Recensione Libri: Shogun, James Clavell

PRESENTAZIONE DEL LIBRO:

Partito alla volta dell’Oriente per il monopolio olandese del commercio con Giappone e Cina, John Blackthorne, comandante dell’Erasmus si ritrova, costretto al naufragio da una tremenda tempesta, in un villaggio di pescatori nel Giappone feudale del XV secolo, In un mondo sconosciuto e lontano, Blackthorne deve trovare il modo di sopravvivere. Grazie al suo coraggio, che lo condurrà sulla via dei samurai, con il soprannome di Anjin (il navigatore), diventerà il fido aiutante dello Shogun (Signore della guerra) e nella sua ascesa al potere conoscerà l’amore impossibile per la bella e ambigua Mariko.

SUL LIBRO:

La storia di Blackthorne (o Anjin-san, “Pilota-san”, per i giapponesi) potrebbe quasi sembrare il romanzo a cui si sono ispirati per (l’inesattissimo storicamente) “L’ultimo samurai”, l’ormai celebre film con Tom Cruise. L’Anjin-san, così come Nathan Algren, si ritrova suo nonostante a convivere con i samurai per diversi mesi, imparando la lingua, le tradizioni e, lentamente, ad apprezzarne la cultura.
A differenza dell’affascinanten Tom Cruise, però, Blackthorne arriva in Giappone nel 1600, per essere coinvolto in una serie di intrighi di palazzo, manipolazioni, battaglie mentali e chi più ne ha più ne metta. Blackthorne diventerà la chiave per vincere la guerra per diventare Shogun (il generalissimo dell’impero giapponese, quello che realtmente deteneva il potere), oltre che il centro di una serie di avvenimenti che la sua mente occidentale tarderà a comprendere per quel che realmente sono.

La storia dell’Anjin-san è una storia affascinante che coinvolge e travolge con la sua intensità. Chiunque sia anche solamente vagamente interessato al mondo nipponico, secondo me, può facilmente trovarlo interessante. La cultura giapponese del ‘600 viene presentata passo per passo man mano che Blackthorne impara ad accettarne e ad apprezzarne le varie tradizioni. Onestamente, non so dire fino a quel punto storicamente questo libro sia valido (nonostante le gesta di Blackthorne ricalchino quelle del primo britannico ad approdare in Giappone, William Adams), ma, dal punto di vista linguistico, da quello della tradizioni e da come vengono presentati i vari movimenti giapponesi, con le mie piccole conoscenze in materia, potrei azzardarmi a dire che è abbastanza accurato.
Il libro, per me, ha riscosso particolare interesse anche per come lentamente Blackthorne comincia ad imparare la lingua. I suoi faticosi progressi sono accuratamente descritti nel libro, col risultato che il lettore interessato (per intenderci, quello che ha sempre desiderato imparare il giapponese ma ha sempre rimandato l’inizio degli studi, come me) finisce la lettura con un bagaglio linguistico almeno un poco accresciuto.

Oltretutto, le figure dei vari Daimyo e samurai davvero affascinanti.

In ogni caso, chiunque si avvicina a questo libro con la curiosità di un fan del Giappone, deve tenere presente soprattutto una cosa: non è un libro facile.
Shogun, nonostante sia un libro dalla storia interessante, affascinante e, sostanzialmente, appassionante, è soprattutto un libro pesante. Non tanto per le sue dimensioni o per il carattere microscopico con cui gli editori hanno deciso di pubblicarlo, ma perché, molto semplicemente, non è scritto bene. Non che non si capisca nulla, per carità, ma diciamo semplicemente che la scrittura di Clavell (quantomeno in questo libro, non posso parlare al riguardo della sua intera produzione) non verrebbe mai usata come esempio su come bisogna scrivere un libro.
Clavell rallenta in maniera esasperante in punti di davvero nessun interesse. Spesso e volentieri comincia a divagare per intere pagine raccontando episodi lontani anni nella vita dei personaggi, che incidono ben poco sulla storia attuale e che fanno perdere facilmente il filo della storia che si sta leggendo.
Il PoV non è mai sistemato, anzi, capita spesso che nel giro di una pagina il punto di vista passi senza ritegno tra i quattro o cinque personaggi presenti, col risultato di non essere ben certi alla fine di chi sta pensando cosa (fattore reso ancor più complicato dalle mentalità alquanto complesse dei samurai e dei daimyo).
Insomma, se non si ha forza di volontà – o davvero tanta voglia di continuare – è un libro che viene trascinato fastdiosamente fino alla fine, se non addirittura abbandonato già dopo poche pagine.
A tutto ciò, si aggiunge che nell’arco dell’opera sono presenti alcuni non indifferenti errori di coerenza – ad esempio, nei primi capitoli in cui l’Anjin-san è prigioniero nel paese Anjiro, Mura, il responsabile del villaggio, parla abbastanza fluentemente il portoghese, fungendo da interprete per l’inglese. Quando Blackthorne ci ritorna, circa quattrocento pagine e non più di un mese dopo, sembra essersi scordato questa lingua, in quanto alla domanda di avere a disposizione qualche interprete, all’Anjin viene risposto che non c’è nessuno che conosce la lingua, nonostante Mura vaghi ancora per quelle lande.
Infine, viene da pensare che Clavell poteva anche romperci un po’ di meno i maroni sui vari drammi esistenziali dei personaggi, sulla vita passata, e su qualsiasi altra cosa sulla quale divaga allegramente, e  concludere la storia della guerra in cui Blackthorne si trova coinvolto. Perché, dopo circa novecento pagine di complotti, macchinazioni, intrighi e organizzazioni, la storia si interrompe quasi bruscamente, raccontandoti in poche righe come finirà la guerra che, onestamente, era l’argomento più interessante del libro. Di certo più interessante, per me, dell’amore impossibile tra il pilota eretico e la samurai fedifraga.

Insomma, questo libro ha davvero parecchi difetti, ma insisto: merita di essere letto. Nonostante me lo sia bene o male trascinato per un periodo improponibile per i miei usuali canoni di lettura, la lettura di questo libro mi ha davvero, come dire, gioviato. E’ nonostante tutto un libro delicato, la cui storia, anche nei momenti più macabri e violenti, ti accarezza e lascia una sensazione di dolcezza. E’ una lettura interessante e appassionante, e la storia di Blackthorne, lo ripeto, è davvero coinvolgente. Oltretutto, è uno di quei libri che, quando li termini, senti di averne il bagaglio culturale accresciuto (sebbene bisogna sempre ricordarsi che è un romanzo, e come tale non va assolutamente preso come testo di riferimento storico).

Per concludere, mi ripeto, una lettura un po’ pesante ma che consiglio vivamente a tutti i perditempo innamorati dell’intramontabile fascino del Paese del Sol Levante.

Voto finale: 7.5/10

2 Risposte

  1. L’ho letto anch’io. La storia è carina però si sente che è scritto da un non-giapponese. Sarà che mi sono letta mattoni di saggi di storia sul Giappone e sui samurai (quelli sì che erano una palla), ma questo romanzo mi sembra sia stato furbetto: ha preso i soliti clichés sul Sol Levante e ci ha macinato una storia sopra.
    Opera molto americana.

    1. Questo sì, però in fin dei conti non mi è sembrato così pieno di cliché. Non come altri libri che ho letto o come la maggior parte degli anime giapponesi, dove i samurai sono belli, buonii, giusti e affascinanti e basta😛 alla fine il mondo rappresentato in Shogun, secondo me, non è solamente bello e positivo, riempito con cliché e basta. Anche visto che l’apprezzamento del Giappone per il protagonista arriva col tempo e con l’integrazione, e comunque ne sottolinea sempre una moltitudine di aspetti differenti. Certo, si vede che non è un giapponese a scriverlo, ma non lo condannerei per questo😛
      Questa comunque è unicamente la mia opinione, che può anche essere dettata dall’aver letto sicuramente molti meno saggi sul Giappone di te, eh… anche se prima o poi recupererò😄

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