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Recensione Libri: In certi quartieri, Mario Valentini

TRAMA:

Una raccolta di racconti composti come il diario di città di un forestiero curioso e un po’ disorientato per strade e quartieri di Palermo. Rumori di fondo tra cui nascono personalissimi umori, e suoni e voci e vizi e stravaganze che lasciano improvvisamente il campo a inaspettati silenzi. Una scrittura semplice e straniante che dichiara tutta la propria simpatia per l’inappartenenza accompagna il lettore attraverso uno dei libri meno palermitani ambientati a Palermo. Tra verità e invenzione, l’autore sceglie l’immaginazione: stare in un posto ma contemporaneamente anche altrove. E i quartieri, i personaggi che li abitano, e che abitano queste storie, in certi casi sembrano quasi sfumare verso territori indistinti, visitabili solo inoltrandosi in un libro di racconti. Unico vero luogo in cui collocare certi quartieri.

RECENSIONE:

In certi quartieri è un libro che ho pescato, più a meno a caso, in uno scatolone pieno di libri vinto con degli amici ad un concorso sui libri. Edito da una “piccola” casa editrice siciliana, Mesogea, mi ha incuriosità più degli altri perché, dal piccolo frammento di contenuti della quarta di copertina, mi aveva intrigato. Lo stile sembrava semplice, ma i contenuti arguti. Questo perché io, nella mia inguaribile ingenuità, in quel piccolo stralcio ho visto qualcosa di metaforico e allusivo.
Invece, a lettura finita, non posso che definire questo libretto in un modo: deludente. Il che è tutto dire, visto che da un libretto del genere non è che le mie aspettative fossero chissà quali.

Il libretto in questione – piccolo da far quasi compassione – si presenta diviso in due parti. Nella prima, il protagonista – un laureando trasferitosi da pochi anni a Palermo, figura in cui è facile riconoscere l’autore stesso, anche lui “emigrato” a Palermo ormai in età adulta – ci rifila un bel po’ di aneddoti sulla Sicilia. Il tono è ironico, a tratti irriverente, ed espone tutto con una semplicità quasi insultante. Il tutto sembra in verità ben distante dalla realtà cittadina a cui personalmente sono abituata (l’episodio sul parcheggiatore abusivo, ad esempio: ci viene presentata un’orda di cittadini palermitani “bene” che difendono a spada tratta questa figura fin troppo diffusa tra le nostre strade. E quando il povero straniero, nella sua inguenuità si ritrova a dire, infuriato, che è un esponente della malavita, un delinquente, un ladro ed un criminale, si sente tacciato di ignoranza, perché il parcheggiatore abusivo è un uomo onesto ed un lavoratore necessario per il bene della città. Ma che stronzata, ne conoscessi uno di palermitano che non odia il parcheggiatore e che non si farebbe dieci chilometri in più piuttosto che pagare questa tassa), ma, in fin dei conti, come detto nella presentazione, questo libro sembra fondere realtà e fantasia, stereotipi e realtà giornaliera.

Nella seconda parte, abbastanza più interessante, ci vengono presentati una serie di personaggi dalle origini più o meno siciliane. Abbiamo l’edicolante fatto impazzire dalla gente che deve decidere come mettere in mostra i prodotti, il filosofo immigrato, il celebre attore che ha fatto la propria fortuna in America. Alcuni episodi strappano una risata, altri fanno sbadigliare, quasi tutti sembrano voler inquadrare – non sempre riuscendoci – una precisa realtà del capoluogo siciliano. Non avesse compiuto una scelta poco riuscita in alcuni casi, sarebbe anche potuto riuscire nell’intento.

Qual è dunque il grande problema di questo libretto, quello che a tratti me l’ha fatto trovare intollerante e che mi ha fatto provare un forte senso di delusione a lettura terminata? Semplice: la scelta dello stile.
Almeno, mi auguro vivamente che di scelta e di stile si tratti, visto che leggo che Valentini tiene anche seminari di scrittura creativa. Il problema è che ho trovato questa scelta, personalmente, estremamente sgradevole.
Le espressioni sono colloquiali, spesso ridondanti, la maggior parte delle volte ripetitive fino alla nausea. La lettura di questi brevissimi racconti su piccoli episodi quasi personali ricorda violentemente la lettura di certi temini di seconda media su “Parlami della tua abitazione”. Il protagonista si perde a raccontarci come si trovi meglio a studiare dopo aver evaquato lo stomaco, e ci spiega a modo suo esponenti della cultura generale, nei toni semplicistici che potrebbe usare un ragazzino con una vaga idea di cosa stia parlando. L’impressione che se ne ricava, oltre ad una grande confusione, è che il personaggio in questione sia tanto convinto di essere meglio degli altri da dover semplificare al massimo gli argomenti di cui sta parlando, perché altrimenti il lettore menomato non riuscirebbe a comprendere.
Esempio plateale di tutti questi difetti (estrema ripetitività, sintassi oltre modo colloquiale e infantile, spiegazione di personaggi in tono semplicistico), messi insieme in pochissime righe, sono i seguenti estratti.

I presocratici, dicevo sempre in quei giorni a tutti i conoscenti con cui, anche per poco, chiacchieravo (tutte persone che non avevano fatto studi classici ma piuttosto economici e giuridici o che non avevano mai fatto studi), i presocratici, dicevo a questi conoscenti (tutte persone con cui potevo fare lo sbruffone e con cui non era necessaio un atteggiamento avvertitamente filologico), i presocrtici erano gente un po’ rozza, ma acuta per tantissimi versi.

Silvio Ingrillì era nato e cresciuto al Borgo Vecchio, città di Palermo. Però il cognome non è originario. Pare venga piuttosto dal Nord Italia. Cominciò a fare teatro nell’imediato dopoguerra. Al Borgo Vecchio il padre di Silvio Ingrillì lavorava da maniscalco. La vena artistica Silvio Ingrillì l’aveva assimilata sin da piccolo da suo padre, che già all’età di otto anni suonava la grancassa nella banda del quartiere.
Poi venne la guerra. Dopo ancora Silvio Ingrillì cominciò a fare treatro.
Con il teatro Silvio Ingrillì divenne famoso, però in America, e il perché lo racconteremo tra poco.

In sostanza, un libro interessante sotto alcuni punti di vista, ma la cui lettura comunque non mi sento di consigliare. Forse potrebbe riultare gradevole a qualche abitante della periferia palermitana, ma in realtà nutro parecchi dubbi anche su questo.

VOTO: 2.5/10

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Recensione Libri: Warm Bodies, Isaac Marion

TRAMA:

R è uno zombie in piena crisi esistenziale. Cammina per un’America distrutta dalla guerra, segnata dal caos e dalla fame dissennata dei morti viventi. R, però, è ancora capace di desiderare, non gli bastano solo cervelli da mangiare e sangue da bere. Non ha ricordi né identità, non gli batte più il cuore e non sente il sapore dei cibi, la sua capacità di comunicare col mondo è ridotta a poche, stentate sillabe, eppure dentro di lui sopravvive un intero universo di emozioni. Un universo pieno di meraviglia e nostalgia. Un giorno, dopo aver divorato il cervello di un ragazzo, R compie una scelta inaspettata: intreccia una strana ma dolce relazione con la ragazza della sua vittima, Julie. Un evento mai accaduto prima, che sovverte le regole e va contro ogni logica. Vuole respirare, vuole vivere di nuovo, e Julie vuole aiutarlo. Il loro mondo però, grigio e in decomposizione, non cambierà senza prima uno scontro durissimo con…

STORIA:

Recensire questo libro non è stata un’impresa facile per la sottoscritta. Innanzitutto perché non amo particolarmente recensire libri che non mi sono piaciuti, ma soprattutto perché è un libro dai diversi aspetti che vanno considerati in toto, per dare una visione quanto più obbiettiva possibile di questo romanzo.
Warm Bodies mi è stato prestato mesi orsono, dopo che ne trovai una recensione su internet e che la mia vena masochistica mi urlò “Ma sì! Leggiamolo! Ogni tanto qualcosa di terribilmente trash ci vuole!”. Fortunatamente questo mio sgradevole lato non si fa sentire molto spesso, infatti appena ebbi il libro in mano lo dimenticai in un angolo, posticipando ad oltranza la lettura. Poi, complice la noia estiva ed il bisgono di qualcosa di leggero da portarmi in spiaggia quell’unica volta all’anno in cui mi costringono ad andarci, ho deciso di attaccarlo.
Molti hanno definito questo libro “Il Twilight con gli zombie“. Io, per cercare di restare il più obbiettiva possibile e non odiarlo già dalle prime pagine, ho cercato di convincermi che quello di Marion fosse un esperimento sociologico. Che questo libro fosse stato partorito per rispondere all’annosa domanda: “Ma dopo Twilight, se scrivo una storia d’amore con uno zombie, se la bevono ugualmente?”. Se la vedi in questo modo diventa quasi gradevole la lettura, anche se alla fine questa flebile speranza ti viene impietosamente strappata.

Ma andiamo al libro in sé e per sé.
Inizialmente, sorprendentemente, la scrittura è molto gradevole. Marion scrive decentemente, offre un ottimo punto di vista, spesso ironico ed accattivante, sul mondo apocalittico invaso dagli zombie. La voce narrante appartiene allo zombie protagonista, R, e, soprassedendo ad alcune domande idiote che ti bloccano la lettura (“Ma se non è in grado di parlare e di scrivere, come cavolo mi sta narrando questa storia? O sto leggendo i suoi pensieri e basta?”, cosa che comunque diventa chiara alla fine), il suo punto di vista è gestito molto bene.
Nelle prime pagine viene esplorato il modus vivendi di una variegata comunità di zombie. Non parlano, non comunicano oltre che con gesti e con pochi grugniti monosillabici, eppure hanno una gerarchia sociale, residui di rituali umani come il matrimonio e l’adozione e una scuola in cui addestrare i bambini zombie a mangiare gli umani. E non mangiano il cervello solo per fame e per istinto di sopravvivenza, ma anche per assorbire i ricordi dei Vivi, per avere uno sprazzo di vita in una lunga esistenza di Morte e di annullamento in cui non ricordano nulla della loro vita precedente.
Fino a qui, è tutto molto interessante. Marion ci regala persino un paio di scene pulp che fanno ben sperare per l’esito di questo libro. Forse, ti ritrovi irragionevolmente a sperare, chi ha descritto questo libro come il “Twilight con gli zombie”, ha esagerato nella volontà di smontare il libro.
Ma, ad un certo punto, entra in campo lei, Julie, la bellissima fighetta di turno che, con la sua voglia di vivere e di rivoluzionare il mondo, cambierà tutto.
R mangia il cervello di un ragazzo e viene invaso da un’ondata di ricordi senza precedenti. Quindi, invece di passare noncurante alla vittima successiva, si innamora della ragazza la cui crescita ha appena visualizzato nei ricordi non suoi. E decide di proteggerla dagli altri zombie, di portarsela con sé all’aereoporto dove la sua comunità vive e adottarla come un gattino abbandonato raccattato per strada.
Da questo punto in poi, è l’inizio della fine. I due si innamorano (facile innamorarsi di uno zombie puzzolente che mangia cervelli umani e si esprime solo a sillabe, no?), lui comincia ad umanizzarsi (troppo difficile convincere le ragazzine ad affezionarsi ad un brutto zombie puzzolente. Quindi R parla di più, cammina meglio, ad un certo punto, per qualche motivo incomprensibile, sente persino gli effetti dell’alcol nel cervello, cosa di cui lui stesso si sorprende visto che non ha sangue che circola.  Marion ci tiene a farci sapere che lo sa che è una cosa impossibile, ma avviene comunque, perché sì), e, in una sdolcinata scena d’amore sul tetto di un palazzo i due si baciano. Ma non è lui a contagiare lei con il virus della morte, ma è lei a contagiare lui con il virus della vita, creando insieme un nuovo virus capace di guarire gli zombie dalla morte. Sì, esatto. Li fa tornare in vita.
La morale di questo libro: l’amore può vincere ogni cosa. Anche la morte. Ma qui si esagera. Forse avrei potuto accettare se l’amore li avesse uccisi definitivamente, ma che, dopo anni di morte, ritornino a respirare, sanguinare, guarire e vivere… no.

Oltretutto, benché R sia un personaggio gestito abbastanza bene nella sua zombaggine e persino nella sua progressiva umanizzazione, lei, Julie, è di una vuotezza solo di poco inferiore a quella della famigerata Bella. Accetta tutto così, come viene, senza lottare, protestare, accanirsi, ribellarsi. Segue R alla sua base segreta e se ne sta lì comodamente seduta per una settimana senza quasi provare a scappare. Alla prima occasione, invita R a dormire a letto con lei. Appena lui la raggiunge alla base dei Vivi, lo abbraccia e lo invita a dormire con sé, aiutata dalla sua amica, Nora, che, sebbene gli abbia visto mangiare il cervello di un paio dei suoi amici e non ha neanche la scusa di soffrire della sindrome di stoccolma, la incoraggia a tenerselo in casa fintanto che papà è fuori, e si spaccia anche per la sua fidanzatina.
Insomma, se Marion è discretamente bravo a gestire uno zombie mangiatore di cervelli con una mente piuttosto effervescente, non si rivela altrettanto bravo a gestire i sottili processi mentali di un vivo che lo porta ad avvicinarsi, fidarsi, diventare amico e innamorarsi del prossimo. In fin dei conti è un processo complesso tra esseri umani, figuriamoci tra umani e zombie.

In conclusione, Warm Bodies è un libro che consiglio solamente se si ha una voglia masochistica di leggere qualcosa di terribilmente trash, di farsi quattro risate sull’assurdità della trama e se si vuole completamente spegnere il cervello quando si procede alla lettura.
Ah, e ovviamente, è abbastanza consigliato a chi ha apprezzato Twilight.
Per chi vuole leggere romanzi veri ed interessanti, è totalmente sconsigliato.

VOTO: 4.5/10

Recensione Libri: Alice, i giorni della droga

TRAMA:

Alice è una quindicenne che appartiene al ceto medio. Sta a dieta e ha una vita amorosa normale. Ottiene buoni voti a scuola e pensa che un giorno le piacerebbe sposarsi. Quando, durante un party, Alice fa un ‘viaggio’ con la droga, la sua vita cambia radicalmente. I genitori non sanno cosa le stia accadendo, non capiscono e pensano che Alice, precipitata in una serie di esperienze seducenti ma disgregatrici, sia ‘legata alla gente sbagliata’. La differenza tra Alice e molti altri giovani che si drogano sta nel fatto che Alice teneva un diario. Questo diario, in realtà anonimo, si presenta ora come un documento esemplare – sottolinea lo psichiatra Max Beluffi nella prefazione – per chi voglia cogliere “i fattori storici e culturali che hanno facilitato questo particolare stile di evasione collettiva dalla realtà”.

RECENSIONE:

Alice, i giorni della droga“, è un libro horror moderno. Mentre sto scrivendo l’ho terminato da pochi minuti, e, davvero, non mi vengono in mente altri termini per definirlo. Non ci sono vampiri, zombie o altre strane creature della notte, ma c’è un unico, grande Mostro: la droga. La droga che succhia via la capacità e la voglia di vivere, la giovinezza, la libertà e la passione di milioni di giovani ogni anno.
Alice, i giorni della droga“, è – si dice, ma non si può sapere per certo – la versione, leggermente romanzata, di due diari di un’adolescente avuta in cura dalla dottoressa Beatrice Sparks. La ragazza che scrive è una quindicenne americana del finire degli anni sessanta, il cui nome non viene mai pronunciato all’interno dei diari, e che quindi, da questo momento, sarà nota come Alice.
Il diario di Alice è una lettura potente, inquetante, tormentosa e tormentata. L’evidente semplicità con cui inizia la narrazione – la decisione di acquistare un diario unicamente per poter parlare del ragazzo che finalmente l’ha invitata ad uscire – si scontra duramente con l’orrore che la ragazza si troverà ad affrontare di lì a poco.
L’incontro – non voluto – con la droga, le prime esperienze, il convincimento che non ci sia nulla di male. La descrizione, quasi affascinante, delle potenti emozioni provate dalla ragazza durante i suoi primi “viaggi”, avviene con un ritmo gioioso e giocoso, ancora infantile, di chi non si rende conto di cosa le stia succedendo.
Poi, sempre più velocemente, Alice si trova coinvolta in una spirale di eventi che vorticosa la trascina ancora più in fondo nella disperazione e nella perdizione. La prima fuga da casa, i sensi di colpa, la ricaduta, il fermo della polizia, la seconda fuga di casa che si corona con l’abbruttimento più totale – reso evidente da una scrittura sempre più violenta, folle, come se, oltre alla vita, la droga le stesse strappando via la cultura e la capacità di esprimersi in maniera corretta.
Dalla seconda metà del libro in poi la lettura diventa una sofferenza. La crudeltà con cui Alice si trova ad avere a che fare quando decide di abbandonare il piccolo club di drogati, le minacce e le torture psicologiche, le violenze fisiche e mentali e, infine, l’orrore più grande, di cui non parlerò per non spoilerare troppo.
Le ultime pagine, specialmente, sono di un’angoscia e di un dolore incredibile. La gioia riacquistata, velata sempre da un’ombra del destino che il lettore sente incombere su questa ragazza che sembra aver ritrovato la volontà di vivere, di gioire, di amare e di studiare.

La lettura di “Alice, i giorni della droga“, è una lettura superba nell’angoscia che comunica, solo di poco inferiore a quella di “Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino“.
Non è una lettura che consiglio a tutti, perché non è una lettura facile, ma è una lettura che renderei obbligatoria tra tutti i giovani nella fascia d’età di Alice. E pensare che in America gruppi di genitori conservatori hanno fatto di tutto, ricorrendo anche a vie legali, per vietare questo libro nelle biblioteche scolastiche.
Gli americani non smettono mai disorprendermi.

VOTO: 9.5/10

Recensione Libri: Pan, Francesco Dimitri

TRAMA:

Nelle notti romane ci sono bambini che sognano, e che nel sogno, ogni volta, ripetono il viaggio verso una grande isola che non c’è. Nelle notti romane ci sono ville borghesi illuminate dalla luna piena, e dai loro giardini spesso s’innalzano, non visti, mastodontici galeoni pirata. Nelle notti più fredde di una Roma moderna, pulsante, segreta, qualcuno ormai comincia ad avvertirlo: uno spirito folle sta bussando alla porta, uno spirito anarchico e sensuale, passionale e libertino, pronto a tornare per rapirci. Qualcuno lo vuol chiamare Peter; un tempo era noto come Pan. A cento anni di distanza dalla sua prima comparsa, il Peter Pan di Barrie rivela oggi più che mai la propria carica eversiva, la propria primordialità vitale, erotica, libera, il proprio rifiuto verso ogni forma di dogmatismo. Nei cieli di Roma lo scontro si sta preparando: bambini e pirati, vecchie e nuove divinità, in un’inquietante favola nera che finirà per insegnarci come, talvolta, per vedere il mondo del sogno dal mondo reale, non serva altro che alzare la testa.

RECENSIONE:

Francesco Dimitri è un giovane autore scoppiettante, che dimostra, con questo romanzo, una grande abilità creativa e un’interessante capacità di strutturare le proprie storie su più livelli. Pan non è il suo primo romanzo, ma è probabilmente quello che ha ottenuto maggiore approvazione presso il pubblico.
Lo stile di questo romanzo è accattivante – nonostante di tanto in tanto inciampi in qualche frase un po’ infelice – la storia che propone avvincente, i personaggi che ci presenta ben strutturati. Insomma, questo romanzo è, nella sua complessa totalità, un romanzo che fa ben sperare nei confronti della moderna letteratura italiana.

In Pan, Realtà e Sogno (ma anche Incanto) si fondono in un romanzo vitale che, partendo dal conosciutissimo romanzo di BarriePeter Pan, ovviamente – esplora nuovi orizzonti, aggiungendo un profondo velo d’inquietudine a quella che sarebbe dovuta essere una fiaba per bambini. La storia, che tutti consciamo quasi per osmosi da quando nasciamo, viene totalmente rivisitata e riscoperta, proponendo nuove, appassionanti interpretazioni dell’eterna lotta tra il bambino che non voleva crescere e il suo letale, monco nemico.
Pan, all’inizio, potrebbe sembrare una banale lotta tra archetipi, l’immortale lotta tra bene e male. Eppure, fin dalle prime pagine ci si rende conto che, in realtà, il bene non sta da nessuna delle due parti, e allo stesso modo il male non si limita ad accompagnare una delle fazioni che si scontrerà in questa lotta mortale. E’ la guerra tra la vita regolata, prestabilita e noiosa dei nostri tempi, scandita da leggi morali che soffocano la vitalità delle persone, e l’indomita forza della passione, dell’anarchia che si regola da sola e che, per questo, può diventare estremamente distruttiva.
Dove sta il bene? Dalla parte di un vecchio che, con il controllo di programmi tv, la chiusura intellettuale, la censura del web, vuole assicurarsi che le nuove generazioni non vengano corrotte, o nella sfrenata ricerca del puerile piacere fisico immediato?
Pan è un romanzo dai molti risvolti, dagli acuti approfondimenti a dalle birbanti citazioni. L’autore sembra strizzare di frequente l’occhio al suo lettore attingendo a quello che ormai è l’immaginario comune. Niente menzioni dotte, i richiami di questo inesauribile libro provengono da Star wars, Dragonball e chi più ne ha più ne metta. Per questo motivo, forse, non è un libro che può incontrare l’apprezzamento di tutti, ma punta soprattutto a quelle generazioni a cavallo tra la metà degli anni settanta e la metà degli anni novanta.
Un altro degli aspetti che Dimitri sembra sottolineare ripetutamente è l’importanza che in questo libro nutre il neo-paganesimo. Dimitri non nasconde il suo interesse per questa corrente religiosa, e lo fa riempiendo questo libro di citazioni pagane. Così ci rivediamo, per un attimo fuggente, un Gardner (padre dell’odierna Wicca) intento in un rituale con il padre dei tre giovani protagonisti, il tutto farcito da riferimenti e interpretazioni che partono da questa religione.

Comunque, pure svuotandolo da facili morali, da plurime interpretazioni e da eccentrici contenuti, Pan resta un libro scoppiettante ed interessante, la cui lettura consiglio vivamente a chi non smette di fantasticare e che è pronto a rimettere costantemente in gioco le proprie credenze riguardo il bene ed il male, la promiscuità e la censura.

VOTO: 8/10

Recensione Libri: Lunaris – dal diario di un licantropo, D. F. Lycas

Circa tre mesi fa, ho partecipato ad una sorta di concorso. Il sito che lo proponeva era “La stamberga dei lettori“, in onore del loro terzo compleanno, e permetteva di essere sorteggiati per il giveaway di un libro a scelta tra molti offerti. I libri proposti erano diversi e alcuni molto interessanti e, tra questi, c’era quello di cui andrò a parlare: Lunaris – Dal diario di un licantropo.
Non ho mai letto nulla dove il licantropo la fa da protagonista. Ad essere sinceri, ho letto anche pochissimo dove il licantropo compare come personaggio comprimario, secondario, aiutante, amico o chi più ne ha più ne metta. Pertanto, per una volta, sono stata curiosa di leggere qualcosa che mettesse in primo piano questa figura da me un po’ sottovalutata.
Comunque, fortuna volle che vinsi il sorteggio e, poco dopo, ricevetti il pacco contentente questo libricino.
Devo dire che esteticamente è stata una piccola delusione. Un libricino minuscolo, di neanche 160 pagine, dalla copertina nera con il disegno di un calendario lunare stregonesco – almeno questo è quello di cui credo si tratti – in copertina. Per questo motivo l’ho messo in un angolo, dimenticandomelo per un po’.
L’altro giorno, non sapendo cosa iniziare, ho deciso di dargli una possibilità.
Appena terminata la lettura l’ho trovata quasi entusiasmante. Credo che presto, infatti, cercherò di procurarmi il suo seguito, visto che il finale di questo libricino lascia in tredici la storia.

Ma andiamo al sodo.
Lunaris, come dice il titolo, è, né più né meno, il diario di un licantropo. In particolare, chi ci sta narrando la sua bizzarra storia è Lika, un trentenne copywriter che, da quattro anni, è affetto da questa “malattia”. E che, da un paio di settimane, trema al pensiero di aver ucciso erroneamente una ragazza innocente in una delle sue incoscienti scorazzate notturne al chiaro di luna.
A causa di questo terrore, Lika si chiude in casa, tagliando quasi definitivamente i pochi legami con amici e conoscenti che gli erano rimasti dalla sua trasformazione. Nonostante tutto, una ragazza ed una donna riusciranno a fare breccia delle mura che si è creato, scoprendo chi è veramente e accompagnandolo per un infinitesimale tratto del suo percorso.
Piano piano, nel corso del libro, veniamo a sapere del passato del nostro protagonista. La sua infanzia con gli amici, come è stato trasformato in lupo mannaro, come questo ha lentamente e inequivocabilmente influito sulla sua vita. Impariamo a conoscere Lika, e a volergli bene. Come si può volere bene ad un lupacchiotto affamato che può strapparti la mano da un momento all’altro.

Lunaris è un libro che possiede, ovviamente, lati negativi e lati positivi. In qualche modo, però, quest’opera sembra riuscire a trarre forza e potenza dai lati negativi. Personalmente è una cosa che mi lascia un po’ perplessa, in quanto non riesco quindi bene a classificare oggettivamente quello di cui sto parlando.
Ad esempio, la scrittura concisa, intensa e serrata, all’inizio fa storcere il naso, lasciando perplesso il lettore di fronte a questa scelta stilistica dell’autore. Nelle prime pagine, personalmente, sono rimasta interdetta, dicendomi qualcosa del tipo: “Ma che cavolata è, questa? Che stile odioso….”. Eppure questo stile è uno dei maggiori motivi per cui il lettore si sente effettivamente catapultato all’interno della mente del licantropo. Nessun stile di scrittura, probabilmente, avrebbe potuto rendere meglio la lotta umano-lupo, l’istinto che cerca di dominare sulla ragione e la ragione che, dispertamente, si afferra con i denti e con le unghia per non cedere alla mente animale. Lo stile energico, quasi esasperato, rende perfettamente l’angoscia di Lika che si ritrova a non riconoscersi più allo specchio, alla sua ferrea volontà di non cedere al lupo.
Ancora, questo romanzo sembra avere difficoltà ad ingranare. Per carità, se decidete di procedere all’acquisto dopo la prima decina di pagine si resta invinghiati nella rete di questo libro, e non si riesce quasi più a staccare gli occhi dalle pagine. Ciò non toglie però che, per la lettura di due terzi del libro, si ha la netta impressione di stare leggendo la presentazione alla storia vera e propria, che si svolge poi con una serie di scene fulminee nell’ultima cinquantina di pagine. Questa che sembra una lunga presentazione lascia però lo spazio di sviluppare quelli che si mostrano come indubbi punti energici di quest’opera. L’approfondimento, graduale e a piccole dosi, del passato di Lika, delle sue amicizie, delle sue ricerche sui lupi mannari, forniscono indubbiamente la possibilità di affezionarsi al personaggio, di calarsi sempre più profondamente nei suoi panni, di avere la sensazione di interagire personalmente col mondo che lo circonda. Ugualmente, lo spazio dedicato alle ricerche sui lupi mannari e alla loro esposizione è uno spazio vincente: interessante, non esagerato, misurato esattamente per dare le informazioni necessarie – e magari qualche pillolina in più – senza annoiare, come spesso fanno molti autori che si ritrovano a dorver fornire informazioni necessarie al corretto sviluppo della storia.

Insomma, in poche parole un libro interessante ed appassionante, una piacevole scoperta ed una lettura che rilassa ma, allo stesso tempo, lascia un contenuto dietro di sé.

VOTO: 7.5/10

Recensione Libri: La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo, Audrey Niffenegger

Mi dispiace deludervi, ma non parleremo della fantastica River Song.

La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo” è il romanzo d’esordio della brillante Audrey Niffenegger, scrittrice statunitense.
Ecco, scusatemi un attimo, fermiamoci un istante ad analizzare questo fatto: è il suo romanzo d’esordio. Consiglio a tutti i recensori italiani che sono particolarmente indulgenti con certe boiate della nostra moderna editoria, dicendo “Sì, ma dai, è solo il suo primo romanzo, non c’è bisogno di devastarlo”, di leggersi questo romanzo. Ecco come dovrebbe essere un romanzo d’esordio: già completo. Per carità, lo stile dell’autore può cambiare, ma dev’essere un vero romanzo, deve possedere competenze linguistiche, grammaticali e narrative.
Ok, torniamo all’argomento principale.
Devo essere sincera: nel recensire questo libro sarò ben poco oggettiva e molto emotiva. Sarà che sono a metà del ciclo, che ci volete fare. La verità è che l’ho finito questa notte dopo ore di trepidante lettura, che l’ho amato fin dalle prime pagine, e ho sbattuto più volte gli occhi per evitare che una disgraziata lacrimuccia facesse capolino dai miei occhi traditori nelle ultime pagine. Se me lo chiedete, insisterò fino alla morte che erano le due di notte, c’era poca luce e mi bruciavano tremendamente gli occhi.
Il semplice concetto che sto cercando di elaborare è che questo libro è sublime. E’ un piccolo capolavoro, una lunga poesia d’amore e d’avvenutra che è riuscita a fare breccia persino nel mio cuore inacidito e anti-romantico.
Ma partiamo dall’inizio.

Clare ha sei anni quando trova Henry, nudo e trentaseienne, nel giardino di casa dove solitamente va a rifugiarsi per stare in tranquillità, lontana dalla caotica famiglia. Il loro primo incontro, tralasciando la non indifferente differenza d’età, è decisamente anticonvenzionale: lei gli tira una scarpa in bocca, e lui le rivela di essere un viaggiatore nel tempo, prima di sparire come se non fosse mai esistito.
Henry ha ventotto anni quando una rossa ventenne gli salta praticamente addosso sul posto di lavoro, dichiarando di conoscerlo da quando ne ha memoria e costringendolo ad accettare un appuntamento con lei.
Da questo momento i pezzi del puzzle vanno lentamente al loro posto: il passato di Clare, che coincide con il futuro di Henry, viene lentamente rivelato in una serie di piccoli episodi che chiariscono uno alla volta l’ambiguità e la stranezza del loro unicissimo rapporto.

Sì, perché la realtà è semplice: Henry, per una rarissima (ma, come si scopre nel corso del libro, non unica) malattia genetica è quello che verrà definito una PCDPersona Cronolicamente Disorientata -, che si ritrova, contro la sua volontà, ad effettuare balzi spaziotemporali in momenti di particolare stress o stimoli nervosi.

“La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo” è un romanzo che parla di libero arbitrio, di destino e di volontà. E’ un romanzo che parla d’amore, di distanza e incomunicabilità all’interno della coppia. E’ un romanzo che sviscera le possibilità di un viaggio nel tempo e del conoscere il proprio futuro, e tutti i problemi e i paradossi inspiegabili che possono nascere da questa situazione – come il fatto che Henry consegna alla piccola Clare una lista di tutte le date in cui si troverà nel suo giardino, lista di cui è a conoscenza perché Clare gliel’ha fornita quando si sono incontrati nel presente, e lista che lei ovviamente possiede perché lui gliel’ha dettata, eccetera, eccetera, eccetera.
E’ un romanzo che coinvolge, appassiona, commuove, fa innamorare, instristisce e fa sorridere come dei deficienti.
Parola dell’anti-romantica per eccellenza, che si è trovata comunque a fare il tifo per questa strana coppia inseparabile e a soffrire per le loro sofferenze, a ridere per le loro gioie. Credo, e lo crederò sempre, che sia questo il risultato più grande che possa ottenere un libro: quello di farti sentire parte di una famiglia, di farti entrare dentro il libro e darti la sensazione inequivocabile di perdita quando infine lo chiudi e lo metti da parte.
C’è ben poco da dire.

VOTO: 9.8/10 (giusto perché dare dieci su dieci mi risulta difficile)

Recensione Libri: Il Vangelo secondo Biff, Christopher Moore

Ho terminato la lettura di questo libro già da un po’, solo che ho rimandato la sua recensione perché… non sapevo esattamente cosa scrivere.

Il vangelo secondo Biff è un libro pieno.
E’ pieno di eventi, è pieno di informazioni, è pieno, soprattutto, di risate. Scrivere qualcosa su un libro che ogni paio di battute di strappa un sorriso e almeno una volta a pagina una risatina strozzata, è un’impresa ardua. Ma ci proverò.

Partiamo da un unico, semplice dato di fatto: Christopher Moore scrive bene. Molto bene.
La lettura di questo piccolo mattoncino (il libro conta quasi 600 pagine nella sua versione cartacea) scorre rapidamente, per merito nella narrazione frizzante e mai noiosa di Biff.
Dal punto di vista del migliore amico d’infanzia di Gesù (definito “Testa di cazzo” persino da un angelo), resuscitato apposta dopo duemila anni per raccontare la vera storia di Gesù, ci viene narrata quella parte della storia del Messia che viene sempre saltata a pié pari: l’infanzia, l’adolescenza, la prima maturità, insomma, tutto quello che sta tra la mangiatoia di Betlemme e l’inizio delle predicazioni.
Veniamo così a conoscenza di un Gesù più umano, un Gesù che non esita a colpire il suo migliore amico per l’ennesima vaccata detta, un Gesù che prepara a puntino i discorsi da fare alle folle, un Gesù esitante che non sa cosa deve fare per diventare il Messia e che intraprende un lungo e duro viaggio per scoprire cosa vuole veramente dire alla gente, quale sarà il suo messaggio.
La scrittura e la struttura del libro è spesso scoppiettante, le situazioni in cui i due amici si verranno a trovare saranno raccontate con l’indimenticabile tratto umoristico e con l’ilarità che caratterizza il personaggio di Biff, sdrammatizzando persino quei momenti più lenti e pesanti in cui la lettura si sarebbe potuta alquanto rallentare.

E questo, praticamente, potrebbe essere tutto.
Biff è un personaggio che si fa amare, Gesù è un… bhé, sì, sempre un personaggio, che si fa rispettare. La ritrovata umanità del personaggio religioso più famoso di sempre è interessante e, in un certo senso, appagante.
Ma comunque, per alcuni versi, questo libro è stato un po’ una delusione. Specialmente nella parte finale, quando vengono ripercorsi i passi narrati nei quattro vangeli “ufficiali”, benché ci siano sempre i soliti scoppi umoristici – dettati più che altro dal fatto che nessuno capisce cosa diavolo va predicando Gesù -, la narrazione suona ridondante, ripetitiva e, a volte, noiosa. Inoltre mi aspettavo un finale più controverso, un po’ polemico, qualche cosa di più succulento, ma… non è così.

Alla fine, pur essendo una versione ironica della vita del Messia, questo libro ci tiene a rispettare accuratamente i sentimenti dei religiosi, senza cercare di intaccare neanche un poco la visione classica del Messia che si è sacrificato per l’umanità.

Alla fine, un libro consigliato per farsi quattro risate, a cristiani e non cristiani, perché può essere gustato da tutte le fazioni.

VOTO: 7.5-8/10

 

Recensione Libri: La Trilogia di Bartimeus, Jonathan Stroud

Quando la mattina ti alzi presto, fai mille cose, vai a lavorare, alle sette, quando esci, ti vedi con gli amici, rientri veramente tardi la sera e hai gli occhi che ti bruciano per aver letto tutto il giorno numeri dall’elenco telefonico e hai la testa che ti scoppia implorandoti un’oretta di sonno, ma tu ti metti comunque a leggere, giusto per andare avanti di poche pagine, e improvvisamente alzi lo sguardo ed è passata un’ora e mezza, allora capisci che quel libro è veramente un bel libro.
Questo è quello che a me è capitato con la Trilogia di Bartmeus, e specialmente con l’ultimo volume della suddetta, “La porta di Tolomeo”.
Ma andiamo con ordine.

 La Trilogia di Bartimeus è un fantasy dal respiro ampio, che intrattiene piacevolmente strappandoti spesso qualche sorriso e con una stoccata di satira qua e là che conquista definitivamente.
Il mondo raccontato in questi romanzi è un modo per molti versi identico al nostro, ma principalmente per uno completamente discordante: in questo mondo esiste la magia. O meglio, esistono gli Spiriti (volgarmente denominati demoni), entità che i maghi convocano a loro piacimento per sfruttarne risorse, servizi e poteri. Con la forza che questi esseri gli concedono, i maghi sono al governo, a capo di quella che è concretamente una dittatura in cui i comuni (cioè i non-maghi) sono praticamente schiavizzati. I maghi governano – e neanche tanto bene – e i comuni, mezzi morti di fame, fanno i lavori più umili, li servono, li riveriscono, combattono per loro e devono sempre abbassare la testa.
Fin dal primo capitolo della prima trilogia cominciamo piano piano ad esplorare e scoprire il mondo di questo maghi. Nathaniel, appena un bambino, viene ceduto dai genitori per essere educato alla magia e cresciuto per diventare un membro del governo. Quasi subito, sotto consiglio della moglie del suo maestro, Nathaniel ha chiaro il suo obbiettivo: arrivare in alto, scalando i gradini del governo dell’impero britannico.
Così, a soli dodici anni, Nathaniel compie la sua prima evocazione, convocando il jinn Bartimeus.
Da questo momento il destino del mago e del jinn sono legati indissolubilmente, in un susseguirsi di eventi grazie ai quali Nathaniel piano piano riuscirà nei suoi obbiettivi.

 La Trilogia attraversa più o meno – con ampi balzi temporali – circa cinque anni della vita del ragazzo, seguendolo nel suo percorso: da giovane apprendista promettere, a giovanissimo membro del governo, a estremamente giovane Ministro dell’Informazione.
Una dopo l’altra Nathaniel – o, per meglio dire, Bartimeus, che segue gli ordini di Nathaniel – affronta un susseguirsi di catastrofi, sventa una sequela di avvenimenti volti a sovvertire l’ordine dell’Impero e si guadagna la fiducia del Primo Ministro. Per fare questo, il giovane ambizioso è costretto a chiudere dietro una porta ideali, credenze e umanità, per mostrarsi sempre all’altezza della situazione. Il lettore non potrà che tifare per il ragazzo, provando comunque un po’ di irritazione e un po’ di compassione per il suo continuo allontanarsi dal sé che era stato.
Almeno fino all’ultimo libro, in cui la maschera finalmente cadrà e il mago capirà finalmente che cosa ha perso nella sua vana scalata alla gloria.

 I tre volumi che costituiscono questa saga sono uno più bello dell’altro. Man mano che Nathaniel cresce, anche i temi da affrontare si fanno più corposi. Mentre il primo libro è la disperata ricerca di approvazione di un bambino, nel secondo e ancora di più nel terzo veniamo a conoscenza di quanto siano umiliati e maltrattati e comuni, di come essi non possono difendersi e men che meno esprimere le loro opinioni.
Questi libri sono, molto semplicemente, scritti bene. Il ritmo incalzante della storia – e lo stile un po’ scanzonatorio e irriverente della narrazione dal punto di vista di Bartimeus – non permettono al lettore di distaccarsi per troppo tempo dalla lettura. Oltretutto, notare le piccole differenze tra questo mondo e il loro, sentire nominati grandi personaggi storici nell’ambito magico e scoprire come in questo mondo sono state realizzate alcune delle “nostre” grandi imprese, è un piccolo divertimento che si sussegue incessante nei vaghi riferimenti di Bartimeus alle sue imprese passate.

In breve, un libro consigliato a “grandi e piccini”, una lettura godibile e rilassante ma anche con sporadici punti di riflessione.

VOTO: 8.5-9/10

Recensione Libri: Che tu sia per me il coltello, David Grossman

Questo libro è come un lungo e tortuoso percorso. O, meglio ancora, una lunga e tortuosa salita.
Inizialmente la mente, come delle gambe poco avvezze alla fatica, risente della difficoltà di questa strada che si inerpica lungo le parole tortuose di Yair. L’occhio incespica, il cervello traballa e, se non si ha davvero tanta voglia di continuare la lettura, si viene fortemente tentati di abbandonare il libro in un cantuccio e non prenderlo mai più.
Eppure, se si ha la forza di continuare, di non arrendersi, di aspettare pazientemente che la mente, rinforzata dall’esercizio, riesca a scivolare tranquillamente tra i pensieri tracciati da questo personaggio particolare, questo libro ha tanto da donare e da far gustare.

 Sarò sincera: inizialmente ho disprezzato Yair. Sarà che conosco una persona che scrive esattamente come lui, ha le stesse pretese e la stessa arroganza di dirti chi sei e come sei senza neanche averti quasi rivolto la parola – questa, almeno, è l’impressione che se ne ricava del personaggio dalle prime, tumultuose lettere che invia alla sua corrispondente – io ho vissuto questa lettura non solamente come l’estranea sbirciatina ad una corrispondenza privata, ma proprio come se la sequenza di lettere fossero rivolte a me. E il fastidio che il ricordo mi procurava mi faceva provare disgusto per questo personaggio che pretendeva di sapere tutto della sua corrispondente, solo perché l’aveva vista sorridere e stringersi nelle braccia in un pubblico, da lontano.
Eppure, man mano che si va avanti nella lettura questa forma di arroganza, questa violenza psicologica che io vi vedevo, è andata pian piano sfumando, mentre Yair assumeva contorni tutti suoi, ricordi, speranze. Mentre cercava disperatamente di far toccare con mano alla sua corrispondente il marcio e il corrotto della sua anima, cominciavo a capirlo meglio e, come Myriam, ad apprezzarlo proprio per questo.
L’episodio del libro letto di nascosto e mangiato piano piano per nasconderne le tracce, poi, ha definitivamente fatto guadagnare al personaggio il mio rispetto.

Questo volume epistolare è diviso in tre parti: la prima, lunga, lenta e intricata, è il malloppo delle lettere che Yair spedisce, piuttosto ossessivamente, a Myriam. In questo capitolo non ci è dato conoscere di Myriam nulla di più di quanto lui sostiene, e non sappiamo cosa scrive lei nelle sue risposte nulla di più di quanto lui occasionalmente cita. Pian piano in queste lettere si delineano le personalità del personaggio di cui tutto sappiamo e della donna di cui tutto – o quasi – ignoriamo. Mentre lentamente cerchiamo di ricomporre il puzzle di questa sconosciuta, non si può che rimanere strabiliati dalla fenomenale caratterizzazione di Myriam, anche se appena accennata. Questo scambio epistolare dura circa sei mesi, fino a che, bruscamente, Yair decide di abbandonare la sua corrispondente.
Il secondo capitolo di questo volume è una sorta di diario di Myriam che, turbata dall’improvvisa mancanza dell’uomo a cui ha aperto una porta immensa, continua a scrivere rivolta a lui senza parlare a lui. Improvvisamente, la donna che avevamo appena conosciuto assume violentemente una forza e una corposità immane. È ora chiaro, per me, cosa ci vedesse di tanto potente Yair per averle consegnato senza remore un pezzo così grosso della sua anima.
La seconda parte termina quando Myriam decide di interrompere il periodo di silenzio per cercare di riallacciare, almeno per un’ultima volta, i rapporti.
Nella terza e ultima parte, abbiamo finalmente la possibilità di leggere insieme i due personaggi, che finalmente hanno un dialogo aperto, colmo di sorpresa e a voce. I due protagonisti di questo ambiguo romanzo hanno finalmente l’occasione di parlarsi a voce alta, senza pause, senza riflessioni, e scoprono dentro di sé e dentro l’altro nuove sfumature che credevano impossibili, nel mondo immaginario dentro il quale avevano relegato la loro relazione.
E mentre Yair, da parte mia, si fa odiare per l’ultima, definitiva volta, Myriam mostra ancora una volta la sua forza di donna e di madre.

In sostanza, Che tu sia per me il coltello, è un libro particolare. Non va affrontato a cuor leggero e neanche avvicinato con spensieratezza. Questo libro è un’incursione a piè pari nella mente di due persone, nell’intimità di una relazione delicata come una struttura di cristallo. È una scalata, per l’appunto, che va affrontata con metodica lentezza e caparbia determinazione, e che, se viene colta nel modo giusto, non deluderà di certo.
Consigliato a chi vuole leggere qualcosa di intenso e impetuoso.

VOTO: 8.5/10

Recensione Libri: Il profumo delle foglie di limone, Clara Sánchez

Ok, lo ammetto: questo libro è la dimostrazione che bisogna leggere tutta la trama nella seconda di copertina prima di convincersi che sia una ciofeca.
Questo libro me l’hanno più o meno ficcato nelle mano dicendomi “Leggilo!” e a me, onestamente, visto il titolo piuttosto evocativo, l’immagine di copertina, e un riferimento ad una ragazza incinta che non sa cosa fare nella propria vita nei primi righi della descrizione, ispirava poco o per nulla. Mi sembrava probabile si trattasse esclusivamente di un romanzo romantico e riflessivo, di cui, in questo momento, non volevo proprio sentire parlare.
Per fortuna, non è stato così.
Purtroppo, però, questo rende difficile dare un giudizio veramente oggettivo.
Per chiarirci: a pagina uno ero piuttosto reticente e titubante nell’affrontare la lettura, ma sapevo che prima o poi avrei dovuto farlo e che quindi era meglio togliersi il dente presto. Verso pagina dieci, ero già piuttosto emozionata perché avevo finalmente capito che il libro che avevo davanti non era una ciofeca romantica, ma un libro serio con un tema interessante.
Alla fine ero – e sono – vagamente annoiata e principalmente delusa per la banalità e per il modo semplicistico con cui è stata trattata e conclusa una storia che poteva essere veramente interessante.

Comunque, andiamo con ordine.
Questo libro è scritto dal punto di vista dei due personaggi principali: Sandra, la ragazza incinta che non sa che diavolo fare della propria vita e che viene “adottata” da due simpatici e gentili vecchietti che l’aiutano quando sta vomitando l’anima in spiaggia, e Julian, un ottantenne reduce dai campi di concentramento sulle tracce di due ex torturatori nazisti, per vendicarsi prima della inevitabile morte – sua o loro, poco importa. Le storie di questi due personaggi finiranno con l’incrociarsi, visto che gli adorabili anziani con cui la prima è entrata in contatto coincidono con gli spietati assassini di cui il secondo è alla ricerca.
Insomma, Il profumo delle foglie di limone, è un libro che affronta e approfondisce il tema di cosa possa essere successo a questi nazisti ormai vecchi. Si interroga sulla possibilità che possano essersi pentiti delle loro malvagità giovanili, e si chiede se possano persino essere redenti.
La risposta, al di fuori di ogni dubbio, è no.

Una volta trovati i primi due nazisti, il libro, iniziato con i toni leggeri e semplicisti di Sandra, discende lentamente in una spirale di delirio e follia in cui la povera ragazza si ritrova coinvolta suo malgrado. Veniamo così a conoscere un’intera – e improbabile – orda di nazisti rifugiatosi tutti nella medesima zona, dove, tra adepti e seguaci di giovane età, gestiscono il piccolo club privato della rievocazione storica nazista.
In fin dei conti è questo che fanno: rievocano i tempi in cui erano forti e potenti e potevano fare quello che volevano, si trascinano avanti con i residui di una giovinezza che ormai li ha abbandonati da un pezzo, odiano praticamente chiunque li circonda e fingono di avere ancora intere vite da vivere. A dire il vero, questi vecchietti fanno quasi un po’ pena per il loro patetico tentativo di rievocare la grandezza di cui sono stati partecipi. Ormai, sono solo relitti di una nave affondata che non riescono a rassegnarsi all’idea di non essere più i padroni del mondo.

Insomma, dal mio punto di vista, il tema, di per sé, è parecchio interessante. Il problema è che viene veramente sviluppato male e che i personaggi sono ben più noiosi e poco realistici di come potrebbero essere.
I vecchietti nazisti, inanzitutto, che forse dovrebbero apparire spaventosi e ispirare odio profondo da ogni riga, come ho già detto riescono unicamente a risultare patetici, col risultato che quasi ci si chiede se non stiano già vivendo la loro meritata punizione.
Sandra, che forse nelle intenzioni dell’autrice doveva essere il personaggio portante della storia, affascinante e umana con i suoi dubbi e le sue incertezze che la rendono viva e vicina ad ogni lettore, che cresce nell’arco narrativo del libro e che tutti sembrano amare, è… noiosa. Scialba. Insipida. Inutile. Più di trent’anni, incinta di un uomo che non ama, non ne ha mai voluto sapere di studiare e/o lavorare, non sa fare nulla, e, per qualche motivo ignoto, riceve amore e ammirazione da tutte le parti. Va praticamente a vivere da due sconosciuti appena li conosce, continuando a pensare da una parte a quanto gli vuole bene perché per lei sono i nonni che non ha mai avuto, dall’altra che se riesce a restare, quando crepano le potrebbero lasciare tutte le loro proprietà. Ma che persona bella e buona, eh?
Julian, che poteva esser l’unico caratterizzato decentemente all’interno del libro, l’uomo per cui la vendetta viene prima di tutto, quello che per un attimo è stato capace di mettere in pericolo Sandra solo per agitare leggermente i vecchietti, quello con più sfumature e tutto il resto, alla fine delude amaramente, abbandonando la sua vendetta per affetto nei confronti di Sandra. E va a quel paese.

Infine, la conclusione è di un banale a dir poco disarmante. L’unica cosa che forse non ci si aspetta è la morte di Alberto – fino all’ultimo temevo la romantica riunione con Sandra – ma, tolto questo, chiuso questo libro resta unicamente una sensazione di inutilità latente e di contenuti, alla fine, stereotipati e poco approfonditi.
Purtroppo, è uno di quei – pochi – libri che, nonostante l’idea interessante, non mi sento di consigliare quasi a nessuno.

VOTO: 5.5/10