenze e umanità, per mostrarsi sempre all’altezza della situazione. Il lettore non potrà che tifare per il ragazzo, provando comunque un po’ di irritazione e un po’ di compassione per il suo continuo allontanarsi dal sé che era stato.
Almeno fino all’ultimo libro, in cui la maschera finalmente cadrà e il mago capirà finalmente che cosa ha perso nella sua vana scalata alla gloria.

 I tre volumi che costituiscono questa saga sono uno più bello dell’altro. Man mano che Nathaniel cresce, anche i temi da affrontare si fanno più corposi. Mentre il primo libro è la disperata ricerca di approvazione di un bambino, nel secondo e ancora di più nel terzo veniamo a conoscenza di quanto siano umiliati e maltrattati e comuni, di come essi non possono difendersi e men che meno esprimere le loro opinioni.
Questi libri sono, molto semplicemente, scritti bene. Il ritmo incalzante della storia – e lo stile un po’ scanzonatorio e irriverente della narrazione dal punto di vista di Bartimeus – non permettono al lettore di distaccarsi per troppo tempo dalla lettura. Oltretutto, notare le piccole differenze tra questo mondo e il loro, sentire nominati grandi personaggi storici nell’ambito magico e scoprire come in questo mondo sono state realizzate alcune delle “nostre” grandi imprese, è un piccolo divertimento che si sussegue incessante nei vaghi riferimenti di Bartimeus alle sue imprese passate.

In breve, un libro consigliato a “grandi e piccini”, una lettura godibile e rilassante ma anche con sporadici punti di riflessione.

VOTO: 8.5-9/10

Recensione libri: Lo Specchio di Dio, Andreas Eschbach

Se cliccate sull'immagine, verrete magicamente teletrasportati nella pagina aNobii riguardante il libro. Usate il teletrasporto con cautela, può dare assuefazione.

Ho dovuto aspettare un po’ per scrivere una recensione a questo libro, perché le sensazioni che mi ha lasciato sono state a dir poco discordanti. Ho dovuto leggere qualcos’altro, riordinare un po’ le idee, rifletterci un po’ su, per poter finalmente buttare giù una o due idee riguardo a questo libro.
L’idea principale che finalmente è venuta a galla dopo questa breve “pausa di riflessione”, è che, dopotutto, questo libro vale bene una lettura.
Ma andiamo con ordine.

La trama – o, quantomeno, la quarta di copertina – vuole che questa sia la storia del ritrovamento del corpo di un viaggiatore nel tempo. O meglio, il ritrovamento di uno scheletro di duemila anni prima… con accanto un manuale di una telecamera digitale di ultima generazione. Così ultima generazione che, addirittura, deve ancora uscire nel momento del ritrovamento. Ovviamente, quello che tutti, immediatamente, pensano, è che se qualcuno si è preso la briga di fare un viaggio di duemila anni con una telecamera, che cosa poteva avere di meglio da filmare se non la vita stessa di Gesù Cristo, alias il Messia, alias il Redentore e tutte quelle altre belle cosine?

Da appassionata quale sono di viaggi nel tempo ed interpretazioni poco canoniche sulla figura di Gesù, questo libro non ha potuto che incuriosirmi fin dalla prima lettura della trama. Purtroppo, essendomi creata delle aspettative forse un po’ troppo elevate, inizialmente è stata una delusione atroce. Anche se, come ho già detto, riflettendoci a lungo, sebbene questo libro non sia un capolavoro, penso veramente che meriti di essere letto.
Ma cerchiamo di essere precisi: in questo libro, a parte un fortuito viaggio nel tempo, non troverete una briciola di fantascienza, delusione numero uno. E neanche ardite considerazioni su Gesù Cristo, delusione numero due.
Questo libro, semplicemente, nasce dalla domanda: come credete che si comporterebbero le persone se venissero a conoscenza di una registrazione che mostra vivo e vegeto Gesù Cristo, redentore e salvatore e bla bla bla? Come reagireste voi? Questo libro si limita ad esplorare le sfumature di questi comportamenti.
Tra i personaggi, abbiamo l’archeologo un po’ fallito che vuole portare la verità al popolo, il milionario sull’orlo del fallimento che con i soldi può comprare tutto ma non gli basta, vuole fare l’affare del secolo vendendo il video al migliore offerente. C’è lo studentello ricco-ma-non-troppo che vuole dimostrare che una persona qualunque può battere un grande milionario, e lo scrittore di fantascienza che, nonostante abbia passato la sua vita a raccontare di viaggi nel tempo, fino all’ultimo si rifiuta categoricamente di credere in tutta questa storia. E meno male, visto che è l’unico che mantiene un po’ di razionalità in mezzo ad una marea di gente che, pur senza aver visto le prove materiali di questo fenomenale ritrovamento, ci credono fedelmente fin dal primo istante, alzando le lodi a Dio onnipotente e cavolate simili.
Persino la chiesa, che dovrebbe essere avvezza a prese in giro e truffe simili – quantomeno così fanno capire all’interno di questo libro – crede quasi subito. E ditemi, secondo voi cosa farebbe la chiesa di fronte alla innegabile prova dell’esistenza del Cristo e della sua reale aura di divinità? Cercherebbe di appropriarsene per mandarlo in mondovisione annunciano “Avevamo ragione noi! E voi avevate torto! Buffoni!”, insieme ad una bella pernacchia verso le altre, gelosissime, religioni? Secondo Eschbach, no. Perché neanche un vero Dio potrebbe reggere il confronto con il mito creato dalla chiesa. Quindi, mandato in campo un discendente degli inquisitori (impersonificato da un siciliano dalle parentele mafiose, cosa che mi rifiuto persino di commentare), fanno di tutto per manipolare, catturare, sotterrare, distruggere, ricattare e minacciare qualsiasi prova o persona a conoscenza di questa storia. Senza ucciderli del tutto, però, perché altrimenti sarebbe stato troppo facile, eh. Perché alla fine questo libro si limita ad essere un precursore dei thriller che devono avere una qualsiasi scusa per avercela contro la chiesa. E, ovviamente, la chiesa alla fine deve perdere. Il che può anche andare bene, ma quando tutto ciò avviene in un modo poco plausibile – come in questo libro – un po’ mi scoccia.

In ogni caso, la trama del libro è ben delineata e i personaggi, nonostante non siano particolarmente realistici, si muovono in maniera plausibile – quasi sempre, almeno – in questa gara a chi deve recuperare prima il tesoro nascosto.
La storia, nonostante tutto, è interessante e affascinante – specialmente, appassiona il vedere come reagiscono i diversi tipi di persone, e come si comportano di fronte a questa scoperta. Il finale, nel suo semplice buonismo, è soddisfacente, e, in un modo un po’ forzato, da senso a tutti i dubbi e soddisfa tutte le curiosità.
Solo, un’ultima cosa, che mi duole ammettere, visto che bene o male questo libro lo consiglio.
Questo romanzo, semplicemente, è scritto poco bene. Per non dire proprio male. In un modo che a me da sui nervi. Per qualcuno probabilmente questo stile, se vogliamo chiamarlo così, non viene neanche notato, ma a me ha dato sui nervi. Per farvi capire, vi riporto l’incipit, esemplare nel suo orrore:

L’aspettava, fin da quando sapeva che un giorno sarebbe diventato celebre. Non aveva previsto di vederla arrivare con tanto anticipo, tuttavia non ne fu stupito.
Dapprima apparve solamente la nuvola di polvere. In lontananza. Se ne accorse conn la coda dell’occhio, poi guardò più in alto. Rimuginò su quello che aveva visto. Il nervosismo dovuto all’impazienza gli aveva giocato un tiro mancino. Probabilmente era così. Tutti i veicoli sollevavano simili nuvole di polvere, quando percorrevano la pista di ciottoli che si estendeva circa un miglio a sud-ovest del campo. Poteva essere soltanto un camion che si recava nel paese vicino. Probabilmente. Non era importante. Non era ciò che aspettava.

Quando l’ho letto, il mio pensiero è stato: Ooooolèèè, e che è, la fiera delle frasi mozze e dei punti aggratis? E tutto, dico tutto, il libro è scritto così. Con frasi smozzacate, di due o tre parole, che si succedono senza darti quasi tregua. Stressante.

Ma nonostante tutto, mi ripeto: un libro che, tenendo presente che non sarà rivoluzionario o sconcertante, vale la pena di essere letto.
Quantomeno col senno di poi, io ne sono soddisfatta.

Piccola Guida alla scelta di un e-Reader: capitolo quarto

OVVERO: ALTRE COSE DA TENERE D’OCCHIO

Questo potrebbe essere l’ultimo capitolo “vero e proprio” di questa insignificante guida. In realtà, i dati essenziali necessari per fare una scelta oculata li ho già forniti tutti, ci sono semplicemente le ultime due o tre cosette semplici semplici a cui, se si vuole, si può prestare attenzione, ma che non sono di vitale importanza. Comunque, l’appuntamento con la Piccola Guida non viene annullato: dalla prossima settimana, infatti, avrà inizio una sfilza di appendici con domande frequenti e altre cosette del cavolo, e magari qualche recensione su qualche prodotto su cui sono riuscita a mettere le mani. Col tempo gli aggiornamenti si diraderanno, ma di tanto in tanto ci sarà sempre qualche nuovo post: nuovi prodotti, nuove tecniche, ebook vari, negozi di ebook…. c’è ancora tanto di cui si può parlare.

Ma comunque, andiamo a parlare del tema di questo ultimo capitolo della guida.
Abbiamo già parlato di come scegliere una dimensione, come scegliere in base ai formati e al tipo di schermo. Benissimo. Ora, per l’appunto, parleremo di alcuni ulteriori piccoli dettagli, di cui io purtroppo posso parlare unicamente al riguardo del lettore che possiedo e di quel paio che ho potuto sperimentare nei vari negozi. Ma, se vi interessa sapere come si comporta il lettore che avete scelto al riguardo di queste cose, una piccola ricerca google potrà aiutarvi, recapitandovi su blog e forum dei proprietari della macchina che avete scelto e a cui potete chiedere (a meno che, ovviamente, non potete andare a vedere e toccare con mano nel negozio più vicino a voi).

Bene, andiamo ad iniziare.
Le altre cose di cui, se volete, potere tenere conto, sono:

– Effetto Ghosting.
Questo “effetto” se si presenta nel lettore, può essere una vera seccatura. In pratica consiste nell’ombra (o nel “fantasma”, per restare fedeli al nome) della pagina che avete appena girato sulla pagina che state leggendo. Per essere più chiari: come ho già spiegato nel capitolo delle diverse tecnlogie degli schermi, gli schermi ad inchiostro digitale funzionano “riorganizzando” ogni volta che giri la pagina le microcapsule in modo che si orientino così da poiter costituire parole e immagini. A volte, può capitare che, dopo aver voltato pagina, rimanga un residuo della pagina precedente. Niente di nuovo, comunque, se siete abituati a dei libri con pagine non molto spesse: è esattamente come quando in un libro cartaceo si vede la traccia della pagina precedente o successivo. Comunque, questo problema negli ereader in genere è molto poco evidente, e migliore è il software, meno si vede questo effetto. Personalmente, sul mio e-reader (un Cybook Opus) non l’ho mai rilevato durante la lettura, al massimo mentre sfoglio le pagine del menù. Comunque ad alcuni lettori è capitato che col tempo il proprio e-reader cominciasse a manifestare di questi problemi, perciò… fate attenzione!

– Reflow.
Ne ho vagamente già fatto cenno in precedenza. Si tratta semplicemente della possibilità di cambiare le dimensioni del carattere del libro che state leggendo, così da poter avere la vostra dimensione più comoda e preferita. Diversi modelli forniscono diverse possibilità di ingrandire lo schermo – per chiarirci: l’Opus permette una scelta tra ben dodici diverse dimensioni di carattere, mentre  il Kindle in vendita nello store italiano ne ha otto.

– Accelerometro.
Alcuni – non tutti – e-reader possiedono questo strumento, che permette di passare dalla visualizzazione “verticale” (come una normale pagina di libro) alla visualizzazione “orizzontale” (con il lato largo come base, per intenderci), semplicemente girando il lettore. Ad esempio, l’Opus possiede questo strumento, mentre ad esempio il Kindle 3 non ce l’ha. Questo strumento, semplicemente, permette il passaggio in pochi secondi, mentre sui lettori che non lo possiedono il passaggio deve essere effettuato manualmente. Personalmente, che leggo sempre in verticale, lo trovo inutile, infatti sul mio Opus l’ho bloccato, perché andava a finire che ogni qual volta lo posavo sul letto mi andava automaticamente in orizzontale. Ma dipende dalle priorità e dai gusti di ognuno, immagino.
(Ovviamente lo strumento permette anche di girare a 180° gradi, se qualcuno si trovasse più comodo con i pulsanti dal lato opposto del lettore)

– Fragilità dello schermo.
Tutti i lettori, indiscriminatamente, hanno questo problema: sono decisamente fragili. Anche una pressione inavvertita subita durante un viaggio in borsa, può costringervi a buttare il vostro e-reader. Per questo, al momento dell’acquisto, bisogna sempre tener conto del fatto che vi servirà pressoché immediatamente una custodia dentro cui tenerlo per poterlo usare tranquillamente. Fatevi i conti con i prezzi, quindi… o state attenti ai diversi modelli, perché alcuni hanno in dotazione nella confezione la custodia entro cui riporre il vostro lettore. Alcuni e-reader della Bookeen, ad esempio (il Cybook opus e l’Orizon di sicuro), hanno la custodia in regalo.

– Flash di cambio pagina.
La maggior parte degli ereader al cambio della pagina danno questo effetto “flash” che su alcuni lettori – specie chi si avvicina all’inchiostro digitale per la prima volta – può provocare un leggero disturbo. Per capire di cosa sto parlando, questo video di youtube sul Leggo Ibs mostra chiaramente quel “lampo” nero che indica il riorganizzarsi delle microcapsule di cui abbiamo già parlato. Personalmente, non mi ha mai dato fastidio, ma è giusto avvertire l’avventore: oltretutto, bene o male tutti i lettori hanno dei “flash” diversi – così come hanno una durata differente del piccolo margine di tempo tra quando clicchi sul pulsante e quando la pagina gira effettivamente (nulla di più lungo del tempo che si impiega normalmente per girare pagina in un libro cartaceo, generalmente). Ovviamente non posso dare dei dati precisi perché durano pochi istanti, ma devo dire che, per quello che ho visto, ad esempio il Sony PRS-T1 ha un tempo è un flash molto minori rispetto a quelli del mio Opus. Se si pensa che questo flash possa causare disagi durante la lettura, sarebbe bene provare prima il lettore che si ha intenzione di prendere, così da non doversi poi ritrovare totalmente infastiditi dal cambio pagina.

Ok, per il momento credo di aver finito gli argomenti di cui parlare. se mi verrà in mente qualcos’altro che bisogna sapere, meglio, vorrà dire che verrà aggiunto un quinto capitolo alla Piccola Guida (che di questo passo non sarà più tanto piccola). Spero, come sempre, di non aver sbagliato nulla – vi ricordo sempre che non sono né un’esperta di informatica né un’esperta del campo, ma semplicemente un’appassionata che ha fatto alcune ricerche – e ci vediamo con la Guida la prossima settimana, con, se non cambia nulla, un capitolo con le domande frequenti con cui la gente approda al blog in cerca di informazioni sugli e-reader. alla prossima!

E per salutarvi vi lascio con un'immagine della mia Emily, il mio Opus ♥♥