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Libri: Il Vangelo proibito, David Gibbins

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TRAMA:

Al largo della costa siciliana Jack Howard, un archeologo di fama mondiale, e il suo inseparabile collega, l’ingegnere Costas Kazantzakis, sono impegnati in un’immersione subacquea alla ricerca di un antico relitto, la nave che nel 60 d.C. portava san Paolo a Roma e naufragò nelle acque del Mediterraneo. Nel frattempo una scossa di terremoto apre un nuovo passaggio nella villa dei Papiri a Ercolano e riporta alla luce una camera segreta. È una scoperta sensazionale: potrebbe trattarsi dello studio privato dell’imperatore Claudio, il luogo dove avrebbe vissuto in incognito gli ultimi anni della sua vita per custodire un oscuro segreto. E così tra antiche cripte e templi dimenticati, pericoli, enigmi e rivelazioni, i due amici intraprendono un viaggio che, da Roma a Londra, dalla California a Gerusalemme, li porterà indietro nel tempo, fino all’alba della cristianità e a un misterioso, inestimabile documento che qualcuno vorrebbe sepolto per sempre…In Vaticano diranno le loro ultime preghiere.

LA MIA OPINIONE:

E se la nostra storia fosse basata su una menzogna? Questa la scritta che, sul retro del libro, vuole spingere la curiosità del lettore a fargli comprare il libro. In realtà questa scritta ci presenta già ottimamente l’opera che ci troviamo di fronte, che sembra fare dei “se” la sua attrattiva principale. Infatti, quello che l’autore ci presenta, sono una serie interminabile di “e se…” che lui ha voluto sviluppare.
Cosa sarebbe successo se… l’imperatore Claudio (Tiberio Claudio Cesare Augusto Germanico per gli amici) avesse incontrato Gesù Cristo, nell’epoca in cui quest’ultimo iniziava a predicare?
E se l’avesse convinto a rilasciare un vangelo scritto, prevedendo come i suoi futuri seguaci avrebbero travisato le sue parole?
E se Claudio non fosse morto nel 54 D.C., come tutti noi sappiamo, ma avesse inscenato la propria dipartita per andare a vivere la vecchiaia in solitudine e tranquillità?
E se fosse andato a vivere ad Ercolano, dove è stato sorpreso dall’eruzione vulcanica nel 79 D.C.?
E se Plinio il Vecchio fosse stato, insieme ai suoi schiavi, l’unico a sapere che era vivo?
E se Claudio avesse lasciato a Plinio il Vecchio gli indizi per poter ritrovare il precedentemente nascosto Vangelo di Cristo?
E se, ai tempi nostri, un terremoto rivelasse un’area degli scavi di Ercolano ancora sconosciuta rimasta miracolosamente intatta, così da poter avviare questa caccia al tesoro?
E se la chiesa, per una serie di incredibilmente fortuite coincidenze, sapesse dell’esistenza di questo Vangelo fin dalla sua origine, e adesso avesse deciso che non vuole che le parole vergate dal suo Dio non vengano mai rivelate?
E se… insomma, avete capito l’antifona.

Questo libro è interamente costruito su una serie di se cui si fa sinceramente fatica a credere, su ancora più incredibili coincidenze, totalmente inarrivabili intuizioni geniali basate sul nulla, scoperte archeologiche favolose e miracolose ed eventi tirati uno dopo l’altro in modo quasi completamente scollegato.
La storia, di per sé di una banalità mostruosa – quanti ne abbiamo visti negli ultimi tempi di libri basati su questo identico concetto? Milioni. E di sicuro questo non è uno dei più brillanti – viene gestita anche male, facendo muovere i personaggi in modo poco realistico e con personalità già viste e già sentite (per dirne una, l’archeologo protagonista soffre di claustrofobia, ricorda nulla? Se avete letto i libri di Dan Brown dovrebbe esservi quantomeno familiare). La scrittura non è neance particolarmente scorrevole, solito pregio di questi romanzi senza troppe pretese, infatti fino a pagina 100/150 si compie un’estrema fatica ad andare avanti. Solo verso pagina 200 la storia comincia leggermente ad ingranare, e giusto nelle ultime 50 pagine si riesce a gustare per un effimero attimo la lettura.

Alla fine l’unica parte meritevole di non essere completamente svalutata è la fantasia dell’autore e la sua padronanza della storia. Non che ci si potrebbe aspettare di meno, visto che Gibbins è, apparentemente, prima di tutto un archeologo.
Chissà, forse viaggia così tanto con la fantasia e fa compiere ai suoi personaggi ritrovamente al limite del possibile proprio perché il suo lato archeologo non è soddisfatto dagli scavi archeologici reali. E per questo riesco quasi a provare tenerezza per lui.

Lasciamo la parola alla povera Lhyà, che questa volta è uscita veramente poco soddisfatta dal nutrimento ricevuto.

il vangelo proibito

Videogiochi: Luigi’s Mansion 2

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Luigi’s mansion 2 – o, com’è conosciuto in inglese, Luigi’s mansion: Dark Moon – è un gioco che probabilmente non ha bisogno di presentazioni di alcun tipo. Di sicuro non ha bisogno di presentazioni il fratello generalmente considerato sfigato di Mario, Luigi, che in questo gioco da un’ottima mostra di sé, intenerendo e appassionando tutti i videogiocatori.

Uscito nel 2013, seguito dell’originale Luigi’s mansion uscito nel 2002 per il Game Cube, questo titolo è uno di quei giochi che rende fieri di essere possessori della console portatile di casa Nintendo, così come il primo titolo all’epoca fu uno dei orgogli di chi possedeva un Game Cube.
Personalmente purtroppo non ho avuto occasione di fare il primo capitolo, non avendo mai posseduto la console di cui era esclusiva, quindi le mie opinioni su questo gioco si riducono ad una valutazione fine a sé stessa e priva di confronti.

Luigi’s mansion 2 inizia evidentemente diverso tempo dopo la conslusione del primo capitolo. Il gioco comincia con un Luigi intento a farsi comodamente gli affari propri, prima di essere chiamato e quindi fisicamente – e violentemente – “trasportato” dal Professor Strambic nel bunker di casa propria. La storia del gioco è semplice e lineare: una volta esisteva un cristallo, in cielo, a forma di luna oscura, che, con le sue radiazioni, permetteva ai fantasmi di rimanere pacifici e amichevoli nei confronti degli umani. Purtroppo, però, ad inizio gioco questo cristallo viene distrutto, rendendo i fantasmi dispettosi e fastidiosi, se non addirittura aggressivi e dannosi. Toccherà quindi a Luigi, sotto il controllo e con l’aiuto del professore, andare alla ricerca dei pezzi della luna per far ritornare tutto alla normalità.
La storia si divide in cinque capitoli, ognuno dei quali ambientati in una zona differente, dove avremo a che fare ogni volta con più fantasmi, più potenti ed enigmi ambientali appassionanti.

Il gioco è sicuramente un bel gioco, che diverte e intrattiene grazie ad una grafica accattivante, alle ambientazioni sempre diverse e alla capacità di farti fermare un attimo per capire come superare un punto o affrontare ghostsoflm2un nemico, anziché essere lineare e guidato come la maggior parte dei giochi oggi. C’è chi lo accusa di essere ripetitivo, ma personalmente non ho avvertito per nulla questa monotonia, complici le differenze strutturali tra le varie zone e i fantasmi sempre più aggressivi – e quindi da affrontare in modo diverso – che ti si pongono davanti.
Per me questo gioco ha un unico, grande, evidente difetto che in alcuni punti mi ha impedito di godermelo appieno e ha quindi sensibilmente ridotto la mia opinione finale del prodotto: la durata delle sessioni di gioco. Per quanto si possa tranquillamente chiudere la console 3DS per mettere in pausa un gioco, io tendo a sclerare quando ci sono, specie in una console portatile – con cui quindi gioco sull’autobus, da amici, in giro o anche sul cesso -, lunghe sessioni di gioco senza poter salvare. Specie quando, dopo un livello durato mezz’ora o anche quaranta minuti, muoio – anche perché io sono una pippa a livelli nazionali, lo ammetto tranquillamente – e devo ricominciare da capo. Ci sono stati momenti in cui sono stata fortemente tentata di abbandonare questo gioco solo per questo motivo.
Fortunatamente non l’ho fatto, perché, nonostante queste piccole difficoltà, il prodotto finale si rivela ben fatto e meritevole di essere portato a termine, con tanto di lacrimuccia che quasi ti scende al finale.

Insomma, alla fine, nonostante gli scleri, mi è piaciuto.

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Recensione videogame: Muramasa Rebirth

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Muramasa Rebirth è un porting per PS Vita di un gioco uscito nel 2009 per Wii.

E con questo potrei aver detto tutto (specialmente per quelli che “Ma 2014-06-04-205136sulla PS Vita escono solo porting di altre console!“), e invece non ho detto niente.
Perché, pur non essendo passato abbastanza tempo per considerare questa piccola perla un retrogame, è comunque un prodotto veramente tanto notevole che è una gioia, per i possessori di questa console portatile, avere l’opportunità di fare. O rifare.

Murasama Rebirth, secondo me, è una gioia per ogni senso del videogiocatore che si avvicina a questo titolo.
Ha delle musiche splendide, un gameplay che, seppur non presenta chissà quale varietà, ti incolla allo schermo e ti diverte e rilassa (c’è chi dice che questo gioco sia noioso e ripetitivo. Io l’ho giocato per più di 27 ore senza stancarmi mai, e avrei potuto continuare ancora a lungo), ma, soprattutto, ha un’estetica – perché non si può semplicemente definirla grafica – a dir poco splendida. Artistica. Meravigliosa.
2014-06-12-141014La storia, infine, pur non presentando notevoli qualità di profondità, è una storia che coinvolge, e che presenta numerosi picchi di coinvolgimento emotivo, anche grazie alla “trovata” dei tre finali, che presentano tre diverse possibili conclusioni delle vicende dei personaggi che, nel bene e nel male, ci hanno accompagnato e a cui ci siamo, nonostante tutto, affezionati.

E’ un gioco che si fa giocare e rigiocare – se si vuole completare al 100% bisogna affrontare tre finali per ognuno dei due personaggi giocabili, e per fare ciò sono necessarie diverse ore a grindare exp senza pausa –  senza, per me, smettere di essere piacevole, rilassante, e visivamente sorprendente.
Un gioco che, sotto tutti gli aspetti, è, sempre secondo il mio parere, un gioco imprescindibile per ogni possessore di PS Vita.

Lascio infine la parola alla mia nuova assistente Lhyà (sì, ho fatto in fretta) per il verdetto finale.

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Recensione libri: L’Uomo che scambiò sua moglie per un cappello, Oliver Sacks

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Prima recensione libresca dopo due anni! Spero solo di non essere troppo arruginita…
Che poi in realtà non c’è molto da recensire, ma voglio parlarne comunque.

L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello è un saggio neurologico, una raccolta di casi di lesioni encefaliche di vario tipo con cui il famoso neurologo si è trovato ad avere a che fare nell’arco della sua carriera.
Non so se sono stati i casi più formativi della sua esperienza di neurologo, i più impressi nella sua mente o, semplicemente, i più particolari. Quel che è probabile è che, per ogni tipo di lesione di cui ci vuole parlare, per ogni approfondimento che ci vuole porre, sono stati i più emblematici ed esemplificativi.

Il libro si divide in quattro sezioni, ognuna dedicata ad un tipo di pazienti e di patologie differenti, ognuna presentata da una prefazione che ci anticipa alcuni casi, evidenziando questo o quel dettaglio interessante con cui ci ritroveremo a che fare di lì a poco.
Sacks scrive in modo esemplare, romanza il grottesco e l’inquietante – perché, per quanta pena ed empatia ci possano trasmettere gli sfortunati pazienti di cui ci racconta, pur sempre grottesco ed inquietante ci apparirà la loro esistenza, la loro stessa possibilità, il fatto che un giorno, di punto in bianco, certe patologie potrebbero “risvegliarsi” anche in noi, e non c’è forse cosa al mondo capace di inquietare di più la mente di una persona in buona salute  – al punto che riesce quasi diffcile credere ai casi più estremi.
Il racconto che da il titolo al romanzo, ad esempio, risulta così accattivante nella scrittura, e allo stesso tempo così assolutamente lontano dalla esperienza quotidiana di qualsiasi persona normale, da apparire quasi inconcepibile, un frutto della fervida immaginazione dell’autore. Forse proprio per questo è il primo di questa raccolta: ci mette subito di fronte con l’estrema follia che può raggiungere questa sfilza di casi neurologici, ci costringe fin da subito ad accettare l’inconcepibile. Non ci viene chiaramente detto, ma solo se riusciamo ad accettare che Sacks non ci sta prendendo in giro quando ci racconta di un uomo che ha effettivamente fisicamente scambiato la moglie accanto a lui con un cappello da mettersi in testa, possiamo preseguire, accettando passivamente l’abisso degli orrori in cui la mente umana può gettarci.

E così faremo la conoscenza, ma anche amicizia, grazie all’empatia naturale che Sacks sembra provare con i suoi pazienti e trasmetterci attraverso le sue parole, con ogni tipo di persone: donne che hanno perso la propriocezione – ecco, sì, scopriremo anche dell’esistenza di questo “sesto senso” vitale eppure sconosciuto ai più -, autistici artisti, persone ferme ad un giorno passato della loro vita, persone che si identificano con i propri tic, e tanto altro ancora.

La lettura di questo saggio è piacevole e scorrevole. Gli orrori della mente acquistano una loro forma, e acquisiscono anche fascino e passione nella loro inquietudine. Soprattutto, leggere della forza di alcuni soggetti nel cercare di riprendersi, così come della simpatia che riescono, nonostante tutto, a suscitare in chi gli sta intorno, fa nascere una luce in questa oscurità.

In sostanza, che dire? Una lettura consigliatissima a chiunque sia anche solo superficialmente interessato all’argomento. Un libro ben scritto, appassionante e sicuramente interessante.

VOTO: 8/10

E3 2014

Ieri sono cominciate le tanto attese conferenze dell‘E3, probabilmente le conferenze più attese ogni anno in campo videoludico.
E’ stato un tour de force, dalla durata di circa nove ore, a cui solo pochi pazzoidi sono riusciti a sopravvivere. Io, purtroppo, ho ceduto esattamente alle 2:54, sei minuti prima dell’inizio della conferenza Sony, quando il mio cervello, ormai in pappa, mi ha fatto rendere conto che, col mal di testa, il portatile ormai ustionante sulle cosce e l’estrema difficoltà a tenere gli occhi aperti, avrei dovuto assistere a due ore di conferenza. Non potevo farcela.

Bps5DspIEAAn2GLPer me l’E3 2014 è iniziato intorno alle 18. Sintonizzo il tablet su youtube – per assicurarmi una via di salvezza in caso computer o, più tardi, il portatile, dovessero dare forfait – apro la live dell’Angolo di Farenz – senza cui non avrei mai resistito fino a così tardi – accedo a twitter, cerco i vari canali su cui seguire la conferenza Xbox che avrà inizio di lì a poco.
Che dire della conferenza Xbox? E’ stata ottima, e questa, dopo l’anno scorso, è stata una piacevole sorpresa. E’ iniziata con un tipo che ha detto “Quest’anno ci concentreremo unicamente sui videogiochi“, ed è stato quello che hanno fatto. Circa 100 minuti di filmati, gameplay e presentazioni a tutta forza. Spettacolo.

La conferenza successiva è alle 21, ed è della EA, probabilmente la meno interessante. Ovviamente presentano le uniche cose degne di nota – Dragon Age, Mass Effect (a quanto mi è stato detto) – mentre sono a tavola a trangugiare cibo il più velocemente possibile. Al mio ritorno trovo la solita carrellata inutile di videogiochi sportivi di cui mi può fregare poco e niente.

BpuCL9sIIAAW7OR.jpg largeVerso le 23:30 è ora di preparare il mio trasferimento a letto. Si trascina portatile, tablet, ps vita, ci si sistema e si comincia a sudare subito. Sempre con la live dell’Angolo si va avanti, la prossima tappa inizia di lì a poco: a mezzanotte è finalmente il momento della Ubisoft.
Personalmente l’ho trovata un po’ noiosa. Assassin’s creed Unity e The Division li avevamo già visti con l’Xbox, nonostante qui vengano approfonditi, e l’Ubisoft insiste nel voler presentare giochi casual a eventi per fanatici. L’unica cosa che rialza un attimo l’interesse e abbassa terribilmente l’umore è un breve video commovente di Valiant Hearts: The Great War.
All’una l’Ubisoft ci da la buonanotte, e ci prepariamo a due ore di attesa prima della conferenza Sony.

Come ho già detto ho ceduto al sonno appena prima dell’inizio della conferenza, e devo dire che, dopo aver recuperato la conferenza stamane, non me ne sono pentita per nulla. Bella conferenza, per carità, ma al solito la Sony ci va per le lunghe in punti totalmente inutili. Probabilmente sarei collassata sul portatile dopo tre quarti d’ora.

Comunque, la cosa che veramente mi interesa è una: i videogiochi. Ne hanno presentati davvero tanti, anche se pochi erano quelli che ancora non conoscevamo o di cui non era uscito qualche rumor nei giorni passati. Qui parlerò solo di quelli che mi hanno colpita.
Sicuramente degno di nota è stato Assassin’s creed unity, in cui sembra essere stata introdotta una nuova modalità co-op e la possibilità di scegliere tra quattro diverse classi di assassini.
Un altro che, nonostante i miei gusti in merito, è riuscito di nuovo a colpirmi è stato Call of Duty: advanced warfare. Già il primo trailer, rivelato un mesetto fa, aveva colpito molto, anche grazie alla presenza di Kevin Spacey. Ieri è riuscito definitivamente ad attirare la mia attenzione, nonostante la mia avversione per i vari FPS in generale e CoD in particolare.Una delle cose più carine che è stata annunciata è il – credo – indie Ori and the blind forest, mentre la meno attesa è stata l’annuncio, troppo breve, di Rise of the Tomb Raider.
Infine – per quanto riguarda gli annunci Xbox (sto seguendo la mia brava scaletta di appunti) – il gioco sicuramente più interessante annunciato è stato Scalebound. Se ne è visto solo un trailer, ma sembrava possedere tutti gli ingredienti per farmi innamorare: mostri giganti, draghi e un personaggio sbruffone e accattivante dotato di qualche strano potere. Un’esclusiva Xbox che mi fa venire voglia di uscire di casa e andarmi a prendere questa console.

Nella conferenza Sony, invece, abbiamo potuto godere di un video di Destiny – che sarò l’unica al mondo, probabilmente, ma a me questo gioco ancora non dice niente di niente – subito seguito da un per me più interessante video di The Order: 1886, che stupisce sotto molti aspetti.
Poi, un’altra meraviglia: Bloodborne. Un trailer in computer grafica che lascia presagire atmosfere cupe e darkeggianti e qualcosa di davvero, davvero figo.
Ma la cosa veramente notevole è il nuovo, stupendo, meraviglioso, perfetto trailer di Metal Gear Solid V. Non ci sono parole per descrivere le emozioni che ho provato quando l’ho visto la prima volta. Tremavo per l’emozione. Questo video è il sunto perfetto di quello che un Metal Gear dovrebbe farmi provare, e di quello che spero sarà effettivamente questo gioco, probabilmente quello che personalmente attendo maggiormente.
Infine, degni di nota il gameplay di Batman: Arkham Knight e all’annuncio, che tutti attendevamo, di Uncharted 4.

E stasera tocca a mamma Nintendo!

(Non so neanche esattamente come e cosa ho scritto, ho il cervello totalmente fuso @_@ maledetto E3)

Aggiornamento delle 19:28:
E’ da poco finito il “Digital Event” della Nintendo. Non avevo intenzione di scriverci nulla in merito, in quanto, onestamente, da mamma nintendo mi aspettavo poco, e invece, forse proprio per questo (ma quante virgole sto usando?), è stata in assoluto la conferenza che mi ha appassionata di più.
Nintendo ci ha dato tutto quello che potevamo desiderare e di più. Un’immagine mozzafiato seguito da un breve trail10446523_704953409569960_3882627974415074452_ner del prossimo Legend of Zelda – che credo però non sia il trailer dello Zelda per Wii U presentato all’annuncio di questa console, vista la notevole differenza di stile -, un video per i prossimi due Pokemonomega rubino e alpha zaffiro – che mi ha fatto sbavare copiosamente, un’incredibile trailer per Bayonetta 2, in uscita ad ottobre, l’annuncio di un nuovissimo Xenoblade Chronicles X, Hyrule Warriors, gli amiibo, dei pupazzetti in stile skylanders per Super Smash Bros. che probabilmente ruberanno centiaia di euro a noi videogiocatori…
Insomma, mi sa che appena possibile andro a comprarmi una bella Wii U.

Complimenti Nintendo.

Recensione Libri: Cinquanta Sfumature di Grigio, E. L. James

Ok, dunque. Recensire questo libro, per me, oggi, sarà un’impresa difficile.
Non perché sono contrastata tra un perverso piacere provato nel leggerlo ed un odio superficiale. Tutt’altro. Perché voglio mantenere un certo livello di obiettività, e con questo libro non sembra essere una cosa facile.
Basta guardarsi intorno. La maggior parte delle reazioni negative è stata di tre tipi:
– l’orda delle femministe indignate. “Ma come, abbiamo lottato anni per i nostri diritti e poi ci viene propinata questa pappina in cui si loda la sottomissione della donna!“. A me questa reazione fa ridere. E’ come dire che abbiamo lottato per anni per rendere illegale la pedofilia, eppure ancora si trova Lolita nelle librerie. Sì, per carità, Lolita è un capolavoro e questo è un orrore letterario, ma non credo si possa concedere la libertà di stampa solo se il valore dell’opera è alto. Inoltre, non sono nemmeno d’accordo nel sostenere che è un libro maschisilsta che sostiene che la donna debba essere sottomessa. La sottomissione di cui si parla in questo libro è una sottomissione sessuale, e se a qualcuno piace, affari suoi. Di certo non devo essere io a giudicare i gusti sessuali della scrittrice o dei lettori;
– l’ondata degli offesi dal marketing – di cui, lo ammetto, faccio parte. Quelli che “Ci stanno rompendo le palle con tutta questa pubblicità“. Parole sante, ma di certo non è colpa del libro in sé e per sé, quindi cerchiamo di dimenticarci tutto questo osceno rimbalzo mediatico a cui siamo stati sottoposti;
– infine, i delusi, quelli che “Mah, dicevano che era il libro sul sadomaso per eccellenza, eppure ci sono a malapena qualche sculacciata e giusto un paio di manette. Dicevano che era un libro erotico ma non si basa solo sul sesso. Dicevano che…“. Ebbene, anche qui, secondo me, la colpa non è del libro. E’ colpa di questa malata manovra di marketing che è stata attuata per portare le vendite alle stelle. La manovra è riuscita, e, come detto sopra, non si può non esserne irritati. Ma io me la prendo col pubblicitario, non con un libro che di certo non ha chiesto di essere pubblicizzato in questo modo.
Sì, ho un punto di vista piuttosto malato, lo so.

Fatta questa premessa, andiamo finalmente a parlare del libro vero e proprio.

LA SCRITTURA

La scrittura è indubbiamente scorrevole, e so che per molti questo è un pregio. A me, purtroppo, non basta.
Non mi basta che la scrittura sia scorrevole se questo effetto è dato da una velocità quasi riassuntiva della narrazione. Nelle prime pagine particolarmente, anche se per fortuna quest’effetto si attenua andando avanti, si ha l’impressione di stare leggendo il riassunto del riassunto del diario di un’adolescente raccontato alla compagna di banco durante i quindici minuti di intervallo. Le frasi smozzate scorrono velocemente, raccontando senza emozioni e senza accenti una storia che quasi sembra essere quella di qualcun altro. Uno stile che di per sé non è male, ma che personalmente trovo totalmente inadatto per un racconto in prima persona di un’esperienza amorosa.
Il registro linguistico, poi, è ripetitivo, ridondante, scarno e privo di variazioni. Anche qui, visto che la voce narrante si vanta di essere una letterata, ci si potrebbe aspettare di meglio. Un esempio tra tutti, portato da molti recensori, è il modo in cui la cara Ana definisce le proprie intimità.
Le parti intime, le parti basse, le pudenda, la vagina, l’apparato riproduttivo, la fica, il frutto proibito, la vulva, il sesso femminile, la patata, i genitali femminili, l’organo sessuale… sono semplicemente , scritto rigorosamente in corsivo.
Lei prova piacere , lui la tocca , lei sente fremere, lui la bacia , lei… di nuovo sente fremere . Eccetera. Solo, sempre e comunque, .
Scelta che potrebbe anche andare bene finché è una casta e virginea ragazza che non sa neanche cosa vuol dire “toccarsi“. Ma quando si trasforma in una regina del sesso ventiquattro ore su ventiquattro, ad un certo punto, potrebbe anche diventare giusto leggermente più spudorata. Cambiare proprio un pelo il registro linguistico. Perché, sinceramente, alla cinquecentesima volta che leggo “Lui mi toccò , proprio “, ho voglia di prendere il libro e lanciarlo dalla finestra.
Ovviamente il problema del registro linguistico non è un problema solo di questo termine, ma questo è il caso più eclatante dell’intero libro.

I PERSONAGGI

Ho letto, in giro, chi ritiene che “Noi donne leggiamo questo libro solo per Grey. E’ affascinante, è bello e misterioso, è il prototipo dell’uomo che vorremmo avere. Questi libri si fanno leggere solo per lui“.
Indubbiamente il caro Mr. Grey ottimo direi – è reso come un personaggio affascinante, carismatico, magnetico. Ma di qui a dire che è un personaggio reso talmente bene da farci andare avanti nella storia solo per lui… no comment.
Tutti i personaggi, in questo romanzo, mancano, per non dire di intelligenza, di logica narrativa.
Analizziamoli nel dettaglio.
GREY: una pagina le dice “Devi starmi lontana Anastasia, non sono il tipo per te” (suona familiare? No? Beati voi), tre pagine dopo le regala libri dal valore superiore ai ventimila dollari. Facile starti lontano così, no? Ovviamente la scusa è sempre quella del “Hai qualcosa a cui non riesco a resistere, non riesco a starti lontano“. Ma vaffanculo.
Non ci dimentichiamo poi che lui “non dorme con nessuno“, e ogni singola volta che capita l’occasione dormono insieme. Lui “non fa l’amore. Fotte… senza pietà“, dichiara, per poi pregarla, cinque minuti dopo, di fare l’amore.
E non venitemi a dire che è perché ne è innamorato, grazie. Uno non si innamora e non butta all’aria trent’anni di pratiche e solide convinzioni dopo due incontri.
E non sto a sottolineare il fatto che, più che una sottomessa, quest’uomo vuole una bambina. “Mangia“. “Asciugati i capelli“. “Lavati i denti“. Ma che cazz…

ANASTASIA: ci viene presentata come un’handicappata con poche capacità motorie. La prima cosa che fa appena entrata nell’ufficio di Grey è cadere e stare cinque minuti prostrata nel suo ufficio prima di capire da che parte sta il sopra e da che parte sta il sotto. Poche pagine dopo inciampa e rischia di essere falciata da un ciclista, giusto in tempo per farsi prendere al volo da Mr. Grey – ottimo direi – e regalarci una scena strappalacrime in cui lei freme per essere baciata e lui la respinge malamente. Poi, a quanto pare, l’escamotage delle cadute non è più necessario. Nelle restanti seicento pagine di libro, infatti, non inciampa più. Neanche quando si ritrova a correre con i tacchi alti per un giardino infangato.
Poi. Alla prima volta che piange la sua migliore amica comincia a strillare “Che succede Ana?! Perché piangi? Tu non piangi mai!“. Piange tra le otto e le undici volte nel libro, a volte più di una volta al giorno. Dico, ma se ci vuoi rappresentare un’eroina forte e dura, è così difficile cercare di mostrarcela in questo modo?
Ana, infine, ci viene descritta come una donna di cultura, una neolaureata in letteratura con un bagaglio culturale non indifferente. Lei legge solo classici, lei è l’ultima Bohèmienne dei nostri tempi, lei è la donna più intelligente che tutti gli altri personaggi del libro conoscono. Poi, quando alla radio Grey mette Verdi, non solo non lo riconosce (cosa che ci può anche stare, non sono così pretenziosa), ma lo cambia con una canzone di Britney Spears.
Tu, scrittrice, vuoi che odio svisceratamente il tuo personaggio.

LA MIGLIORE AMICA DI ANA: prima lancia l’amica tra le braccia del bello, ricco e misterioso Grey, poi non fa che dirle di stargli alla larga. Cerca di farlo incazzare con lei dicendo che vuole proteggerla. Poi, ad un certo punto, parte dicendo che le dispiace lasciarla in un momento difficile, ma non riesce neanche a trovare trenta secondi per farle una telefonata e assicurarsi che non sia morta.

Potrei continuare così per ore, analizzando ogni singolo personaggio fino a concludere con le semplici comparse del libro: tutti, infatti, sono costruiti sulla stessa falsariga dei precedenti.

LE SCENE DI SESSO

Probabilmente quelle descritte meglio. Sono state quelle che, all’inizio, un po’ mi hanno intrigata e un po’ colpita, stile scarno e registro linguistico ripetitivo a parte.
Dopo la terza volta che fanno sesso, però, ci ritroviamo di fronte ad un grave problema. Diventa cioè presto evidente che la cara E. L. James o ha visto troppi porno, o ha solo una vaga idea di come funzioni un uomo. O forse la vaga idea ce l’ho io, boh, ma a me un tizio che riesce a fare sesso cinque volte a distanza di pochi minuti l’una dall’altra risulta poco credibile. O gravemente malato.
Io al posto di Ana un controllino glielo suggerirei.

Questo tizio fa invidia persino al mitico Barney Stinson. Solo che persino Barney ogni tanto si stanca…

LA STORIA

Ecco, andiamo al punto dolente del libro.
Perché, parliamoci chiaro: al fatto che non mi sarebbe piaciuta la scrittura, che mi avrebbero irritato i personaggi, e a tutto il resto di cui ho parlato, ero preparata. Ma al fatto che la storia mi avrebbe totalmente, completamente e definitivamente annoiata… no.
Tralasciando le suddette scene di sesso che ravvivano un po’ il mortorio di questa storia, il resto del romanzo, per me, è un buco nero. Nonostante lo stile scorrevole mi trascinavo avanti a fatica, e più di una volta mi fermavo chiedendomi “Ma che diavolo sto leggendo? Perché non succede nulla?“.
Noioso.
Chi lo sa, forse perché è la copia sputata di Twilight – senza vampiri ricoperti di brillantina e con il sesso -, forse perché ad ogni dialogo con lui o con gli amici di lei che ci provavano pensavo: “Battuta già usata. Situazione già sentita. Stessa identica cosa di Twilight“.  Neanche Twilight, per l’appunto, era riuscito a schifarmi ed annoiarmi tanto.
Abbiamo dozzine di pagine di seghe mentali di lei, intervallate dagli incontri sessuali con lui, durante i quali lei butta all’aria tutte le precedenti seghe mentali, le riflessioni e le decisioni che aveva preso. Poi, appena lui sparisce, ritornano le seghe mentali.
Abbiamo un contratto tra amanti che ci è stato fatto leggere quattro fottutissime volte, e che alla fine lei neanche firma.
Abbiamo altre seghe mentali, lacrimoni, piagnistei, lei che chiede cose e quando le ottiene frigna, lui che è tutto “No, stammi lontana, ma non ti allontanare troppo da me“, gli amici che “Tu sei l’unica donna che voglio, anche se mi rifiuti da cinque anni non voglio cercare una delle altre migliaia di donne al mondo disposte a darmela“, la famiglia che è tutta “Ricordati sempre che noi ci siamo, però vedi di chiamarci tu che alzare la cornetta per sapere come stai mi secca troppo“.
Insomma, abbiamo tutta una serie di cose che, alla fine, per me, rendono questo libro totalmente illegibile.

E saluti all’obbiettività.

VOTO: 2,5/10